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Racconti |
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Quaderni di Valeria Scotti
Non è facile, a distanza di tempo, ricordare il nostro gioco dell’offrirsi e del riceversi. Giusto o sbagliato che sia, io non sono felice. Come potrei esserlo? La penna è ancora lì, sullo scrittoio antico, quello in noce scuro che hai voluto comprare ad ogni costo. Il corridoio sembra così lungo, nudo ormai delle tue tracce, ed il caffè così poco generoso al palato. Non è il caffè bollente delle nostre prime chiacchierate, le tue belle labbra che si muovevano di racconti, gioie e disastri. Il tuo essere di incredibile bellezza. E quei quaderni neri, sottili, la tua cattiva abitudine di scriverci sopra nei quotidiani percorsi in autobus, quando la calca si faceva di schiene voltate e gomiti come armi, quando il traffico in ogni angolo della città rallentava lo scorrere della giornata. Quelli gli unici momenti in cui i tuoi pensieri si appoggiavano veloci sulla carta, vestiti di una calligrafia tremante, incerta, a tratti fastidiosa. Poi restavano lì, al buio di una copertina rigida. Di scrittura tu vivevi, scrittura in viaggio, una sorta di cura necessaria ad una malattia non guarita perché mai compresa. Ho letto nello specchio della nostra camera l’atto finale, il passo ultimo da fare per seguirti. Ma sono ancora qui, amore mio. Mi hai segnato a fondo accarezzandomi con passione. Non sarei in grado di descriverti questi ultimi mesi di solitudine indossata a piedi nudi e sulla punta delle mani. Sono attimi persi tra occhi socchiusi e parole taciute di un dolore non manifestato. Tra salite e discese di autobus vissuti con distacco perché non vi è una meta precisa, come vagabondo in terra sconosciuta. Solo la paura segue sempre il medesimo percorso. Lavinia, oggi il tuo nome lo pronuncio esattamente come allora. Mi chiedo il perché di questa mia appesantita e breve lettera a te che sai bene il mio pensiero, a te che condividi l’appartenenza del mio scrivere in aria. E questo mio voler spiegare a fondo qualcosa che non può avere soluzione. A volte mi sembra di riuscire a sfiorarti ancora anche se, andando via, hai permesso che io non potessi ascoltare più il rumore dei tuoi passi allegri, le tue corse intorno alla vita. E mi hai lasciato un cassetto pieno di quaderni neri, sottili, da decifrare, per riannodare il nostro ieri. Forse questo è il tuo modo di volermi bene ancora, Lavinia. Cara Lavinia. |
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