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Tina e il presidente di Gabriella Cuscinà
Quella sera, Tina tornò a casa pensando al suo racconto che era stato pubblicato, e ne era eccitata. Bisognava che rivedesse bene quell’altro che aveva già scritto, in modo da portarlo l’indomani al presidente della casa editrice. Lo fece. Lesse, corresse, rilesse, ricorresse e stampò il tutto. Quando a notte fonda, fu soddisfatta del suo lavoro, andò a dormire. Di buonora si preparò più elegantemente del solito. Già si vedeva sottoporre al presidente Careri il nuovo elaborato. Fu colta da un’idea improvvisa: doveva forse preavvisare Andrea di ciò che aveva scritto? Pensava proprio di sì. Bene! Avrebbe dapprima parlato con lui, il giovane addetto alle pubbliche relazioni, per consultarlo e sentire il suo parere. Arrivando negli uffici della casa editrice, fu riconosciuta da tutti ed accolta amichevolmente. Chiese di poter parlare con il suddetto collaboratore e lo vide immediatamente spuntare da una stanza. «Tina! Che piacere! Venga, si accomodi», e la condusse in un locale attiguo. «Senta Andrea, siccome ho scritto un altro racconto, volevo avvisarla che riguarda un po’ lei». «Riguarda me? Sono onorato! Ma come, scusi?». «Ho rielaborato la storia di sua sorella, che lei mi ha raccontato. Ora però, le devo chiedere il permesso di farla leggere al presidente». «To’! E chi l’avrebbe mai detto! Ha proprio una bella capacità creativa Tina! Posso leggere io per primo?». «Certo! Ecco qua». Così dicendo, porse i fogli al giovane. Questi lesse e sembrò entusiasta. «Sa cosa le dico: riferisca pure al presidente che è una storia realmente accaduta, che riguarda mia sorella, e che gliel’ho raccontata io». «Va bene Andrea, come vuole». Si alzò, e l’altro la fece annunziare al signor Careri. L’ufficio del presidente, lei già lo conosceva, ma lo osservava solo ora: era vastissimo, con poltrone di pelle, quadri enormi appesi alle pareti, vetrate immense da cui si vedeva uno stupendo panorama. Un fantasioso mobile bar occupava parte di una parete. Quando Tina entrò, l’obeso signore, con il cranio pelato, stava appunto versandosi da bere. «Eccola qua la nostra Ina! Ha fatto presto a ritornare. Brava! Venga, s’accomodi». «Mi chiamo Tina, presidente, non ricorda?». «Ah già, sì certo, Tina! Resta in piedi come la statua della Libertà?». Lei si sedette su una di quelle poltrone che avrebbero potuto accogliere due individui. Teneva in mano i fogli stampati, aveva la borsetta a tracolla e non sapeva dove appoggiare la schiena, data l’enormità del suo sedile. Quando era venuta la prima la volta, non aveva notato tutte quelle amenità. Forse perché era troppo emozionata. «Gradisce un goccio di Porto, cara?». «No grazie, a quest’ora non bevo mai». «Male! Dovrebbe abituarsi. Si affronta meglio la giornata!». «Purtroppo sono leggermente astemia». Lui continuava a versarsi da bere, e intanto passeggiava e la scrutava. L’esame però sembrava soddisfarlo parecchio. «Allora Ina, è soddisfatta della pubblicazione?». «Oh sissignore! Non sembra neppure ciò che ho scritto io! Sebbene il racconto venga riprodotto pedissequamente, la veste tipografica lo trasforma. È splendido! Però mi chiamo Tina, presidente». «L’ho ribattezzata, ma deve sapere che mi capita sempre così con tutti». Rideva pure lui e scuoteva il grosso ventre ed il doppio mento. «Ho portato un altro racconto, dottor Careri. È una storia realmente accaduta, che riguarda la sorella di Andrea». «La sorella di chi?». Sempre in posizione eretta e con il bicchiere in mano, il corpulento signore aveva inarcato le folte sopracciglia. «Andrea. Sa, l’addetto alle pubbliche relazioni». «Oh quello! Il fiume umano di parole. E che c’entra sua sorella?». «Mi ha