Racconti

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Tango

di Simona Bertocchi

 

I

 

Ho prenotato in prima classe, il viaggio sarà lungo e voglio stare comoda.

Mi piace viaggiare in treno, leggere un buon libro, fissare il paesaggio che cambia e sfuma via, osservare le facce dei miei compagni di viaggio, immaginarmi le loro vite.

Salire su un treno e staccare dalle solite abitudini mi fa stare bene, il tempo si dilata un po’ e mi fa più spazio.

Questo viaggio, però, sarà diverso.

Sergio mi chiama dopo pochi minuti dalla partenza per accertarsi che abbia trovato una buona sistemazione sul treno e per ricordarmi di confermare l’albergo per la notte a Cuneo. È molto eccitato per me, io per niente.

Fuori dal finestrino si alternano prati, colline, paesini arroccati e corsi d’acqua. Mi domando se abbiamo già superato la Campania.

Se fossi responsabile dovrei studiare il contratto, risolvere il problema dell’alloggio, nel caso avessi iniziato subito a lavorare, e invece sono tranquillissima, la prospettiva di quel colloquio non mi innervosisce più di tanto, se non mi avessero assunta, avrei continuato a dirigere il ristorante dei miei futuri suoceri che è un nome noto a Napoli.

Fare la segretaria di direzione in una delle più grandi aziende vinicole italiane è un lavoro di prestigio, ben remunerato, certo, sarei stata un po’ lontana da casa ma quel sacrificio mi avrebbe premiata in seguito.

E allora perché quel sorriso a metà?

Le decisioni le ho sempre prese con calma, mi piace la preparazione di un’idea, mi organizzo il viaggio e spesso perdo di vista la meta, lo faccio apposta, lascio sempre qualche spiraglio di incertezza per non sentirmi mai arrivata totalmente.

Questa volta, invece, sarei approdata alla stabilità, il mio bagaglio è tutto lì, devo scendere a quella fermata e lì restare.

Sono persa nei miei pensieri, strattonati dal treno, e non mi accorgo che una giovane mi osserva da chissà quanto tempo.

Il mio disagio non le fa abbassare lo sguardo, che, anzi, si fa complice e ironico. Le sorrido, ma, in cuor mio, spero che non attacchi discorso, ho bisogno di stare ancora un po’ con i miei pensieri.

La guardo meglio, legge seduta in modo scomposto, ha luminosi occhi verdi e cortissimi capelli biondi. Non so bene che età darle, certo è giovane e sbarazzina nei suoi jeans scoloriti ma ha addosso garbo e riservatezza di chi non è più giovanissima.

Legge Garcìa Màrquez con grande coinvolgimento, il suo volto esprime tutte le emozioni che quella lettura le dà: si morde le labbra, sgrana gli occhi, sorride lieve man mano che volta le pagine.

Approfitto della sua distrazione per controllarmi il trucco dallo specchietto della trousse. In quell’immagine vedo un’anonima donna in carriera, stretta nel suo gessato, i capelli tirati in una strettissima coda e un bel rossetto che spicca. Vicino a quella ragazza esuberante sembro la sua prof di matematica.

Il treno passa sopra ponti, attraversa buie gallerie aumenta la sua corsa, io mi lascio sballottare mollemente, decido di togliere le dighe alla mia mente e lascio che le cose mi vengano addosso. La giovane si è addormentata, la testa china sulla spalla le sobbalza ad ogni movimento del treno.

Ci scuote violentemente una lunga e stridente frenata, finiamo per terra facendoci male, la mia valigia piomba giù dal portabagagli e lo zaino della ragazza rotola sul pavimento del treno inclinato, la giovane mi si stringe addosso, trema e mi fissa allargando i suoi occhioni come un cucciolo impaurito.

Il treno ha deragliato e si è miracolosamente fermato in prossimità di un ponte, c’è stato qualche ferito nei primi vagoni ma, per fortuna, niente di grave.

Appena mi spiegano l’accaduto chiamo Sergio per dirgli che saremmo rimasti fermi per chissà quanto tempo e non sarei arrivata in tempo al colloquio del pomeriggio, Sergio libera un fiume di parole impregnate di paure e raccomandazioni, sento il panico insinuarsi, dico che non c’è campo e interrompo la comunicazione.

