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Psicofantaossessioni
di Faraòn Meteosès
a cura di Enrico Pietrangeli
Nell’ormai
vasto catalogo della LietoColle, nonostante l’inevitabile incorrere in
qualche cronicizzata velleità artistica, sussistono ancora validi spunti.
È
il caso di Faraòn Meteosès, che non è una delle tante redivive mummie del
sottobosco della valle dei templi bensì novello giullare nell’anagramma di
Stefano Amorese. Saltimbanco e cantore dei tempi a noi più prossimi e
schizoidi, quelli di un post sperimentalismo privo di canoni e riferimenti.
Radici e dotte asserzioni non mancano e mai languiscono, scaturiscono, tutt’al
più, nelle caotiche simmetrie semantiche: un magma fluido, decomposto e mai
putrido, dove la poesia interpreta la disperata ilarità del guitto e la
forma non viene mai meno, anzi funge da contenitore per disinibite pulsioni.
Un poeta che andrebbe ascoltato (oltre che letto) per cogliere quell’“armonia espressiva” che domina “disegni e strategie”, come rilevato da
Walter Mauro. Forte è il messaggio pubblicitario evocato e profanato nella
sublimazione surrealista, penetrante cadenza il suo ritmo percorrendo
l’asfittico, adrenalinico e agnostico vivere contemporaneo. Teatralizzante
il suo istrionico incedere in salse variopinte, persino iperrealiste,
traboccante del carico e delle caricature dell’odierna farsa cui si è
sottoposti esistendo. Analogie ed allitterazioni, provocatori retaggi di
avanguardie, persino il turpiloquio tra i possibili ingredienti di questo
“frappè linguistico più analogico che logico”, come giocosamente lo chiosa
Claudio Comandini. Un uso della lingua a tutto campo, infarcito di citazioni
latine ma anche di francese, di spagnolo e di gergo autoctono. Saltellando e
sillabando non si rinuncia neppure ai cartoon tra qualche Mumble-mumble
e le invettive di Bambini & sciacalli. Visionario
allucinato, prossimo alle tematiche dell’assurdo e ben cementato nel
Novecento. Lunga è la sfilza dei personaggi citati, un gossip senza
precedenti e distinzioni, da Shiva ai fratelli Marx passando per Giulio
Andreotti che, senza esitazioni, davvero lo apprezzerebbe. Contiene persino
un versetto satanico, quello “in cui Maometto finisce di digerire l’arista
di maiale” e, a seguire, in meno di tre righe c’è spazio per Buscetta, il
Canaro, Rauti, Cossutta, Stalin e Hitler. Più nitido, divenendo a tratti
persino lineare ed uniforme, emerge il rammarico struggente per quegli anni
autenticamente impegnati e perduti in KM1999. Scontato il
confronto col Palazzeschi più “giocoso e divertito” per Comandini che, nella
sua “pirotecnica invettiva”, intravede come meno approssimativo un
accostamento a Zanzotto e la sua “sfrenatezza plurilinguistica”. Preciserei
ascendenze nel dadaismo più sincretico e performativo ma poi, vedendolo
operare dal vivo, il poeta inevitabilmente si personifica nel personaggio,
piuttosto che indagarlo e dissacrarlo. Resta la provocazione, onnipresente,
tra trombette, tamburelli e campanellini, ma a prevalere, in questo caso, è
lo stereotipo del menestrello. “Strisci a ridosso del fosso/come cobra
zebrato con gli occhiali da sole” è l’incipit di Serpentario dove “la
catarsi del muco” ci conduce alla “Fattoria globale”, “eroina filosofica”
prodotta dai “maiali di Orwell”: “un’altra guerra di TROIA”, la “lotta fra i
Titani e gli dèi del mio Tartaro”, il “cancro del Tropico”. Incipit
è anche titolo nonché testo d’apertura della plaquette,
implosivo nelle sue “erezioni sottocute”, “svilito virilmente” in un
“congiuntivo che è congiuntivite”. Bluff (forse non è un caso) è
apparso anche in televisione oltre ad essere già presente su diverse
antologiche, come nel caso di gran parte del materiale qui riprodotto.
Psicofantaossessioni denota inventiva e ricerca in un lungo e opportuno
percorso d’incubazione. È un libro che racchiude lavoro, sintesi di una
feconda evoluzione forgiata tra grovigli di eredità eterogenee, per questo
“senza calchi di modelli immediati”, come ribadisce Comandini constatando
una buona ragione per consigliarne la lettura. |