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Un destino beffardo di Andrea Albertazzi (racconto primo classificato al concorso letterario Noir Story)
Il vecchio Ludovico alzò gli occhi e guardò l’insegna del suo alberghetto: “Il gallo d’oro”; vecchio più di lui che degli anni ne aveva ormai più di settanta e con quelle pietre grigie e rossicce tenute insieme dalla calce levigata; con quelle finestre coperte da ante di legno scuro, riverniciato più volte ma non di recente. L’uomo assomigliava un po’ al suo albergo. Alto, massiccio e rugoso. Il viso, col naso un po’ grande e spugnoso a causa di una certa propensione al buon vino, faceva fatica a cambiare espressione e per lunghi momenti della giornata restava immobile coi lineamenti che parevano infossati dentro a pensieri rigidi, di cemento. Ludovico aveva avuto solo un figlio: Boris. Il nome glielo aveva dato perché durante l’ultima guerra aveva fatto amicizia con un russo che aveva quel nome. Boris era “un grullo” come si dice da quelle parti. Non ne aveva mai voluto sapere di continuare la tradizione d’albergatore. L’attività aveva permesso di vivere decorosamente a due generazioni di famiglie e lo stesso avrebbe fatto con una terza. Il futuro era ben assicurato ma Boris, testa balzana, era andato, a vent’anni, a vivere a Firenze. Faceva il pittore sul Ponte Vecchio. Il povero albergo con le sue venti camere più le tre rimediabili in soffitta e da utilizzare nei momenti di “pienone” a ferragosto, la festa del patrono, qualche fiera, stava silenzioso davanti a Ludovico ma pareva che esprimesse una muta domanda: «Che ne sarà di me, dopo di te?». Il cuore si stringeva fin quasi a schiacciarsi nel petto dell’anziano albergatore che non riusciva a trovare alcuna risposta. Di gente ormai ne veniva sempre meno; un po’ perché lui e sua moglie Lucia avevano perso progressivamente amore al lavoro, essendo avanti con gli anni e avendo visto scombinati i loro piani dal fatto che Boris non si era occupato dell’attività, ma un po’ anche a causa dei nuovi e ben più confortevoli hotel, come si dice oggi, che erano sorti nella zona e, benché più cari, erano più richiesti. Boris partì per l’Argentina e da allora, erano trascorsi venticinque anni, solo poche lettere con dentro poche frasi: Vivo a Rosario. Ho una bella famiglia. Sto bene. Ho fatto fortuna con le pelli. Quando volete lasciare l’Italia scrivetemi e vi ospiterò a vita nel mio “rancho”. Boris parlava di una moglie di origine tedesca e di una figlia. Di quest’ultima mandò una foto che Ludovico mise in una bella cornice. Almeno aveva qualcosa da guardare e far vedere. Era una bella bambina di una decina d’anni. Ora ne doveva avere circa sedici ed il vecchio si struggeva dalla voglia di conoscerla. «Non è magnifica la mia nipotina?», amava chiedere ai suoi clienti. Non era una risposta quella che lui si aspettava. Voleva solo mostrare che in fondo quel figlio scapestrato aveva avuto bisogno di realizzarsi lontano da lì in un altro mondo. Volevano raggiungere il figlio ma gli odori, i colori ed i sapori della loro terra erano come appiccicati sulla loro pelle e toglierseli di dosso era un po’ come strappare dei cerotti ben aderenti ma un figlio è un figlio e quello che dovevano fare lì, lo avevano già fatto. Era tempo di decidere ma il problema erano i soldi. Non chiedevano aiuto a Boris ma per essere economicamente indipendenti, la soluzione non si trovava. Era una notte d’inverno, verso le undici e trenta. Quella notte incipiente sarebbe stata più importante che dieci, cento, mille prima di lei. Anzi, quella notte sarebbe stato meglio non fosse mai venuta. S’udì dunque un suono alla porta. Era un lunedì sera di metà novembre. L’albergo era in pratica deserto se si escludevano, oltre ai proprietari, due “habitué” o clienti fissi. Si trattava di due anziani ospiti che avevano preferito l’alberguccio alla casa di riposo. Costoro erano entrambi già fra le braccia di Morfeo quando lo squillo tenue raggiunse le orecchie di Lucia, la moglie di Ludovico e la