Ci dicono di aspettare i soccorsi, naturalmente i feriti dei primi vagoni avrebbero avuto la priorità e quindi le operazioni sarebbero andate per le lunghe.

Maya, questo il nome della ragazza, è di nuovo in piedi, sta bene, niente di rotto, solo tanto spavento. Il mio gessato è meno tirato a lucido e i capelli non sono laccati come prima ma riesco a muovermi bene, non sento dolore.

Raduniamo le nostre cose, ci affacciamo al finestrino per avere una vaga idea di dove siamo e senza dirci una parola scendiamo insieme dal treno con tutti i nostri bagagli.

Ignoro che scendendo dal treno la mia vita avrebbe preso una strada completamente diversa e senza ritorno.

Lungo quel tratto di campagna Maya si muove agile nelle sue scarpe da ginnastica, porta solo il peso dello zaino, io, invece, sono veramente ridicola, tacchi, divisa da grigia donna in carriera, valigia con le rotelle e cellulare che squilla impazzito.

Rido di me stessa, mi faccio il verso, Maya mi guarda con nuova complicità, ride anche lei.

Il sole è a picco e intorno si srotolano prati senza fine, dall’orizzonte dilatato appare un gruppo di cascinali.

Dopo qualche chilometro il sentiero sconnesso che costeggia la ferrovia porta sulla strada principale. Sfinite, ci sediamo sul ciglio della strada, io nel frattempo ho recuperato dalla valigia un paio di logore scarpe da ginnastica.

Maya mi porge l’ultima bottiglia d’acqua rimasta, siamo sudate e sporche, frugo nella borsa e le passo il rossetto e allora ridiamo come pazze.

Mi sembra di tornare indietro nel tempo quando viaggiavo l’Europa con lo zaino in compagnia dell’amica del cuore, respiro la stessa sensazione di libertà e incoscienza, entrano in me spazi aperti, sono tornata curiosa, ho ancora voglia di stupirmi.

Un furgoncino rosso inchioda sull’asfalto rovente, un giovane si affaccia dal finestrino, ha ricci capelli neri, occhi scuri dal taglio un po’ allungato, ci guarda con preoccupazione e non trattiene lo spavento. Non dobbiamo essere un bello spettacolo, nonostante il rossetto.

 

II

 

Senza neppure guardarci tra di noi ci precipitiamo verso la macchina.

«Cosa vi è successo ragazze?», ha un forte accento romano o giù di lì.

«Dove siamo?», rispondo con un’altra domanda e intanto mi guardo intorno.

«A Cà d’Oro in Ciociaria».

«C’è una pensione qua vicino dove possiamo ripulirci e passare la notte?», chiede garbatamente Maya.

«A qualche chilometro da qui, da mia nonna Luisa».

Certo quell’accento non lo aiuta, comunque sono ben felice di conoscerlo e ancora di più di conoscere sua nonna Luisa.

Il ragazzo carica i bagagli, poi apre gli sportelli e ci fa salire sul furgoncino.

Mi sento osservata dallo specchietto retrovisore.

«Il nostro treno ha deragliato e ci siamo fatte un bel pezzo a piedi», rispondo alla domanda di prima.

«Comunque stiamo bene», lo rassicura Maya che ha molto più tatto di me.

«Io sono Anna e lei è Maya», dico sorridente.

«Francesco», dice guardandoci dallo specchietto, scopre denti bianchi e perfetti.

«Dove eravate dirette ragazze?».

Eravate è il tempo giusto. Cala il silenzio e allora capisco che anche il viaggio di Maya non ha una meta sicura, che anche lei ha una storia senza margini e senza bordi e questo imprevisto è esattamente quello che aspettava.

Francesco capisce di avere fatto un domanda scomoda, allora cerca di metterci a nostro agio («Dopo avere mangiato le fettuccine di mia nonna vi sentirete meglio»), quel sorriso adesso è contagioso.

Lasciamo la strada principale, ora il furgone sale per un sentiero ghiaioso e ci fa sballottare, se mai ce ne fosse ancora bisogno.

 

Io e Maya divoriamo le tagliatelle fatte in casa, facciamo onore anche al vino e non ci perdiamo una parola dei racconti di Mario, il marito della signora Luisa.