raccontato la sua storia, e io ne ho tratto una novella, ma gli ho anche chiesto il consenso per sottoporgliela». «Corretto! Proprio corretto da parte tua, Ina!». «Sono Tina signore». Adesso appariva rassegnata ed allegra. «Beh! Dammi, fammi leggere. È questa che hai in mano?». Era passato con la massima naturalezza dal “lei” al “tu”. Finalmente si assise sulla poltrona presidenziale e si dispose alla lettura, avendo inforcato dei grassi occhiali che portava sulla punta del naso. Leggeva, e più andava avanti, più pareva interessato e immerso nella narrazione. Tina, dal canto suo, si guardava attorno incuriosita e roteava la testa. Vedeva una vasta parete di legno piena di scaffali e trofei, un antico paravento giapponese, un caminetto moderno insulso quanto inutile, visto che i sistemi di riscaldamento ed aerazione erano efficienti e ricercati. Poi la sua attenzione fu attratta da un dipinto che rappresentava il volto di una bellissima donna. «Era mia moglie, – gli sentì dire – siamo vissuti assieme per quarant’anni, poi ella ha pensato bene di ritornare al Creatore e lasciarmi solo». Aveva terminato di scorrere le pagine e guardava l’autrice da sopra gli occhiali con espressione compiaciuta. «Mi spiace, presidente. Non sapevo». «Ho ragione quando affermo di riconoscere il talento ad un miglio di distanza». Tina era di nuovo in agitazione. «Le piace il racconto? Davvero?». «Dovremo cambiare il posto della dicitura sui riferimenti casuali ad avvenimenti realmente accaduti». «Io l’ho inserita alla fine, poiché vi ho pensato in ritardo, però ho anche romanzato certi episodi e taluni fatti. Ho dato corso e spazio alla mia fantasia. Mi sono divertita insomma. Naturalmente, se lei afferma che bisogna cambiare qualcosa, sarà così. È molto più esperto di me. Chissà da quanti anni lavora in questo campo!». «Signorina, tu parli troppo!». «Perché? Stavo solo spiegando il mio modo di procedere, scrivendo. Talora il mio computer è come se scrivesse da solo. Le idee e le frasi vengono giù da sole, senza che io le mediti o che vi faccia lunghe elucubrazioni sopra. Il tutto mi diverte in modo incredibile! Appunto ho cambiato tante volte le sequenze narrative; ho variato l’impostazione e l’ambientazione dei fatti. Ho usato nomi di pura fantasia per i personaggi». «Quella tua bocca si può chiudere un momento? Sì? E allora chiudila. Santo cielo! Sembri un personaggio di Shakespeare nei suoi soliloqui. Dunque, a proposito della dicitura famosa, stavo dicendo che la porremo all’inizio del racconto per mettere sull’avviso i lettori e per evitare delle denunzie all’editore. D’altro canto, in tal guisa si opera nell’editoria». «Certo, è giusto. Sa presidente che ho in mente dell’altro materiale per un nuovo racconto? Anche questo l’avrei tratto da un fatto realmente accaduto e che ha dell’incredibile!». «Non credevo d’essermi imbattuto in una fornace d’idee. Ma giacché ci sei, racconta. Così io potrò consigliarti e tu, al contempo, potrai dare sfogo al tuo temperamento garrulo». Così dicendo, il dottor Careri si alzò e andò a sedersi su di una sedia posta di fronte a Tina. Teneva le spalle appoggiate allo schienale e i piedi puntati e piantati a terra. Ascoltava ed ogni tanto si dondolava. Lei cominciò a narrare del procedimento giudiziario contro un tale amministratore condominiale, filantropo e innamorato. Un uomo che sembrava un antico cavaliere medioevale. Raccontò che i di lui coinquilini volevano pagare le quote condominiali, senza riuscirvi. Diede spazio ai particolari e fu precisa nei dettagli: poiché nel condominio abitava una signorina indigente, di cui l’amministratore era segretamente innamorato, pagava lui le quote per tutti. D’altra parte era ricchissimo e se lo poteva permettere. Infine