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Racconti |
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Ricordino di Rosa Corvo
Non amo gli eccessi e considero le descrizioni da tregenda sgradevoli, e, peggio, facilone; un modo spiccio per tirare via il lavoro sbalordendo i buoni cittadini, e, alla fine, un’americanata. Purtroppo non è colpa mia se il cielo si capovolge, se vivo sempre di notte, anzi sul fare del giorno, sotto sparse e rare stelle e in mezzo a una pietraia e vicino a un laghetto rupestre, tra nuvoli di nuvole basse, in un mondo di confusi contorni: uno non sceglie dove nascere. Ora, se io non sapessi quello che so, il fatto che ogni tanto il cielo si capovolga non mi lascerebbe sereno, né mi lascerebbe serafico l’arido della pietraia e non essere in grado di percepire i contorni del laghetto. Non mi lascerebbe tranquillo il cielo trascorso corrusco dalle nuvole e le stelle evase palpitanti. Le cose misteriose non portano serenità. Curiosità e senso di attesa sì, ma non quiete, la quiete richiede certezza. Ciononostante sono calmo poiché non amo gli spropositi e le mie certezze le ho: per esempio sono sicuro, so, di vivere in una sfera. Ma sì! quelle palle di vetro un po’ volgari che la mia padrona colleziona. La certezza e la conoscenza mi vengono dalla memoria, secondo cui io ho vissuto sempre in una palla di vetro; sono nato qui dentro, qui dentro sono cresciuto, non sono mai stato altrove. Ossia altrove sono stato, però sempre trasportato dentro il mondo di vetro che è la mia palla. Mi ricordo di quando vivevo ad Urbino, dentro un negozio di ricordi. Noioso! Poi nella bottega è entrata la mia attuale padrona e mi ha scelto, cioè ha scelto la palla dove abitavo, scartando non senza titubare gli altri simili souvenir disponibili. Ha comprato, ha sollevato il mondo o palla dove abitavo e l’ha voltato su se stesso, decisa. Invece della neve, sono cadute le stelle, un subbuglio di stelle; mi sono smarrito in una tempesta di stelle. Quella mi ha comprato per le stelle. Quasi tutti i ricordi di vetro se vengono capovolti riversano falsa neve. Il mio mondo riversa e riversava stelle, fasulle altrettanto. La padrona ha comprato il mondo, sia pure ridotto a palla di vetro e me dentro il mondo, che volessi o no. Comunque volevo, mi ero stancato di raccogliere polvere negletto, poggiato sul bancone, dentro un negozio di Urbino. Ce ne siamo andati a Roma, una metropoli. Ammetto che non faccia differenza, per chi come me vive in un ricordino grande un’arancia e non può e non si sogna di uscire all’esterno, dove è posto il suo mondo. Però, diavolo, la fantasia galoppa. Nella casa nuova l’acquirente mi ha sistemato in un altro scaffale; avevo Parigi a sinistra e Dublino a destra, Pompei alle spalle e Lima di fronte, Atene sopra e Brest sotto, mi sono trovato in una geografia inedita. Impossibile annoiarsi! Poi la signora collezionista ogni tanto si diverte a rimescolare il mappamondo, quanto meno la mappa e il mondo: la mappa del mondo. Consegue che io viaggio secondo un’altrui volontà, mi sposto di qualche centimetro, vedo altri universi, paesi rinchiusi nel vetro di una palla. La signora di solito è meticolosa e attenta e quando vuole giocare o lustrarci, ci maneggia con cura, noi ricordini. Noi siamo fragili, se cadiamo possiamo romperci. È successo a Londra, purtroppo. Londra è sfuggita di mano alla padrona, è volata in terra ed è andata in pezzi, mille, proprio sotto i miei occhi. Non tutta Londra, l’Orologio ed il Ponte; però, nel suo piccolo, è stato un giudizio universale. È sempre un disastro quando gli Dei si distraggono; quando la Dea si distrae, per quanto mi riguarda. Dea di cui conosco bene gli occhi distorti dall’atmosfera, il vetro che ho intorno, e la linea della vita che ha sul palmo della mano destra. La padrona prende la palla in cui vivo con quella mano e poi la lucida con il panno che tiene nell’altra, mano. Non ogni giorno, qualche volta. Una volta ogni tanto si avvicina e solleva il mio mondo all’altezza degli occhi, lo gira sottosopra. Tre movimenti: su, giù, su. Se vedo piovere stelle false significa che la presa è stata salda e che non sono precipitato sul pavimento e che non andrò in frantumi come Londra. Quando mi accorgo che piovono le stelle, tiro un sospiro di sollievo. Però conservo una curiosità maligna. Se le sfuggissi di mano? Se sfuggissi di mano a costei che mi possiede per intero, come sarebbe andare in frantumi? Peggio che aspettare e soltanto aspettare? |
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