Fuori il sole sparisce di colpo, ingoiato da nuvole nere, il vento cresce e pesanti goccioloni precipitano sull’aia e sui campi spettinati. Mi piace il rumore del temporale e l’odore della terra bagnata.

Francesco e Maya giocano a carte, si parlano con frasi breve, si osservano, si piacciono.

Io, intanto, aiuto nonna Luisa a sgranare i piselli in cucina. Sul davanzale un gatto bianco ci osserva pigramente.

«Si chiama Luna», mi sorride Luisa.

È bella questa nuova sensazione, questo senso di leggerezza, c’è una comunicazione perfetta fatta di suoni, odori, slanci, niente è prestabilito, niente va spiegato.

Poi però le preoccupazioni pratiche, le immagini della mia vita che prima erano sfumate fino a sparire, tornano a premere feroci.

«Dovrei chiamare Sergio e la ditta di Cuneo per rinviare il colloquio», dico a Francesco e Maya ma in realtà mi rivolgo a me stessa. I miei due nuovi amici non hanno idea di quale sia la mia vita al di fuori del mondo di questa incredibile giornata.

 

Il Signor Silvestrini ha il tono di voce professionale che mi aspetto, non ci sono sfumature di emozioni nelle sue parole ma è gentile e accetta senza chiedere troppe spiegazioni la mia rinuncia al posto di lavoro. In realtà volevo solo posticipare l’incontro ma d’istinto, quasi inconsapevolmente, è venuto fuori un «Mi spiace ma sono subentrati altri progetti…».

Quali progetti l’avrei scoperto in seguito.

 

Sotto la doccia bollente la tensione scivola via del tutto, l’acqua rompe i pensieri. Non penso a Sergio, non penso a Napoli, non penso a niente, mi sembra di essere ritornata vergine da ogni esperienza. Mi guardo allo specchio, nuda, e tra le curve e le rotondità, tra i nervi e i muscoli vedo una nuova femminilità, in quell’immagine c’è il mio risveglio, il mio corpo eretto sfida i presagi, affronta i rifiuti, la sorte prestabilita e scova l’anima tra strati di affanni.

Sistemo i miei vestiti nell’armadio e scelgo quelli che più rappresentano la nuova Anna. Indosso una gonna a fiori morbida e leggera e una semplice maglietta nera, niente trucco, a parte l’immancabile rossetto, lego i capelli e mi viene da sorridere, anzi esce una risata, fresca e sincera.

 

La nuova sorpresa di questa giornata infinita è la Festa delle Fragole che il piccolo paese di Cà d’Oro organizza tutti gli anni a inizio maggio.

È una festa godereccia che ha il sapore e le immagini dell’Italia di provincia. Ci sono lunghe tavolate nella piazza principale, vassoi di bocconi ghiotti e fumanti, fiumi di vino, pane appena sfornato, dolci soffici e colorati e tante, tante fragole.

La chiesa è ornata a festa, dai balconi scendono cascate di fiori, drappi e festoni ondeggiano sulla piazza, i bar sono aperti e invitano a entrare, e un piccolo palco ospita l’orchestrina. Ma è la gente che emoziona di più, tutti un po’ impacciati nei loro vestiti a festa, con l’abito delle grandi occasioni passato un po’ di moda.

Rido sguaiatamente, abbondo con il cibo e il vino mi scende fresco e morbido in gola, ascolto divertita le chiacchiere di paese.

L’orchestra inizia subito con un tango passionale. Maya si alza e si trascina dietro Francesco, salgono sul palco tra lo stupore e la curiosità dei presenti, e… ballano, anzi volano, si sfiorano, si afferrano, si lasciano, si cercano, si svuotano, si riempiono in un’estenuante danza di vita e di morte, amore e odio, sofferenza e gioia.

Non è il solito tango ballato timidamente tra donne alle feste paesane, non sono i passi innaturali di qualche anziano che per divertire mette anche una rosa tra i denti, non è il ritmo trascinante che apre le danze di qualche cerimonia rumorosa. Maya e Francesco si fondono, si sorreggono e si trascinano nei loro abbracci che respirano, si intrappolano negli sguardi, vibrano nel loro tempo sottratto alla realtà.

Seduta al tavolo tra gomiti appoggiati, rumori di posate, brindisi ripetuti, chiudo gli occhi e mi lascio cadere fino in fondo all’anima del tango.

 

«Io resto», mi dice Maya il giorno dopo.

