| Ipse scripsit | |
|
Uno scrittore o uno che scrive di Gennaro Chierchia
Mi chiedo se sia necessario leggere per scrivere. Mi chiedo se sia necessario frequentare i laboratori di scrittura per scrivere. Mi chiedo se uno ci nasca scrittore o ci diventi. Mi chiedo cosa faccia la differenza tra uno scrittore e uno che scrive. Sono un sacco di cose che mi chiedo e mò valla a trovare una risposta a ciascuna. Mi sono tirato la zappa sui piedi come si dice. Hai voluto la bicicletta e mò pedala come si dice. Mica sono diventato come quel biondino del Grande Fratello che quando parla infila un proverbio dietro l’altro? No. È solo che provo a guadagnare tempo. Per riflettere. Per non scrivere le solite cose. Per andare più a fondo al problema. Per non essere banale. Per dire le cose come stanno (secondo me). Be’, a dire la verità non credo che sia necessario leggere per scrivere, e con “leggere” intendo: finisci un libro e ne cominci subito un altro. Diciamo, un libro a settimana, quattro al mese. Credo che uno che legga quattro libri al mese possa definirsi un lettore. Di meno, non so. Un lettore meno lettore. Chi poi legge più di quattro libri al mese è un lettore coi (chiedo scusa) controcazzi. È sottinteso che questo è un calcolo sommario in quanto non tiene conto della voluminosità dei libri: un libro di narrativa di Eco vale il doppio e così via. Ma torniamo alla questione “leggere fa di me uno scrittore”. Un’equazione giusta o un modo per indurre gli scrittori (visto che sono più dei lettori) a comprare i libri (sembra incredibile eppure…)? Come ho già detto non ci credo. Cioè io credo che esista della gente che prende la penna in mano e scrive un buon romanzo o buon racconto senza però essere un lettore. Certo uno con la lettura può ampliare la propria scrittura (leggi può prendere spunto da) ma può anche contaminarla e farle perdere la sua purezza. Cioè se io scrivo in un modo ma leggo, ciò che leggo influenza la mia scrittura. Forse per questo si spiega la sfrontatezza degli scrittori ai loro esordi, il loro stile spesso scapestrato che, se raggiungono il successo, perde spessore e si avvicina a quello dei loro “illustri” colleghi. Perché, forse, scrivere in un modo meno sperimentale, vende di più. È più accetto (dal pubblico ma anche dalle case editrici). O forse si legge di più per trovare un’idea, per capire cosa richiede il mercato editoriale. Ma inevitabilmente, questo, mina la purezza della scrittura, di qualunque scrittura. E qui mi aggancio al discorso sul talento e sui laboratori di scrittura. Se uno ha talento fa una cosa indipendentemente dallo studio e dalle regole (la definizione di talento dovrebbe suonare così ma mi sono scocciato di aprire il vocabolario). Lo fa e basta. E lo fa alla grande. Meravigliosamente, e il bello, la magia, è che non si capisce come faccia. Come l’ispirazione, che ti coglie in un momento e la penna si muove da sola sul foglio e nel novantanove per cento dei casi hai scritto una cosa buona. Allora cos’è che fa la differenza tra uno scrittore e uno che scrive? Lo stile. E la forza. Uno che scrive mette in fila le parole l’una dietro l’altra. Uno scrittore ci fa le acrobazie con le parole, gli fa fare quello che vuole e non ci impiega il minimo sforzo. Gli viene automatico, naturale. E gli viene bene. E il lettore, se pure non ha mai letto niente del genere, lo riconosce che si trova davanti a qualcosa di unico e certo non gli passa nemmeno per l’anticamera del cervello di bollarlo come scorretto o addirittura di non letterario. In conclusione uno che ha talento può scrivere e non leggere e nemmeno frequentare i laboratori di scrittura. Ma se legge o frequenta i laboratori di scrittura non deve perdere il proprio stile altrimenti da scrittore diventa uno che scrive. |
|
|
|
|