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Un’altra
giovinezza
di Mircea
Eliade
a cura di
Enrico Pietrangeli
Un
fulmine, durante la notte di Pasqua, colpisce Dominic, ottantenne
protagonista che, anziché perire o restare invalido dall’incidente,
ringiovanisce prodigiosamente colto da ipermnesia. Sullo sfondo c’è persino
un Papini eco nella cronaca, nella cecità supposta, ma anche una forte
predilezione per Dante e Ungaretti nutrita dal miracolato oramai divenuto
superdotato nelle sembianze di un bel giovinetto, con tanto di “baffi
biondi” e “frange sulla fronte che lo faceva assomigliare a certi poeti”,
forse un po’ anche a quel Sean Bran, poeta, esoterista e irredentista
irlandese che, per il suo centenario, immola la quercia folgorandola ai
posteri. Dualismo cosciente, immagini riflettenti fino ad un vero e proprio
sdoppiamento della personalità con un sosia angelo custode e risvolti
profetici sul destino dell’intera umanità costruiscono man mano il
personaggio in una sorta di esoterismo delle lingue. Sogna per ideogrammi
divenendo un febbrile sinologo, quasi un novello Pound alla ricerca di sé e
dell’anima all’origine di tutti i linguaggi. Si rimbalza da una dimensione
temporale all’altra, trasformando passato e futuro in coordinate mobili,
dove tradizione e spazio si consolidano in una visione apocalittica ma
rigeneratrice per una possibile umanità post-atomica e più dotata, quella
post-storica.
Mircea Eliade, eminente intellettuale della storia delle religioni del
Novecento, nell’“escatologia dell’elettricità” romanza una “mutazione della
specie umana, l’apparizione del superuomo”. Tematiche che nel libro
riconducono ad un’ambientazione radicata nell’espansionismo nazista in
Europa. Cresce l’interesse al caso di Dominic e, “tra gli intimi di Goebbels”,
quello del dottor Rudolf, sperimentatore da “un milione di volt”. Sequenze
di spionaggio e doppio gioco tra Siguranţâ e Gestapo disegnano una Romania
già da anni nel pieno di vicissitudini tra conservatori e legionari,
minacciata da tedeschi e sovietici come pure da bulgari e ungheresi. Un
paese che, di lì a poco, con Antonescu verrà risucchiato nello scacchiere di
Hitler per questioni strategiche piuttosto che ideologiche, tanto che, la
stessa Guardia di Ferro, nel ’41 sarà messa per sempre a tacere nell’ordine
d’interessi reciproci.
Dominic si rifugia a Ginevra e, a partire dal ’47, trascrive i suoi appunti
in una “lingua artificiosa”, un sistema non decifrabile prima del 1980,
destinato a tramandare molte civiltà che, prima dell’avvento dell’uomo
post-storico, andranno completamente distrutte nel corso di guerre atomiche.
Sempre in Svizzera, nel ’55, un temporale sorprende due donne e la sola
sopravvissuta, Veronica, viene colta da una sindrome di regressione che, non
a caso, si ricongiunge al destino di Dominic, non solo a quello linguistico
(Veronica è preda di transfert e, come Rupini, figlia di una delle prime
famiglie convertite al buddismo, comunica con lui in sanscrito) ma anche a
quello sentimentale, che riconduce ad un amore incompiuto della prima
giovinezza, quello con Laura che lo ritrae a Tivoli. Dominic e
Veronica si ritireranno a Malta, lontano da fari puntati e occhi indiscreti,
dove le visioni di lei diverranno sofferte ed oniriche, fino a lambire
civiltà primordiali, provocandole una “senescenza galoppante”. Finale
estetizzante e ambivalente, sia sul piano reale che su quello surreale, per
il lettore come per il protagonista che si ritrova al caffè Select fino ad
invecchiare improvvisamente per essere rinvenuto come un anziano morto
assiderato. Il doppio e la sfida del Faust di Goethe, ma anche palesi
riferimenti a Dorian Gray, ci lasciano nel gusto di una cultura
romantico-decadente filtrata dal Novecento e paradigma di una tragicità
d’incomunicabilità isolazionista. |