«Sei sicura?», rispondo affatto stupita della sua scelta.

«Si, qui ho trovato il tango!».

In questa frase c’è tutta l’essenza dell’esistenza. Maya ha trovato la forza che sgorga, il pulsare della vita, il dolore più forte, la gioia più pura, l’energia che si modella, la golosità di vivere, la passione che brucia e la forza inspiegabile che si solleva da dentro e la fa proseguire quasi trascinandola.

«Anna, l’anno scorso ho perso mio figlio e sono morta anch’io. Ho lasciato la mia famiglia in Argentina, ho cercato affannosamente una via di fuga ma non ne avevo la forza. Ho vagato, ho cercato spiegazioni all’inspiegabile, sono diventata pazza ma qualcuno o qualcosa mi ha sempre fatto procedere instancabilmente, mi dava il ritmo, il battito per procedere, mi incitava, mi cullava. Ieri ho sentito il tango e non solo quando mi sono messa a ballare. Io mi fermo qui per ora, sto bene qui».

Come può uno scricciolo di donna come Maya governare tutta quella forza e quell’intensità impagliata dentro?

 

So bene che una storia di due anni non si liquida al telefono ma è l’unica cosa sensata che devo fare per potere ricominciare da qualche parte.

Ho amato Sergio ma adesso è solo più il mio porto, il mio rifugio, mentre un tempo mi colmava il ventre, mi girava nel sangue.

Sergio è entrato nella mia vita subito dopo il mio divorzio, quando avevo l’anima indebolita e troppi graffi dentro per potere affrontare quello che c’era fuori da me. Avevo i sentimenti ancora ovattati, piacevolmente scaldati e sollecitati da quell’uomo che mi colmava ogni vuoto e senza avere veramente deciso mi avvolsi della sua vita così bene ordinata e rassicurante.

Ho detto a Sergio che avrei rinunciato a quel posto prestigioso e che appena trovato una sistemazione e un nuovo lavoro lo avrei chiamato per rassicurarlo.

 

Ho regalato i miei vestiti più eleganti ad alcune ragazze del paese che mi hanno guardata sbalordite e diffidenti chiedendosi dove fosse la fregatura.

Per il momento soggiorno nella locanda di nonna Luisa, durante il giorno la aiuto al ristorante, servo ai tavoli, sto in cucina. Tra qualche giorno dovrò decidermi ad andare a Roma per cercare un lavoro più sicuro ma non ho fretta. Tutte queste oscillazioni si devono assestare, i pensieri devono trovare il loro corso naturale.

Alle botteghe del paese ormai mi conoscono, io e Maya siamo due presenze che incuriosiscono e mettono un po’ di stuzzicante imprevedibilità in questo paese scandito da dei ritmi ben precisi.

Il paese di Cà d’Oro affonda sofficemente nei colli della Ciociaria, tra infinite file di vigneti e oliveti che degradano sulle vallate e boschi secolari. In lontananza si vedono piccoli paesi arroccati e i Castelli dell’antica aristocrazia romana.

Oltre alla spesa che mi ha ordinato la nonnina ho voluto comprare un po’ di fiori per colorire e profumare il cascinale e qualche buona bottiglia di vino per brindare alla nuova vita. Il vino è un’altra delle mie passioni che ho educato poi con un corso per sommelier. Poiché mi trovo nella zona dei castelli romani compro qualche bottiglia di Cesanese del Piglio, un ottimo rosso.

Prima di tornare alla mia nuova casa mi immergo tra i vicoli, le stradine lastricate, le chiese odoranti di incenso, annuso avida l’odore del pane appena sfornato dalle panetterie, e quello del soffritto che esce dai portoni delle case, ascolto divertita i pettegolezzi delle donne da balcone a balcone mentre stendono i panni, canticchio le canzoni che sento nei bar all’aperto.

Maya ha accompagnato Francesco a Roma, probabilmente lo affiancherà nel suo lavoro di consegne a domicilio.

 

III

 

Quando arrivo a casa noto una moto parcheggiata sul piazzale, i cani abbaiano ripetutamente. Entro incuriosita e poso la spesa, il vino e i fiori in cucina.

Nonna Luisa e nonno Mario ascoltano un tipo che indossa un giubbotto di pelle, di certo è il motociclista. I due vecchi sono seduti e lo sconosciuto ha in mano una serie di fogli e documenti che sta per fare firmare.