narrò della sentenza del giudice istruttore, che lo aveva rimosso dall’incarico, ed aveva scoperto la faccenda del suo amore unilaterale e segreto. «Ina, conosci per caso il nome di quel tizio?». Il presidente si teneva il mento e continuava a dondolarsi sulla sedia. Lei conosceva il cognome dell’amministratore incriminato e assai galante. Pensò di poterlo ripetere. «Io mi chiamo Tina, lui invece si chiama Fernando Rinaldi». Sentendo questo nome, il corpulento signore diede uno scatto più forte all’indietro e perse l’equilibrio, cadendo rovinosamente sul pavimento. La sua testa andò a prendere contatto col morbido e folto tappeto. Sembrò ignorare ogni male fisico, che in realtà non doveva esserci stato. Disteso ancora per terra, alzò gli occhi verso di lei. «Non vorrai mica dire che si tratta del mio vecchio commilitone Nando Rinaldi!». Ella non sapeva se ridere o preoccuparsi per l’accaduto. Davvero non si era fatto male? Adesso come avrebbe potuto rialzarsi e sollevare la sua poderosa mole simile a quella di un bisonte? Invece, il presidente diede sfoggio di inattesa agilità, tornando, con lenti ma determinati movimenti, in posizione eretta. A questo punto, Tina diede sfogo alla sua ilarità repressa e cominciò a ridere di cuore. Il presidente Careri era la personificazione dell’umana sorpresa e costernazione. La guardava con tanta meraviglia che pareva non riuscisse più a chiudere i suoi occhi bovini e spalancati. Lentamente, lei aveva smesso di sghignazzare. «Sei sicura che si chiami in quel modo? Ha pressappoco la mia età? S’innamora segretamente e non si dichiara mai?». «Il nome è certamente quello. Alle altre domande non saprei dare risposta, però posso meglio informarmi presso fonte sicura. Ma perché, forse lei conosce Fernando Rinaldi?». «Se lo conosco! Pensa che gli soffiai e sposai la donna che lui amava ed alla quale non era mai stato capace di dichiarare il suo amore». «Possibile? Amava la donna del ritratto? Sua moglie?». «La storia è lunga e complessa, ma il risultato fu proprio quello. Io sposai la donna del suo cuore, che lui stesso mi aveva fatto conoscere». «Presidente, il fatto mi sembra interessantissimo e intrigante, sarebbe un’idea fantastica scrivere tutta la storia, con il suo permesso naturalmente, però lei me la dovrà narrare per intero e nei dettagli». «Se non è lui, che storia vuoi scrivere? Prima accertati che si tratti di quel Nando che conobbi io». «Ritengo invece che una storia possa nascere da qualsiasi idea, anche costruita e frammista a verità ed immaginazione. Qualcosa d’inventato con la fantasia, ma che possa partire o appoggiarsi su avvenimenti realmente accaduti. La prego dottor Careri, mi racconti ciò che accadde». «E va bene! Ascolta dunque e fanne tesoro. Mi fido di te. Avevo poco più di vent’anni e mi mandarono sotto le armi. Là conobbi un ragazzo timidissimo, magro ed allampanato. Si chiamava Fernando Rinaldi. Facemmo amicizia subito e divenimmo inseparabili. Ci legava la stessa passione per la letteratura e le buone letture; ci scambiavamo, di continuo, romanzi e libri di vario genere. Gli altri commilitoni presero a chiamarci francobolli, poiché non ci staccavamo mai l’uno dall’altro. Era una di quelle amicizie giovanili, fatte di lealtà, complicità, fiducia, confidenza e piacere di stare insieme». Tina pendeva dalle sue labbra, era coinvolta emotivamente ed esclamò: «Accidenti! Eravate amici per giunta! E una donna vi divise!». «Signorina, ascolta e non m’interrompere. Dicevo appunto che eravamo inseparabili e ci confidavamo ogni cosa. Così lui mi rivelò di essere innamorato, segretamente e perdutamente, di una ragazza figlia d’amici dei suoi genitori. Disse però che non era mai riuscito ad esternarle il suo amore, per