distrasse dalla lettura di una rivista. Un po’ infastidita, la donna, qualche anno in meno del marito, grassa e ormai priva delle forme aggraziate che mostrava in una vecchia foto esposta sopra una parete dell’ingresso, raggiunse il marito sprofondato in poltrona davanti al dio dei nostri giorni, la televisione e gli chiese di andare ad aprire poi si rituffò nella lettura. L’uomo s’alzò un po’ svogliatamente e si trascinò verso il portone, tra il seccato ed il curioso. Quando aprì, ciò che vide fu una figura alta e scura avvolta in un cappotto e coperta in cima da un cappello. A terra tanti bagagli. Un taxi sulla strada, ad un cenno della figura, s’allontanò. «Avete una camera libera per questa notte? Debbo recarmi ad un convegno a Pistoia domani. Il taxi ha sbagliato strada e abbiamo girato un paio d’ore a vuoto. Sono molto stanco e non me la sono sentita di proseguire. L’apparizione del vostro albergo è stato un vero sollievo». L’albergatore osservò meglio l’uomo davanti ai suoi occhi. Alto, elegantissimo, con una folta barba grigiastra, occhiali spessi e lo sguardo che indugiava un po’ d’ovunque. Indossava un cappotto di cachemire di ottima fattura. I pantaloni aderenti erano infilati in un paio di lunghi stivali neri, alti. Sulla testa, il cappello a larghe falde era scuro. La voce aveva un tono sicuro ed una cadenza strana con un non so che di familiare. A Ludovico ricordò il tenore straniero che aveva sentito cantare una decina d’anni prima in un teatro a Firenze. «Viene da lontano, signore?». «Abbastanza e vorrei una camera comoda e tranquilla per riposare». Senza nemmeno chiederne il costo, l’uomo estrasse un magnifico portafogli pieno zeppo di dollari ed un numero imprecisato di carte di credito. Prese del denaro per un valore almeno triplo del costo della stanza e lo appoggiò con noncuranza sul banco della portineria, esclamando: «Bastano per questa notte?». Era una di quelle domande la cui risposta è superflua. «Dovrei darle anche i documenti ma devo averli infilati non so dove… se ha pazienza un attimo...». «Non si preoccupi, – disse Ludovico facendo sparire rapidamente il denaro nelle tasche ed osservando l’anello di brillanti e quel portafogli prodigioso – ci metteremo in regola domattina quando, con suo comodo deciderà di partire. «Nessuno sa che io sono qui. – esitò un attimo come se volesse fare una telefonata – Non credo che qualcuno abbia bisogno di me a quest’ora». Nella mente di Ludovico svolazzavano quei dollari e quell’anello di brillanti. «Venga signor... signor…?». L’uomo ebbe un attimo d’indecisione. «Robert, mi chiamo Robert Poletti, sono italo-americano di New York». «Ah! Magnifico! Sa che io ho un figlio in America… quella del sud… Argentina precisamente. Un giorno o l’altro andrò con mia moglie a raggiungerlo, se Dio mi conserverà la salute». «Ottima idea», replicò lo straniero. La conversazione formale continuò fino a che l’albergatore non ridiscese ed incrociò lo sguardo incuriosito della moglie, finalmente distratta da quel chiacchiericcio prolungato. «Prepara una bella camomilla calda, – le disse con decisione – svelta! È per quel distinto signore che è appena arrivato». I suoi occhi da tempo abulici brillavano sinistramente. Ludovico aveva già deciso. “Quest’uomo lo porta la provvidenza – pensò – o... l’ inferno!”. Fuori pioveva a dirotto. L’acqua gorgogliava con un brontolio sordo nel recipiente di metallo e Lucia c’infilò un sacchetto pieno di foglioline secche di camomilla. «Ci penso io a portarla al signor Poletti. Tu vai a controllare se sono tutte chiuse le finestre qui al pianterreno», disse. «Ma sono chiuse, sai bene….». «Vai! Non discutere… Ricontrollale!». La moglie s’allontanò tra l’indispettito ed il perplesso. Il vecchio, invece, versò una polverina bianca che aveva preso da un barattolo sospetto, nella bevanda fumante; vi spremette un grosso limone per addomesticare l’eventuale strano sapore e, dopo un lungo attimo d’indecisione, durante il quale respirò a pieni polmoni per alcune volte, lo portò con attenzione