Racconti

http://www.gcwriter.com

 

Per una volta che sto seduto comodo...

di Rosa Corvo

 

….mi si ficca in testa che se si vuole lavorare bisogna essere flessibili, che c’è la mobilità e che a me mi hanno mobilitato. Spedito flessibile in una succursale su… al fronte no, però quasi.

Quasi in montagna, non per obbligo, solo se volevo continuare a lavorare flessibile, cioè pigliare lo stipendio.

Lassù dove mi hanno mobilitato il fatto della montagna ci preoccupa un po’ tutti.

Viviamo a valle, in una città che è una pozza di nebbia, che è una zuppa semidensa, pan bagnato.

Si lavora, si dorme, si mangia, nei limiti si è pure contenti. È la montagna che risulta indigesta.

La montagna sta lì. Ci muoviamo di qua e di là, in piano, finché, non si sa come, qualche strada sale.

Certe volte si segue una gobba del terreno che si livella presto, certe altre volte la strada, che non si vede perché è il fondo del piatto di zuppa, si inclina parecchio e porta verso campi alti, i boschi fitti, le rocce pelate, le cime.

Quando si sale per davvero la nebbia prima o poi scompare.

Ero stato appena mobilitato e stavo in quella città da poco tempo, sono salito passo passo per una china presa a caso. Pensavo che fosse un’altra gobba, su e giù e finito.

Invece quella gobba non finiva mai e la mia testa ha bucato la superficie e io sono emerso dalla zuppa. Una bella sorpresa.

Dalla zuppa di nebbia dopo la testa è emerso il nodo della cravatta e il colletto della camicia.

La luce del sole mi ha impresso in una specie di foto tessera.

Per essere sicuro di non essere un’impressione ho tirato fuori il braccio sinistro che è emerso dalla zuppa senza rumore.

Non ero solo, c’era un’altra testa, cornuta questa, che mi ha gettato un occhio.

Al collo dell’altra testa non pendeva una cravatta, ma un campanaccio, che ogni tanto suonava.

L’altro, ossia la mucca, ha capito che non contavo niente e ha rituffato la testa sott’acqua, ossia nella zuppa, come fanno le papere quando pescano il muschio. Subito dopo ho visto le montagne. Ecco lì dove erano finite tutte le montagne di cui avevo sentito parlare, cavolo, fin laggiù e poi più in là, alte come cristi verdi fino a un tratto e per il resto candide fino a su su.

Sono rimasto ammirato e ho portato il resto del corpo all’asciutto, fuori della zuppa e sotto il sole. Mentre stavo seduto sulla sponda del gran mare di nebbia, una sponda d’erba rasa, mi è venuto in mente di noi che viviamo immersi qua sotto, come pesci.

Neanche trote, che amano le acque trasparenti, ma lucci o tinche o carpe coi bargigli, pesci che frugano nell’acqua melmosa e inghiottono tutto e dopo sputacchiano via quello che non è buono da mangiare. Cosa sputacchio io?

La testa di un bambino balzella, compare e scompare nella zuppa, finché non raggiunge la mucca.

Mi alzo e vado verso un bosco di alberi di Natale.

Per terra ci sono le pigne, una pigna è giallastra e ha un buco nel cuore.

Fumava troppo e faceva poco moto, lassù nel cielo azzurro, maledette sigarette, o farfalle.

Le cose stanno così, prendere o lasciare. Non ero preparato e allora ho dovuto lasciare.

Ho lasciato il bosco e poi l’isolotto d’erba dov’ero approdato; anche senza correre, c’è voluto un attimo per essere di nuovo sommerso nella zuppa.

Il giorno dopo ho raccontato questi fatti ai miei nuovi colleghi. Nessuno è rimasto colpito.

Da principio non è rimasta colpita neppure la signora Miladò, però dopo, a forza di insistere… Miladò non è un soprannome, è una promessa.

Semmai il soprannome sarebbe Fata Turchina. La chiamano così perché si tinge i capelli di azzurro e perché pare che non sia mai accaduto che a qualche Pinocchio astinente sia cresciuto il naso e lei non sia accorsa in sollecito aiuto. Miladò… cinquant’anni minimo, ma ben portati.

Forse la faccenda del naso è una malignità, forse no; in ogni caso Miladò si dice lieta del mio invito.

Il prossimo sabato verrà con me oltre la zuppa, a vedere le montagne.

Quando si è saputo, i colleghi hanno ciarlato come fossero parrocchetti, verdi, d’invidia può darsi.

All’appuntamento io mi sono presentato bardato, vestito pesante. Ho dovuto aspettare alla fermata delle corriere che arrivasse Miladò, abitava in un paese vicino, ma non in città.

Ho aspettato un’ora, che cavolo. Come se non bastasse il ritardo quella si è presentata con indosso una pelliccetta, un vestitino attillato, le scarpe con i tacchi alti e le calze di seta.

Si era pure fatta ritingere i capelli ed era tutta truccata.

Le ho domandato dove pensava che potessimo andare alle otto di mattina, lei conciata in quel modo e io vestito da alpinista. Miladò è arrossita e ha chinato la testa.

Il fatto è che nella zuppa di nebbia diventiamo come pastina da brodo.