troppa timidezza e ritrosia. Una volta andando in licenza, per non separarci, mi propose di andare a casa sua e di trascorrere quel periodo insieme. Accettai e andai con lui. Erano persone molto abbienti e mi ospitarono come un principe. Ma il bello doveva ancora arrivare. Una sera, infatti, mi fece conoscere la ragazza dei suoi sogni. Per me fu il classico colpo di fulmine. Anche io me ne innamorai e sentii che era la donna della mia vita. A quei tempi ero piuttosto piacente. Sempre robusto, ma non così grasso come mi sono ridotto ora. Avevo tutti i capelli, la fronte spaziosa, gli occhi grandi ed accesi dal fuoco della gioventù. La famosa ragazza mi ricambiò all’istante e, solo guardandoci, capimmo di essere fatti l’uno per l’altra. Lei si fece tosto corteggiare da me, fu invitante e seducente. Insomma, mi fece capire in mille modi che le piacevo e che mi desiderava. Ci fidanzammo e ci scambiammo eterna fedeltà. Puoi capire come prese la cosa il mio amico!». «Però non poteva accusarla di nulla, in fondo lei non ha fatto alcun male, presidente. È stata la ragazza a scegliere». Tina appariva interessatissima. «Sì, ma il mio amico si sentì tradito e non mi rivolse mai più la parola. Quando ci congedammo, le nostre strade si separarono e non seppi mai più nulla di lui. Mi restò il ricordo e la malinconia di un’amicizia perduta. Spesso penso ancora a lui, e rivedo quel ragazzetto che correva a cercarmi per raccontarmi ogni cosa. Un ragazzo che trovava in me la sicurezza e la forza per affrontare la vita. Io, dal canto mio, mi sposai e vissi felicemente e lungamente con la mia adorata ragazza». «È una storia romantica, dottor Careri, pare un romanzo d’altri tempi. Mi permetta di ricostruirla a modo mio; però lei dovrà anche aiutarmi. Se è lui la persona in questione, mi prometta che andrà a trovarlo». «Cooosa? Sei uscita di senno? Io andare da Nando? Non lo farò mai! Scordatelo!». «Presidente, pensi che novità assoluta! Lei mi farà vivere la storia che scriverò. La prego, l’idea mi è frullata improvvisamente mentre parlava. Dobbiamo costruire insieme tutto il racconto. Io lo scriverò, partendo da ciò che lei mi ha narrato. Poi farò le mie indagini sul famoso Nando, e se risulterà, come spero, che si tratta del nostro uomo, lei dovrà contattarlo». «Tu puoi scrivere tutto quello che vuoi e io pubblicherò il tuo racconto. Potrai inventare pure che gli asini volano, ma non sperare che io vada da Rinaldi». Ormai lei era divorata dal sacro fuoco della creatività. Pensava che la sua storia andasse vissuta e realmente seguita nella veridicità degli avvenimenti. Ma, per far questo, bisognava che il protagonista riallacciasse i legami con il suo amico. «Non mi dica di no, io farò la cronaca di tutto ciò che accadrà. Pensi che cosa meravigliosa! Lei mi costruirà la storia, la vivrà, come l’ha già vissuta. Si rivedrà con Nando e seguiremo l’evolversi degli avvenimenti». «Ina, la fantasia ci permette di compiere i voli pindarici più assurdi e pericolosi. Potrai inventare tutto quello che vuoi anche se non si trattasse della medesima persona che io conobbi. Non pretendere però che riapra una ferita che ancora sanguina». «In questo ha ragione. Io cercherò di costruire, in ogni caso, una storia intrigante e coinvolgente. Rielaborerò tutti gli avvenimenti e li romanzerò. Non dubiti, d’altro canto, che farò le mie ricerche su Rinaldi e gliele comunicherò». «Fai come credi. Buon lavoro signorina! Ora procura di scomparire poiché mi hai già rubato gran parte della mattinata». Tina balzò in piedi. Non doveva più annoiarlo. Gli strinse la mano e si accinse a scappare via. Il presidente volle accompagnarla alla porta ed avanzò in quella direzione col suo passo imponente che faceva pensare ad un elefante a passeggio per una giungla indiana.