a quell’uomo strano che in quella notte d’autunno era venuto, forse, a dare una svolta alla sua vita. La moglie, che aveva terminato sbrigativamente il giro di controllo, l’osservò salire le scale e rimase ad attenderlo mordendosi nervosamente le labbra. C’era qualcosa di non chiaro nel comportamento del marito... qualcosa di allarmante che voleva sapere. Ludovico ridiscese e le impose il silenzio con un gesto deciso. «Dobbiamo solo attendere e fare le cose per bene poi tutto sarà risolto». La donna cominciò a sgomentarsi. L’anziano albergatore capì che, se voleva evitare che lei esplodesse, doveva informarla in fretta del suo progetto. «Vieni di là che ti spiego tutto». Lei lo seguì puntandogli addosso gli occhi con aria indagatrice. La pioggia aumentava d’intensità ed ora crepitava come un ciocco nel caminetto, accompagnata dall’incombere di minacciosi tuoni prolungati che presagivano ben più che la tempesta all’esterno... Nella stanza brillava solo il lume d’una candela quasi che il vecchio temesse di guardare in faccia troppo bene la consorte e non trovare le parole per convincerla a collaborare. Per un’ora e più, confabularono animatamente, strozzando in gola certe imprecazioni lui e certi gemiti di dissenso, lei. «Non dovevi farlo! Non siamo assassini!», gorgogliava la moglie in una litania continua. Ludovico tentò di zittirla. Con il denaro, le carte di credito riciclate, gli cheque ed i brillanti aggiunti al ricavato della vendita dell’albergo, avrebbero potuto trasferirsi e finire la loro esistenza in Argentina, col figlio e la nipote. «Non abbiamo altra scelta ormai… non possiamo tornare indietro!». «Se anche la facessimo franca, saremmo divorati dai rimorsi... lo capisci?». La donna teneva le mani giunte. «Ed ora, non siamo divorati forse dai rimpianti, cani che azzannano in modo non meno crudele?!». Gli occhi di Ludovico brillavano come braci. «Che stiamo a fare qui?». La donna piangeva sommessamente. «Sei sicuro che nessuno sappia della presenza qui di quell’uomo?». «Sicurissimo!», affermò Ludovico rinfrancato da una buona domanda della moglie e si guardò bene dall’accennare al taxi che aveva condotto lì lo straniero. L’importante era non lasciare la minima traccia della presenza di quell’uomo poi si sarebbe visto. Un problema alla volta. L’uomo esitò un attimo. Meditò sulle parole che avrebbe pronunciato e rispose gravemente: «Ti ricordi quelle analisi di cui ti ho parlato dopo la visita all’ospedale…? Ti ricordi che attendevo un responso definitivo su cosa diavolo ci fosse nella mia prostata…?». La moglie trattenne il fiato. «Sì cara, ho un tumore ma non ti preoccupare potrei campare ancora dieci anni ma... certo potrei anche morire molto prima». Mentiva ma non voleva tornare sulla sua decisione a costo di essere crudele. Quel tumore era benigno. Maligno era il livore che da tempo lo divorava. La donna cadde sopra ad una sedia con le parole che gli morivano in bocca senza che riuscissero ad uscire. Ludovico le accarezzò ruvidamente i capelli e disse quasi con dolcezza: «Andiamo…». I vecchi coniugi conoscevano a memoria il loro habitat e con una piccola candela dentro ad una bugia salirono, lui davanti e lei dietro, appoggiandosi alla schiena di lui, ma poi pian piano aumentò la distanza fra i due perché lei rallentò. Lucia si faceva nervosamente e ripetutamente il segno della croce. L’albergatore aprì la porta con una lentezza esasperante e restò in ascolto… “Maledizione! – pensò – Il veleno per i topi non ha fatto alcun effetto!”