«Posso sapere cosa sta facendo firmare ai nonni?», chiedo sgarbatamente fissando l’uomo che, al contrario, ha un’espressione estremamente pacata e gentile.

È un bell’uomo, probabilmente vicino ai quaranta, ha i capelli un po’ brizzolati e la barba di qualche giorno, ma nonostante l’aspetto un po’ dannato il suo sorriso è radioso e si muove con una certa eleganza.

Lucia e Mario mi sorridono grati per averli chiamati nonni e si sentono più protetti ora che ho preso in mano quelle scartoffie.

«Mi chiamo Jacopo Bernardini e sono qui per definire l’acquisto del vigneto e dei campi coltivati. Lei è la nipote?», mi chiede porgendomi una mano forte e ben curata.

«Sono Anna», rispondo brusca e gli prendo i fogli dalla mano. Scorro velocemente le righe, guardo gli anziani coniugi, hanno espressioni pacifiche e mi sento ridicola per il mio solito eccesso di diffidenza verso il mondo.

«Anna Biagi. Vivo qui da qualche giorno ma sono molto legata a queste due persone». Restituisco il sorriso e mi scopro timida e un po’ impacciata.

«Anna, noi siamo vecchi per mantenere tutto questi terreni, ci è rimasto solo più nostro nipote ma, Francesco vuole andare via da qui, lui non lo dice ma i suoi sogni sono altrove».

Gli occhi azzurri e liquidi di Luisa mi accarezzano e cercano di placare le mie paure.

«È la cosa giusta, e poi… prenderemo parecchi soldi e potremo dare un futuro più sicuro a Francesco», mi dice Mario cingendomi le spalle.

«Quanto tempo hanno per decidere?», chiedo al motociclista galantuomo.

«Certo prima della vendemmia. Offro il giusto, anzi offro più di quanto varrebbe e non ho nessuna intenzione di fregare due persone così per bene».

«Non temo la sua fregatura, si tratta di dare via la terra, la loro terra. Voglio prima capire di che si tratta, dammi solo un po’ di tempo per parlare con loro e valutare la cosa, trovare un soluzione per tutti».

Sono passata al “tu” senza neppure accorgermene e senza neppure accorgermene lo invito a pranzo.

«Solo se posso dare una mano in cucina».

Affettiamo e laviamo la verdura, beviamo lunghe sorsate di vino rosso che subito entra nel sangue e ci dà euforia, parliamo tra il vapore profumato di cibo che esce dalle pentole, ci giriamo intorno, ci imbocchiamo pezzi di formaggi e focaccia, ci guardiamo in modo frammentato.

Mi sento totalmente esposta, con le emozioni che rompono le dighe dentro di me e mi inondano. Maya l’avrebbe chiamato tango, e tango sia. Le forme, i colori e gli odori di questo momento si mescolano e danno alla testa, proprio come il vino.

Mentre Jacopo apparecchia la tavola io sistemo i fiori nel vaso, sono fantastici tulipani gialli e arancio.

Accenna le note di una conosciuta ballata popolare e io lo seguo, la canto con lui, prima timidamente, poi i toni salgono e quando ci sediamo a tavola stiamo ancora ridendo.

Luisa e Mario ci raggiungono divertiti e incuriositi da tanta euforia.

A tavola Mario racconta la storia di un vecchio ubriacone del paese e le sue divertenti avventure, nonna Luisa rivela le sue ricette, non mancano i racconti di guerra dei vecchi che ci inchiodano alle sedie e le discussioni di politica. I piatti si riempiono e si svuotano, i bicchieri anche, dalla portafinestra spalancata entra l’aria profumata e tiepida di primavera e invade la stanza.

Sto oscillando tra invadenza e timidezza, ci urtiamo i gomiti, ci avviciniamo con le teste, ci sfioriamo le mani. Jacopo si alza a preparare il caffè e con la mano mi stringe una spalla, come il segno che sta entrando nella mia vita.

Dopo pranzo tutto si placa, quella folata di vento che è entrata impetuosa in questa stanza è scomparsa, mi sale l’ansia di lasciare scappare l’attimo, ogni forte emozione si ridimensiona e torna al suo posto.