Una notte insonne! Aveva letto e sentito dire che, alla vigilia di un evento speciale, qualcuno non riesce a dormire e trascorre le ore notturne a vegliare. Era accaduto anche a lei. Tina pensava e ripensava a come sarebbe stato l’incontro fatale! Si rigirava nel letto ed immaginava i due signori a guardarsi in cagnesco. Quando alfine prese sonno, suonò la sveglia e si sentiva più stanca di quando si era coricata. Dalle rivelazioni del suo amico Marco, ispettore di polizia, aveva saputo chi fosse l’uomo che, quaranta anni prima, aveva litigato a causa di una donna, con il presidente della sua casa editrice. Difatti, il suo capo aveva rubato all’altro la ragazza di cui era innamorato. Ora Tina aveva deciso di farli incontrare e riconciliare. Fu puntuale all’appuntamento e trovò una stupenda automobile sotto casa ad attenderla. Il dottor Careri era già a bordo ed un autista impeccabile la fece accomodare. Arrivarono in un quartiere residenziale della città e si fermarono dinanzi ad uno stabile molto elegante. Il custode non era un tipo giovanile e si fece loro incontro ansimando. Li annunziò al citofono, dopo averli squadrati attentamente. «Signor Rinaldi, c’è un tale che dice di chiamarsi Leonardo Careri, insieme con una signorina». «Ah, con una signorina? Con una signorina, eh? Certo, certo». Tutti potevano lamentarsi della sua lentezza mentale, ma, all’occorrenza, Fernando Rinaldi qualcosa l’afferrava al volo. «Sì, sì, non c’è dubbio, una signorina». «Mi scusi, può vederli?». «No, dove sono?», disse, volgendo un’occhiata in giro. «Sono qui e chiedono di vederla. Posso farli accomodare?». «Vedere me? E perché vogliono vedere me?». «Non saprei». «Se mi vogliono vedere sono due seccatori, ad ogni modo li faccia salire». Il custode indicò il piano, e l’ascensore li depositò davanti ad un portone. Bussarono e venne ad aprire Fernando Rinaldi in persona. Non riconobbe nessuno e li guardò con aria beota. Careri invece era rimasto molto interdetto. Si sarebbe aspettato di tutto: occhiate feroci, urla ed invettive, ma non quello sguardo tra il deficiente ed il trasognato. «Nando, sono io. Sono Leonardo, mi riconosci?». Continuava a guardarli incantato. Poi li fece passare in un grande salone, e si sedettero. «Chi dice di essere? Leonardo? Conoscevo un giovane, Leo Careri, quando avevo poco più di venti anni, ma era un tipo tortuoso. Era il mio migliore amico. Lei, scusi, chi è?». «Sono proprio quel Leo, sono io». «Quale Leo, di chi parla scusi?». Il dottor Careri sospirò, avrebbe volentieri sbuffato, ma non lo fece. Parlò invece con la dolcezza forzata di un uomo che conversa con una persona poco perspicace. «Il tuo migliore amico, quello tortuoso come un cavaturaccioli. Avevamo poco più di venti anni e abbiamo fatto il servizio militare insieme. Eravamo amici inseparabili. Mi chiamo Leonardo. Ti ricordi di me?». «Io sono divenuto un po’ debole di memoria. Però mi ricordo di te. Rammento quegli occhi. E quella bocca! Mi sarebbe gradito, Leo, se tu non tenessi la bocca aperta quando ti parlo. Sembri un merluzzo». Tina intanto, stava riflettendo che il suo amico ispettore non le aveva parlato della labilità mentale di Fernando Rinaldi. Chissà perché! Careri sembrava sollevato. «Allora non mi tieni rancore! Non mi odi più! Non sai quanto mi fa piacere rivederti». «Ah! Quando dici di essere Leonardo Careri, parli di Leo Careri. Certo. Certo. E perché dovrei odiarti? Questa è bella! Che hai fatto, scusa?». «Ho sposato Costanza, la ragazza che tu amavi, ricordi?». «Chi….?». «Oh Nando! Hai proprio perso la memoria!». «Chi dovrei ricordare adesso?». «L’amavi tanto, mi parlavi sempre di lei, di quanto fosse dolce e cara. Invece io te la