Racconti

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Pensieri di un rinchiuso

di Pietro Lotti

 

Che vita, che vita di merda? Cosa ho fatto per meritarmi questo? Gli ultimi anni, gli ultimi giorni di questa vita li dovrò passare qui, qui, rinchiuso, a pensare e a tormentarmi.

Ero un uomo normale, felice, avevo un buon lavoro, sposato con una moglie stupenda e con un figlio. Li ho sempre amati e li amerò fino all’ultimo giorno della mia vita.

Ora, ora chi sono? Forse sarebbe meglio dire cosa sono? Un uomo non credo proprio, un Uomo ora non si troverebbe qui. Sembro più un automa che aspetta di morire.

Spero che quel giorno arrivi presto.

Perché sono qui? Perché? Sono anni che mi tormento, sono qui per colpa di Lei, Lei: una che in un attimo ti fa sentire un uomo, l’uomo più forte al mondo e poi ti lascia solo a morire, non ti riesci più a separare da lei e quando sembra che ce l’abbia fatta ritorna a cercarti. Lei in un attimo ti trasforma da un uomo forte ad un uomo morto, inerme, in un attimo ti abbraccia e poi ti abbandona e ti lascia solo.

Lei ha un nome e tutti la conoscono. Ora poiché non ho niente da fare, oggi non verrà nessuno a trovarmi come sempre d’altronde, vi spiego perché sono rinchiuso qui. Ascolta ragazzo, Ascolta Padre e non seguire il mio esempio, nessuno deve seguire il mio esempio!

Io, prima di finire qui, ero un noto direttore di banche, un uomo rispettato in paese, tutti mi salutavano e molti mi cercavano per avere un aiuto. Avevo molti “amici”, che, caso strano, appena hanno saputo del mio sbaglio, mi hanno lasciato, sono dodici anni che sono rinchiuso in questo stramaledettissimo posto e non ho mai visto un “amico”. Quando sei un uomo ricco, tutti ti cercano, tutti vogliono farsi vedere al tuo fianco, tutti vogliono dire alle proprie mogli: «Vedi, cara, quell’uomo è un mio amico» e poi quando “quell’uomo” sbaglia, tutti dicono di non averlo mai conosciuto.

La mia banca era la più famosa della città, tutti sognavano di possedere una cassaforte nella mia banca. La mia vita era davvero da sogno. Ero sposato con una donna stupenda che mi ha sempre amato, non apparteneva al mondo ricco anzi odiava quel mondo. Lavorava come professoressa di un liceo artistico in una scuola che comprendeva anche asilo, elementari e scuola media, una scuola gestita da salesiani alla periferia della città, una zona dove i ragazzi non erano entusiasti di andare a scuola preferivano di più “farsi un cannone” come dicevano ogni volta che mia moglie passava dalle loro parti per farli entrare a scuola.

Lavorava sei ore al giorno e percepiva uno stipendio che anche il mio lava vetri guadagnava di più. Molte volte le avevo detto che se voleva lavorare con me bastava che me lo dicesse e un posto glielo avrei trovato, ma lei diceva che amava quel lavoro. Come faceva ad amare un lavoro così, non l’ho mai capito.

Ci amavamo moltissimi e volevamo anche avere un figlio, ma sfortunatamente i nostri tentativi erano sempre vani. Ogni mattina speravo che mia moglie mi dicesse: «Caro, aspettiamo un figlio. Ho fatto il test» e invece ogni mattina mi svegliavo e bastava solo uno sguardo per capirci.

Una mattina mi sveglio presto, verso le 6, la mattinata era piena d’impegni, vedo mia moglie già sveglia che mi guarda felice manco avesse visto il Papa, e dice quelle magiche parole: «Aspettiamo un figlio». Ora con l’arrivo del bambino, con un lavoro ottimo, una moglie stupenda, pensavo davvero di essere un miracolato, un predestinato da Dio.

Aspettavo impaziente quei nove mesi che mi separavano da mio figlio, un maschio secondo il ginecologo.

Una notte di settembre, mia moglie comincia ad avere le doglie: il nostro bambino stava per nascere.

Corriamo all’ospedale e dopo quattro ore l’ostetrica esce dalla sala parto.

«È lei il padre?», chiede.

Rispondo di si, allora lei sorride e dice: «È diventato padre». Subito comincio a saltellare come un bambino, ero felicissimo, ero orgoglioso di avere un figlio.

Era un bambino biondissimo, sembrava un angelo e infatti in ogni recita scolastica lui era sempre l’angelo. Ora voi, credo che pensiate che io, a quel tempo, abitassi in una superba villa a Portofino vicino a ville di noti attori e invece vi sbagliate. Abitavamo: io, mia moglie e l’angelo in un appartamento modesto di un palazzo di quattro piani, non abitato da famiglie perbene e illustri.

L’appartamento era al penultimo piano, ed era composto da tre stanze più il bagno, la cucina e s’affacciava su un viale alberato e isolato che era diventato una strada a luci rosse.

Ogni notte vedevo passare giovani, anche figli di papà, con un’auto scoperta che si avvicinavano alle prostitute e con loro passavano le dolci notti.

Affacciato al mio balcone ho visto imprenditori, qualche collega banchiere, un barbone che con quelle poche lire che gli davano non le spendeva per sfamarsi ma per andare a puttane.