Luisa lava i piatti e Mario va a fare il solito riposino pomeridiano,ci sono riti che non si possono infrangere.

«Ti porto in un posto», mi dice prendendomi per mano Jacopo come fosse il gesto più spontaneo.

«Ti faccio vedere il vigneto che vorrei acquistare e i campi antistanti, non è lontano».

I suoi occhi sono già adagiati dentro i miei, non chiedono, non indugiano, sanno già, mi conoscono. Mi fa strada, cammino decisa come se già sapessi dove andare. Mi porge un casco, me lo aggancia bene mentre ancora parla, vedo le sue labbra muoversi, quando parla a volte gli si aggrotta la fronte o stringe confusamente lo sguardo. Ci giriamo intorno, la nostra distanza di sicurezza non viene più rispettata, cambiamo posizioni in un continuo fluttuare interiore.

Salgo sulla moto di questo sconosciuto con cui ho scambiato giusto due parole, andiamo incontro a una strada ben precisa verso una svolta importante, tutto è concentrato in questo momento denso e pesante, eppure non ho mai vissuto niente in modo più naturale, mai i miei pensieri sono stati così fluidi e limpidi.

Scivoliamo sulle curve della collina, scendiamo irruenti lungo verdi vallate, assorbiti da questo paesaggio intriso di colori vividi. Attraversiamo paesi, rasentiamo corsi d’acqua, boschi odoranti e vivi, infine, la moto si ferma all’apice di una collina che domina il paesaggio. Jacopo mi spiega che è la valle del Sacco, circondata dai monti Lepini.

«Mio padre ha sempre vissuto in questa terra. L’amava più di se stesso. Non ho fatto grandi cose nella vita, se non tanti errori e almeno questo glielo devo».

«Siamo nella zona del Cesanese e i vitigni sono quasi tutti di uva nera. Il Cesanese tipico è di acini grossi – prosegue tra i vitigni profumati, sfiorando le viti con le dita – tranne il Cesanese di Affile che ha gli acini più piccoli», rispondo saccente col tono poco simpatico della prima della classe.

Jacopo sorride e mi da un buffetto sulla guancia.

«Ti faccio assaggiare quello che ho prodotto due anni fa».

Camminiamo sprofondando tra le zolle di terra e l’erba fresca, arriviamo così a una grotta naturale dove le bottiglie della vendemmia precedente sono ancora a riposare a una temperatura costante. In un altro ambiente, invece, il vino matura nelle botti di rovere e castagno per quasi un anno.

L’odore del vino è forte e invadente, ci avvolge i sensi.

Fuori dalla grotta c’è una casina in pietra con un bellissimo patio all’esterno.

Ci sediamo sulla panca intorno al tavolo. Jacopo mi porge un bicchiere di Cesanese poi entra nella casetta e ne esce poco dopo con un piatto su cui ha posato delle fette di pane unte di olio di oliva. La combinazione di sapori è forte, pizzica la gola e poi lascia un gusto intenso e delicato.

Spero che questo momento non si affievolisca, che non si scolori e non si sgonfi perché è uno dei momenti perfetti della mia vita, quelli che arrivano inaspettati e ti nutrono.

«Aiuto il vecchio Mario a produrre questo vino, gli do una mano perché da solo non ce la fa», mi dice con la bocca piena, è appoggiato al muro, seduto di sbieco sulla panca. Anch’io mi allungo contro lo schienale della sedia, non ho più pensieri vincolati, gesti obbligati, frasi da correggere. Mi tolgo le scarpe, sciolgo i capelli.

«Ma dopo la morte del figlio gli è rimasta solo la terra e poi… c’è Francesco che può aiutarlo», gli dico persa nei suoi occhi.

«Francesco non capisce niente di queste cose, lavora a Roma per mantenere i suoi vecchi ma il suo destino è altrove, lui vorrebbe andarsene, magari col suo violino».

«Suona il violino?».

«Come un dio».

Ci trasmettiamo messaggi, ci lanciamo sguardi lievi e poi intensi, comunichiamo con semplici frasi, pensieri essenziali senza dovere spiegare niente.

Non mi interessa se capisce la mia inquietudine, se nota le mie manie, se non si aspetta le mie risate o i miei gesti incontrollati, non mi importa se mi fruga l’anima e la trova stanca.