soffiai. Ti portai via Costanza, perché lei preferì me a te». A questo punto, Nando emise un suono molto simile a quello che produce chi mette un pollice sul coperchio di una pentola in ebollizione. «Ohhhh! Costanza! Quella spelacchiata, che appena le parlavo scappava via. Sì, ora ricordo. Fu il primo amore della mia vita, ma per fortuna, tu Leo, ti occupasti di portarmela fuori dai piedi. Bel lavoro ragazzo! Ti sarò grato per la vita!». Altro che novella e racconto! Lì c’era da scrivere una commedia del genere umoristico, pensava Tina. Guardò di sottecchi il suo direttore, che ricambiò l’occhiata. Appariva costernato. «Spelacchiata! Fuori dai piedi! Ma come! Se ne eri pazzo e non riuscivi a dichiararti!». «Questa fu sempre una mia prerogativa. Devi sapere, caro, che nella mia vita, non ho mai detto a nessuna di amarla. Sono stato molto riservato. Per questo ho preferito, di solito, le avventure passeggere, fossero anche a pagamento». «Io invece sposai Costanza, che mi rese l’uomo più felice. Abbiamo vissuto a lungo insieme. Mi ha dato due figlioli maschi, che fanno entrambi gli ingegneri all’estero. Non hanno mai voluto occuparsi di editoria, forse perché ci sono cresciuti in mezzo e ne sono stati soffocati. Purtroppo, da qualche anno, un cancro ha portato via mia moglie e sono rimasto solo». Parlava con il piacere di conversare e confidarsi con un amico ritrovato, il quale, dal canto suo, lo ascoltava con grande attenzione. «Questo mi spiace molto, Leo. Non la ricordo la tua Costanza, ma il fatto mi addolora per te». Lo guardava con la solidarietà antica che avevano nutrito reciprocamente. Pareva che non si fossero mai lasciati, che si fossero visti il giorno prima. Ancora, come quando avevano venti anni, stando insieme, il tempo si fermava. Negli occhi avevano, l’uno per l’altro, una dolcezza profonda, ignota ai più, ma che accompagna sempre le grandi amicizie. «Come hai vissuto, Nando? Sempre solo? Non ti è mancata una presenza femminile?». «Devi sapere che ho avuto tante governanti e poi, come compagnia femminile, purtroppo, ho molto spesso quella di mia sorella Eva. È la mia unica parente prossima, con quattro figli, i quali tutti aspirano a spartirsi il patrimonio che ho ereditato». Quanto materiale per il suo racconto!, pensava Tina. Ma no, questa volta avrebbe potuto scrivere addirittura un romanzo. Vi erano tutti gli ingredienti: c’era il mistero, poi il lato romantico del protagonista. Beh! Avrebbe potuto scrivere e rielaborare tutta la vita di Fernando Rinaldi. Un’esistenza interessante e strana, tutto sommato. «Signor Rinaldi, io vorrei scrivere un racconto sulla sua vita. Lei sarebbe d’accordo?». «Una signorina. Il custode mi ha annunziato che c’era una signorina. Leo, chi è costei?». «Perdonami amico. Ancora non te l’ho presentata. Si tratta di una mia collaboratrice. Scrive racconti per il nostro giornale. Si chiama Tina». «Perché vorrebbe scrivere la storia della mia vita? In fondo io sono un povero diavolo!». «Sono venuta a conoscenza, signore, del fatto che lei pagava tutte le quote condominiali di questo stabile! Mi sembra un fatto insolito e romantico, visto che le pagava per l’amore che nutre nei riguardi di una condomina indigente. Davvero mi fa pensare ad un personaggio da romanzo». «Oh, il condominio! Quello lo amministravo bene, anche se la mente non mi aiuta più del tutto. Pagavo tutto io! Poi mia sorella Eva lo venne a sapere e, pensando che stavo sperperando il patrimonio di famiglia, lo andò a spifferare ai capoccia dello stabile, e quelli hanno voluto fare la parte degli integerrimi e puntuali pagatori, e mi hanno denunziato perché non li facevo pagare». «So invece, che c’è, qui nel palazzo, una donna indigente di cui lei è innamorato. Insomma, Signor