La pastina da brodo ha un sapore se la si mangia quando la minestra è ancora calda, ma si gonfia e si gonfia e diventa una poltiglia insipida se la si lascia andare a se stessa.

La pastina s’imbeve di brodo e il peggio è che così non sa più né di pasta, né di brodo.

Comunque ho portato Miladò su per la strada di montagna. Mi ero fissato.

Sali e sali, le nostre teste sono sbucate dalla zuppa, la mia un po’ prima perché sono più alto.

Quando siamo emersi ho mostrato a Miladò tutta quella grande bellezza: era tutto celeste e bianco e verde e giallo e rosa come di latta e di fresco dipinto.

Miladò avanza, approda nel prato e mi guarda mentre già trema per il freddo.

Mi confessa che trema perché sotto i vestiti non indossa biancheria. Timida e collegiale, si direbbe. Mentirei se dicessi che il naso non mi è cresciuto, però, ragazzi, un monte di Venere è un monte di Venere e una montagna è una montagna!

Poi sotto ci doveva essere uno scherzo, ne sono convinto anche adesso.

Allora mi metto in marcia e lei mi segue, cammina in bilico prodigioso sui tacchetti, ostacolata dalla pelliccetta, dal vestitino e dalla tinta per i capelli. Nel bosco Miladò trova parecchie pigne e tre o quattro finferli. Quando il bosco finisce, all’inizio della pietraia, si ferma, mi prende per mano, mi vuole baciare, tenta di mettere il sale sulla coda agli uccellacci e agli uccellini. Ma santo Iddio!

Oltre tutto fa freddo e la Fata non si spoglia neanche un po’, anzi si imballa di più nei precari indumenti che ha in dotazione, per cui si accontenta di concupirmi a parole e con la mimica.

Le rocce sono nere e bianche e lucide: una questione per i grandi uccelli con le ali robuste, per i quarti posteriori dei caprioli o degli stambecchi, una questione per gli occhi di capra e i polmoni delle lepri, per la voce dell’orso.

Il nostro è un passo insufficiente, ancora di più poiché Miladò è improbabile, vacillante.

Finisce che, ormai è sera, in prossimità del primo rifugio, me la carico in braccio con tutte le sue carabattole e procedo lentissimo.

La porta del rifugio è mezzo aperta, si entra in un ambiente ben tenuto, umile.

Non ci sono altre persone.

Depongo Miladò su una delle quattro brande a disposizione ed esco a raccattare un po’ di legna. Ritorno con il fiatone e rami, rametti, pigne e ciocchi belli grossi. Il fuoco va su e giù.

Miladò si alza dalla branda e mi viene vicino; è stravolta, disfatta dalla fatica e le tremano le mani. Mangiamo una scatola di carne, lo stambugio si riscalda un po’.

Non so che dirle, fare mi piacerebbe. Mi piacerebbe sdraiarmi sul letto e fumare muto e solo, però c’è quella presente e non posso e allora tiro fuori un mazzo di carte.

Giochiamo a scopa e Miladò che è pure mezzo addormentata, vince.

Per animare il gioco decidiamo di giocarci qualcosa.

Fuori è notte, Miladò si rianima, mangia i biscotti secchi e altra carne in scatola, beve dal collo di una bottiglia di vino, senza volgarità. Io fumo, gioco e perdo.

Andiamo avanti così fino a quasi mattina: se io faccio gli ori lei incassa il settebello, la primiera e le carte. Mi subissa di scope. Perdo tutto meno l’orologio e gli scarponi che non ho voluto giocarmi. Dopo dormiamo, uno da capo e uno da piedi, nella stessa branda e sotto un mucchio di coperte perché fa freddo e il legno si è spento.

La mattina si presenta ferrea. Una corazza luminosa e fredda, rigida fino al cielo celeste.

Ho gli scarponi, i calzettoni e la sua pelliccetta addosso.

Lei è vestita come me il giorno avanti, ha indosso la roba che ho perso di notte, ma porta ancora le scarpe con il tacco alto.

Facciamo qualche passo verso la montagna, la vera roccia e le strisce di ghiaccio, ma rinunciamo presto, un’oretta o due, perché a lei si sfondano le scarpe e io muoio di freddo.

Ritorniamo al rifugio e ci restiamo fino alla mattina dopo.

Io faccio un sacco di solitari: fortunato in amore, buona salute, affari mediocri, mentre lei cuce tranquilla, persino rassetta il bugigattolo. Non passa nessuno.

Benché sia vietato Miladò raccoglie molte grosse margherite e io parecchi finferli.

Ci facciamo cena, con i finferli.

Siccome non siamo scoiattoli ma pesci di palude la mattina successiva prendiamo la via del ritorno, io con le mie scarpe e i suoi vestiti e lei con i miei vestiti e le sue scarpe.

Senza lo scontrino non si accettano cambi.

Lei mi ridarebbe tutto indietro se io cedessi i miei scarponi, ma è proprio quelli che non voglio cedere. Infatti non li cedo, né li cederò.

Tornati come siamo in città appariremmo ridicoli, io più di lei, se la nebbia non ci celasse.

Un po’ buffi, nebbia o meno, sembriamo lo stesso.

A parte gli altri soprannomi che ci dobbiamo aspettare nel futuro, poteva finire molto peggio.


 Stampa questa pagina

 Segnala questa pagina a un amico