Sorseggio poco vino, lo lascio scendere morbido, avverto le note di mora e mirtillo, è denso nella gola, bevo anche il sole che ha scaldato gli acini e gli ha dato la vita.

«Voglio comprare il vigneto e l’oliveto e loro avranno abbastanza soldi per vivere bene».

Mi fissa come se il mio consenso sia la cosa più importante, i suoi occhi vibrano.

«Non lo so Jacopo… è tutto così triste, commercializzare le proprie radici».

«Non andranno via da questo posto, le radici ti crescono dentro».

Nel bicchiere il vino rosso rubino brilla, ne bevo una lunga sorsata, lo butto giù con avidità.

«Con i soldi potrebbero anche sistemare la locanda», mi dice.

«Tu credi che abbiano ancora voglia di lavorare per quella locanda, ricevere ogni giorno la gente, dare loro da mangiare e da dormire?».

Jacopo sorride, mi accorgo di conoscere già le sue espressioni, il timbro della sua risata sonora e il suo modo di accarezzarmi con gli occhi quando mi ascolta.

«Loro no ma tu magari… non mi sembra che tu sia di passaggio qui, ti sei presa troppo a cuore questa situazione. Forse questo è il posto giusto dove fermarti».

Ci siamo toccati le punte delle dita e abbiamo intrecciato le mani, poi Jacopo si è avvicinato e mi ha dato un bacio sulle labbra, un bacio lieve, poi più calcato, e ancora altri baci, impauriti, stanchi, affamati, fragili. Le sue labbra sulle mie mi hanno succhiato il cuore.

 

IV

 

Maya e Francesco partiranno tra un mese per l’Argentina. Maya riaprirà la sua scuola di tango e Francesco finirà là gli studi al conservatorio. Non si può dire che andranno a fare fortuna, l’arte paga poco, ma non hanno grandi pretese, sono felici.

Verranno ogni tanto in Italia per trovare i loro vecchi, stare un po’ di tempo alla locanda di Anna e magari fare la vendemmia con Jacopo.

 

È vero che tutti i sogni sono importanti ma quello della vecchia Luisa ha la priorità su tutti: vedere il mare.

Così questa mattina siamo partiti per Fregene. Io e Jacopo in moto, Francesco e Maya sul furgoncino con i due nonni vestiti a festa per l’occasione, il vecchio Mario non si toglie il cappello mentre Luisa non molla dal grembo la teglia di lasagne preparate all’alba dopo una notte insonne.

Dal finestrino aperto Luisa ne avverte già l’odore, sente il rumore delle onde e si prepara ad incontrare il mare.

Scende per prima, l’aria calda profuma di salsedine, si toglie le scarpe e affonda i doloranti piedi sulla sabbia fine, si ferma davanti a quella distesa infinita e pulsante, il suo movimento è vita. Il mare le si inchina davanti, si gonfia, scivola, si gira, si alza, si increspa. Luisa lo fissa commossa, Mario le si avvicina e le prende la mano.

 

Finalmente facciamo onore alle tanto agognate lasagne di nonna Luisa ed esageriamo un po’ con il vino di Jacopo, ogni tanto ci scrolliamo di dosso qualche granello di sabbia, certo non siamo troppo comodi, abbiamo i pantaloni arrotolati e i capelli arruffati dal vento, però, in tutta la mia vita non ho mai visto una tavolata più bella e festosa di questa.

Francesco va alla macchina e torna con il suo violino, un bellissimo strumento appartenuto al suo bisnonno. Il legno laccato e lucido brilla ai raggi del sole. Non è Francesco che suona il violino, è il violino che suona Francesco, lo fa vibrare, lo pizzica, lo accarezza, lo scuote. Suona con gli occhi chiusi, assapora l’infinito, entra e esce dalla vita. Sulla spiaggia e sopra le onde del mare si elevano le note di un vecchio bandonèon di Astor Piazzola, il suo tango non si balla, ci sono troppe alterazioni, troppe varianti di suoni, ma quando lo ascolti voli.

Dopo questi squarci di fiabe a lieto fine so bene che non potrò astenermi a lungo dalla civiltà, sarò costretta a farmi contaminare da essa in qualche modo, dovrò affrontare una nuova vita e non ci sarà chi paga per me, ma non importa, sono quella che sono nel posto che voglio, ho l’anima composta e il tango dentro.


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