. Lo straniero russava beatamente. La donna che era rimasta qualche metro indietro era ignara del contrattempo. Ludovico si girò e sibilò: «È andato! – mentiva naturalmente – Aspetta fuori e chiudi la porta… mi sbrigo da solo!». Cercò nervosamente qualcosa nella tasca destra degli ampi pantaloni di velluto. Avvertì la cosa solida che cercava. L’afferrò con rabbia. La strinse e la estrasse. Era un coltello a serramanico. Lo aprì. Abituatosi al buio cercò l’anta dell’armadio e ne estrasse un cuscino che sollevò e quando fu sopra all’uomo addormentato, con tutte le sue forze glielo schiacciò sulla faccia con la mano sinistra mentre la destra affondava ripetutamente il coltello nello stomaco dell’uomo... Uno, due... dieci colpi. Avvertì i sussulti di morte dello sconosciuto e un rantolo soffocato. Per essere ancora più sicuro del risultato s’appoggiò col corpo sopra al cuscino, comprimendolo a lungo. Sentì una mano che tentava di afferrare la sua gamba destra ma era il gesto debole di un uomo ormai moribondo. Tutto terribilmente facile... Ludovico comunque continuò ad appoggiarsi con tutto il suo grosso corpo, contando mentalmente fino a cento mentre il flebile singhiozzare di Lucia giungeva a tormentarlo. Ludovico s’alzò e chiamò la moglie verso di sé poi le prese la bugia che le aveva lasciato e la mise sul comodino di fianco al letto. Entrambi cercavano, per quanto era possibile, di evitare la vista del corpo esanime sul letto. La donna notò il sangue di cui erano inzuppate la camicia e le mani del marito e gridò: «Taci maledetta! Brucerò tutto… non resterà traccia…! Sbrighiamoci piuttosto! Dobbiamo prendere tutto quello che ha. I suoi vestiti li bruceremo con cura nel fuoco insieme ai miei. Quello che non potremo bruciare con facilità lo seppelliremo lontano dal corpo. Ora aiutami ad infilarlo nel sacco poi andrò a prendere il furgone e ce ne andremo a qualche chilometro da qui. È una notte da lupi e se avremo un po’ di quella fortuna che non abbiamo mai avuto, non incontreremo nessuno e domattina inizieremo una nuova vita... magari non tanto lunga ormai ma migliore certamente». Il vecchio uscì dalla stanza e vi ritornò poco dopo con un sacco da grano e una coperta larga e disse alla moglie: «Tu tienilo aperto. Penserò io ad avvolgerlo e ad infilarlo e… che Dio perdoni i suoi peccati ed abbia misericordia di noi». La donna esitava tremando e lamentandosi sottovoce. Ludovico le afferrò i polsi e le piantò la bocca in un orecchio: «Forza! Muoviamoci! Fermarci ora sarebbe da pazzi!». Mentre la donna teneva il sacco aperto ed il volto rivolto altrove, l’uomo, pazientemente ed ansimando, introdusse il corpo del morto avvolto dalla coperta nell’apertura del sacco. Lo scivolamento all’interno fece sì che la coperta s’aprisse mostrando il corpo dell’uomo sotto il pigiama. Ludovico abbassò le braccia del cadavere e continuò a spingere. Lucia, che nel frattempo con uno sforzo enorme aveva rivolto la testa verso il marito fece in tempo ad osservare la voglia scura che si trovava sul fianco sinistro del morto. All’incerta luce della candela, quel particolare la raggelò. Ludovico non s’accorse di nulla ed una volta che anche la testa sparì chiuse il sacco con una corda e lo appoggiò delicatamente a terra. La moglie era impietrita. Il volto pallido come cera e gli occhi dilatati ma la bocca era chiusa e le labbra parevano incollate. «Vado a prendere il furgone in garage, – disse il vecchio albergatore – lo porto all’ingresso poi torno qui, puliamo bene tutto quanto poi lo carichiamo... va bene…?». La donna pareva una statua di sale, tanto che l’uomo si spazientì: «Il più è fatto stupida! Vedrai che andrà tutto bene… aspettami qui e non fare alcuna mossa. Farò prestissimo». Dieci minuti dopo il vecchio Ludovico aveva parcheggiato il furgone davanti all’ingresso. Rientrò in albergo e salì le scale. Aprì la porta e quello che vide gli spezzò le gambe. La moglie era accasciata al suolo priva di sensi, accanto al sacco. Stringeva nella mano un passaporto non italiano... quello del morto. Ludovico, dopo un istante che parve infinito, s’abbassò e lo dovette strappare con forza per liberarlo dalla morsa delle dita irrigidite. Aprì il documento. S’avvicinò alla candela e lesse, all’incerta luce fluttuante. La pagina interna portava stampate queste parole:
Pasaporte de la Republica de Argentina. Nombre: Boris. Apellido: De Maria. Lugar de nacimiento: San Marcello Pistoiese, Italia. Residencia: Calle de las palomas n. 16, Rosario. |
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