Rinaldi, mi permetta di costruirci sopra tutta una storia interessante». «Faccia un po’ quello che vuole; non avrei mai supposto di divenire un caso. Tutto è cominciato da quando quel poliziotto mi ha mandato a chiamare e mi ha fatto mille domande. Quell’individuo non lo scorderò mai più. Mi scrutava e mi esaminava come se volesse penetrarmi in fondo all’anima. Io non credo di avere commesso un grave reato». Quelle parole fecero molto effetto su Tina. Destarono, in lei, mille sospetti. Il riferimento a Marco l’aveva sorpresa. L’ispettore si era comportato stranamente nei riguardi di Rinaldi! Perché? «È stato però trattato con equità. So che, dopo la denunzia, è stato rimosso dall’incarico d’amministratore». «Sì. Quello che voglio dire è che quel poliziotto, da quando mi ha visto e conosciuto, non mi ha mollato più, ha indagato su di me, mi perseguitava, mi telefonava, mi faceva sorvegliare da altri poliziotti. Non sono mai riuscito a capirne il motivo. Io non sto più bene con la testa, ma posso ancora cavarmela da solo e pensare a me stesso». Mille campanelli suonavano nella mente di Tina e centinaia d’idee le frullavano per la mente. Una però era predominante: Marco aveva dovuto scoprire dell’altro su Rinaldi. Ma cosa? Improvvisamente impallidì ed ebbe un sobbalzo. Forse lo sapeva! La sua immaginazione certo galoppava troppo! Il pensiero però era lì, presente, incalzante: l’ispettore, che era un figlio adottivo, aveva scoperto che quell’uomo era il suo padre naturale! No! Non era possibile! Queste cose succedono solo nei romanzi. Eppure il sospetto era troppo pressante. Adesso la famosa realtà romanzesca superava ogni limite. «Signor Rinaldi, sto per farle una domanda delicata, indiscreta e molto privata. Lei, per caso, nel suo passato, ha avuto dei rapporti con qualche donna, e questa ha avuto da lei un figlio, che è stato poi adottato?». «Tina! Che dici! Che domande fai?». Il dottor Careri la guardava con disapprovazione e soggiunse: «Leo, non starla ad ascoltare, ha le traveggole e, come ogni scrittore, è senza riserbo e non si fa i fatti propri!». «In ogni caso non riesco a seguirla, signorina. Lei tergiversa sull’argomento e non mi fa capire nulla. Sia chiara. Sia esplicita. Sia franca e aperta. Sospetta per caso che io abbia illegalmente adottato un figlio?». Aveva affermato che non stava più bene con la testa. Lei avrebbe detto che era del tutto stordito e svanito. Le veniva quasi da ridere. «No, non lei. Chiedevo se per caso ricorda di avere avuto un figlio naturale, che è stato poi adottato». «Eppure la parola figlio mi suscita dei ricordi. Come qualcosa che abbia a che fare con mia sorella. La rivedo, infuriata, mentre strepita che porterà quel figlio all’orfanotrofio. Ma dovrebbe chiedere a lei, signorina. I miei ricordi sono molto sfumati purtroppo». Adesso Tina guardava con maggiore attenzione quei capelli ricciuti e folti, ormai quasi tutti brizzolati. Osservava l’altezza imponente dell’uomo, sebbene incurvato e rinsecchito per l’età, i tratti regolari e gradevoli, solcati dalle rughe. Decisamente, Fernando Careri poteva somigliare a Marco, ma forse era tutta una suggestione. Più ci pensava però, più si convinceva che quella era la spiegazione di tutto: l’ispettore aveva scoperto che Rinaldi era il suo padre naturale e non voleva rivelarlo. «Senta, – fece poco dopo – se io le facessi improvvisamente conoscere quel figlio che lei ebbe tanti anni fa, sarebbe pronto ad accettarlo, a rivederlo?». «La cosa mi pare del tutto assurda! Io non ricordo niente, signorina. Ma se lei afferma che ci potrebbe essere questa eventualità, perché no! Anzi! Avrei un immenso piacere nello scoprire così, su due piedi, di avere un erede, seppure naturale». Rimasero, dunque, che