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Rifletti di Airon
Rifletti: è sempre stata una questione di equilibri tra me e te. Felicità ed infelicità parallele, equilibri gemellati al centro di una bolla d’aria. Meccanismi che sono solo puntellati nella nostra mente. Mentre tutto il resto continua a girare. Una notte insonne come tante altre, con te attaccato come una calamita. Io vorrei non evocarti. Tu che fai da collante a giorni sempre più piatti. Mi sono convertita al dolore: adesso, invece che di fronte, gli sto di fianco. Siamo diventati l’uno la costola dell’altro. Un tormento remoto e sottile che insegue il mio sonno. Erano altre notti quelle. Notti scarabocchiate di una gioia improvvisata, corpi cristallizzati nell’attimo, fusione a freddo, unione catartica. Come se esistesse ancora qualcosa d’importante.
Ascoltami: ho la ragione dalla mia. E una logica che non mi appartiene del tutto. Tu hai tutto il resto. La tua visione monocroma, la mia coerenza che manderei a puttane nell’attimo in cui tu mi guardi. Insieme ad un’altra parte di me, sempre intenta a prendere a calci i buoni sentimenti, ben attenta a tenersi alla larga dalle cattive azioni. Un occhio spaventato ed uno controllato. Una paura accecante. Viverti accanto. Fantastico. Ma non facile.
Credimi: è roba consolatrice la tua. Lo stesso sapore di sempre. Sterpaglia. Dammi un motivo, uno solo che non sia paura e dolore, e paura del dolore. Colpa meno colpa uguale colpa. Ti ho lasciato fare, ed è così che si comincia. Colpa, una parola che pronuncio a bassa voce. Oltre a quelle frasi che ancora servono, perché ancora bisogna chiedersi se sia giusto, se si vuole, se sia meglio, se non sia peggio. Innocente? No. Incantata dal tuo sguardo aderente, fotofobico come quando sei in sballo.
Non immagini. No, non immagini quanto io riesca ad odiare quel tuo barlume di ragione, sovrano di bugie nel tuo regno di cartapesta. Un passo avanti e due indietro. Dondoli. «Stavolta è diverso». Sì, sì, certo, diverso. Un evidente conflitto di memoria. Una memoria astuta, la tua. La mia subito dietro, impacciata quando è in tua stramaledetta compagnia. Parole storte incastrate in gola. Un no esploso dopo un lungo ammutinamento. «Non urlare». E invece urlo. Sì che urlo. Ora anche più forte. È dura essere ragionevoli. Non sai quanto mi sia costato.
Capita. Capita a volte che tu sia ancora qui mentre conto i chilometri che ci separano. Intontita dalla distanza. Credo di non avere scusanti. Vorrei revocarti e annullarti. Avresti dovuto amarmi, avresti dovuto smettere. Non partire: smettere. Altrimenti non avrebbe avuto senso e forse non lo ha comunque. E intanto ti illudi. Tu parti, io rimango. Sgualcita. Se devi andar via allora io devo distruggere tutto. «Non preoccuparti ti chiamo io». Sì, fai ciao ciao con la manina.
Ricorda, se ti arriva questa mia voce. Un suono che non si riconosce domandandosi se una logica, una sola, ci sia realmente. Angoscia immutata e urla e risate, sappi che stavolta non ci saranno esorcisti in grado di salvarti. Una profezia liquefatta. Mi sento cadere i denti, più che le braccia. Ma io continuo a starti accanto anche dopo la fine della nostra storia. Tra un sogno sognato e un incubo vissuto. Siamo due facce della stessa medaglia. Un miscuglio di amore e corpi crocifissi.
Ritorna. L’alba. Di nuovo. Non è facile di notte. Ma neanche di giorno. Giuro. Due dita in gola per vomitare la scelta migliore ed una disperazione tutta mia. Sgrammaticata, concreta, riacquisto consistenza, tra pentimento e resurrezione, tra urla e risate, tra macerie e chiodi e velluto, distorta, contorta, decisa, ottusa e fedele, Ritorna. |
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