si sarebbero rivisti e che, probabilmente, Tina avrebbe avuto per lui un’incredibile sorpresa! Si trattava adesso di convincere Marco a dichiarare la verità. Lo chiamò al telefono: «Secondo me, tu sai, su Fernando Rinaldi, molto più di quanto vuoi dare a credere. È colui che ti ha generato, vero Marco? Lo hai scoperto casualmente, hai approfondito le indagini, ed ora ne sei sicuro, solo che non lo vuoi ammettere!». «Sì, è così. Ma per me, i genitori sono sempre stati quelli che mi hanno adottato, quando ero piccolissimo, ed ora non voglio sapere più nulla del mio padre naturale». «Perché? Provi rancore? O no. Forse no. Ti vergogni di lui! È un pover’uomo che non ragiona più bene, e il signor ispettore ha ritegno a far sapere che è suo padre!». All’altro capo del filo, silenzio. Tina sapeva di aver colto nel segno! «Che centra! No, non è vero! Solo che non voglio rivederlo, giacché lui non ha più voluto sapere niente di me». Continuava a non ammettere la verità. «Marco, ti vergogni di lui. Se avessi saputo che era uno scienziato, ti saresti fatto riconoscere!». Adesso non replicava più, era rimasto interdetto. Tina incalzò. «È sempre tuo padre, è colui che ti ha dato il dono prezioso della vita. Non ha voluto crescerti, ma ora mi ha assicurato che sarebbe felice di rivederti!». «Io invece non voglio vedere lui!». «Vergognarsi del proprio padre è terribile, Marco, pensaci! Potresti pentirtene. Fernando Rinaldi è un povero diavolo, molto affabile e simpatico però, anche se completamente fra le nuvole». Il riferimento all’imbarazzo ad ammettere di avere un padre ormai quasi demente, era stato determinante. L’ispettore era in ambascia, stava per convincersi. Lei continuò. «Mi fai ricordare il protagonista dell’antica canzone “Lo zappatore”. Anche lì, un avvocato di grido si vergognava di suo padre zappatore. Avanti, dimmi di sì, dimmi che verrai con me a rivedere quel brav’uomo. L’esclamazione fu liberatoria: «Hai vinto! Va bene! Verrò!». «Oh! Finalmente! Prenderemo appuntamento e ti porterò a casa sua». Fu così che Nando Rinaldi, un giorno, vide presentarsi, nella sua dimora, Tina in compagnia del giovane poliziotto. A guardarli insieme, Marco e l’anziano signore si somigliavano parecchio. L’ispettore ristette sulla soglia, muto, pallido, con espressione indecifrabile. L’attempato signore lo guardava con la sua aria inebetita, svagata, in cui era altresì, una luce di speranza! Riconobbe Tina e «Signorina! È tornata! Che piacere!». Poi, osservò meglio l’uomo che era con lei, e tutti gli interrogativi del mondo furono nei suoi occhi. «Venite, accomodatevi. Non ho niente da offrirvi, ma un caffè posso sempre prepararvelo». Passarono nel solito salone. «Signor Rinaldi, lei conosce l’ispettore Milani. La rivelazione che sto per farle è molto particolare ed importante, mi ascolti. Da indagini eseguite, è risultato che è suo figlio naturale! Mancherebbe solo la prova del DNA, ma poi tutto coincide. Lei è il vero padre di Marco Milani». Nando era trasalito! Aveva fatto un balzo, con mani tremanti, aveva esitato qualche attimo, quindi s’era mosso verso Marco e l’aveva abbracciato. «Mio figlio! Mio figlio! Sei mio figlio! Non posso crederci, è una gioia troppo grande!». Dopo che un uomo è stato abituato, per anni, ad indagare su criminali e gaglioffi, la sua tempra morale si rafforza, al punto che ben poco può sconvolgerlo, ma quella situazione era nuova per Marco. Appariva difatti basito, turbato. Quell’abbraccio era oltremodo affettuoso, sincero, disarmante. Lo ricambiò. Strinse fortemente l’anziano signore. Non ricordava più da quanto tempo non piangeva, ma adesso, suo malgrado, calde lacrime gli rigavano le guance. |
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