Una notte però rimasi davvero sconvolto, vidi passare, nel magico viale alberato, una macchina nera molto bella e nuova, sembrava da poco uscita da una concessionaria.

Dall’auto scese un uomo sulla quarantina, chiamò per nome una ragazza, non ricordo bene il nome che disse, comunque se la portò in auto, fece salire prima lei e poi salì lui e chiudendo la portiera fece attenzione a non fare incastrare il saio nella portiera: era un frate.

Ho visto centinaia di giovani e speravo sempre di non veder mai parlare con una di quelle ragazze, mio figlio.

Una di quelle ragazze abitava anche nel mio palazzo, era tutta casa e lavoro la giovane ragazza.

Parlava strano, doveva essere per forza straniera, credo dell’Est. Doveva essere una di quelle ragazze che vengono abbindolate da uomini che promettono loro un futuro in Italia roseo; e poi appena arrivate qui le costringono a prostituirsi.

Un giorno la portiera del palazzo mi disse che la donna aveva una relazione con un ragazzo nell’appartamento e quindi pensai che la donna era stata raggirata proprio da un ragazzo che abitava nella mia stessa abitazione.

Abitava nell’appartamento di fronte al mio e ogni sera sentivo il baccano che faceva con i suoi tacchi a spillo mentre saliva le scale e apriva la porta, sempre in compagnia di un cliente perché la donna lavorava anche in casa, non si staccava mai dal suo lavoro.

Non ho mai saputo se avesse i capelli neri, biondi o rossi perché ogni notte la vedevo con una parrucca diversa.

Al primo piano abitava la “Signora delle Spie”, “Sua Maestà L’Impicciona” amo definirla ora, infatti, lei sapeva tutto di tutti; volevi sapere con chi metteva le corna la signora del secondo piano, lei te lo diceva, volevi sapere se il giovane che abitava al primo piano era gay, lei te lo diceva.

Ma forse faceva meglio a pensare ai fatti suoi perché non si poteva proprio definire una santa, infatti, prima di diventare una semplice portiera impicciona era passata da una vita da signora ad una vita da povera. Infatti, prima era sposata con un noto avvocato dell’Interland milanese, ma questi morì in un incidente d’auto lasciandole una forte somma di denaro che lei sperperò nei casini d’Italia e di Francia e in pochi anni si ritrovò senza una lira e a vagabondare per le strade, poi grazie ad una sorella riuscì a comprarsi un appartamento nel palazzo. Ora lei dice che è cambiata e allora perché non crederle, tutti possiamo cambiare, chi da cattivo può diventare buono e chi da buono può diventare cattivo, come me. Questa bella storia me la raccontò lei i primi giorni che io venni nello stabile, aveva bisogno di sfogarsi mi disse.

Abitava da sola con un gatto o una gatta, non c’ho mai fatto caso, era vedova e non aveva neanche un figlio o una figlia che sicuramente l’avrebbe aiutata nei lavori domestici, ma forse è stata una fortuna non avere un figlio perché sicuramente vista la zona o sarebbe diventata una puttana o uno spacciatore.

Nell’appartamento sopra il mio, abitava un uomo molto schivo, l’ho sempre visto affacciato al balcone e fissava con i suoi occhi neri tutte le persone che entravano nel palazzo.

Abitava in quel palazzo da pochi mesi, era un tipo molto solitario, infatti, non l’ho mai visto parlare con nessuno.

Appena venne ad abitare nell’appartamento, dove una volta abitava un uomo anziano oramai defunto, chiesi subito informazioni all’Impicciona, che mi diede un dettagliato resoconto di tutta la vita del signor Solitudine: mi raccontò vita, morte e miracoli, come si suol dire.

Era figlio di una prostituta e di un cliente che non sa di essere padre di quest’uomo, e forse per lui è una fortuna. La madre dovette abbandonarlo davanti all’orfanotrofio di una chiesa e qui il ragazzo visse per quindici anni, perché poi in una notte d’agosto prese i bagagli e tolse il disturbo scappando per la scala antincendio.

Subito incominciò a conoscere le regole della strada e della sopravvivenza senza una lira. Cominciò a lavorare alle dipendenze di uomini potenti, non potenti perché erano imprenditori, ma perché rubavano, estorcevano denaro e uccidevano. Non potevamo certo aspettarci che un uomo così sarebbe diventato un prete, era logico che avrebbe preso questa strada.

Incominciò a far lavoretti per varie cosche camorriste, uccise molti personaggi di spicco di cosche rivali per conto del suo boss. Varie volte fu arrestato, ma riusciva sempre a cavarsela per scorciatoie “legali”.

Una volta, continuava a raccontare “Maestà Impicciona”, fu addirittura ferito in uno scontro tra due bande rivali e, infatti, ricordo di aver letto una volta una cosa del genere.

In quella spaventosa faida tra clan morirono quarantotto persone, tutti uomini con l’hobby di vendere droga, rubare e uccidere che cominciarono a scontrarsi fra loro per avere il dominio in città.

Fortunatamente la ferita non lacerò nessun organo vitale e quindi lui continuò la gavetta da camorrista. In pochi anni divenne il Boss della zona ovest della città, il Capo di quella zona. Una notte di gennaio una telefonata anonima disse al commissario della polizia locale di un certo summit che si stava svolgendo in un casale abbandonato. La polizia accorse in gran numero in quel casale e trovò una trentina di persone che discutevano tra loro di affari strani. Furono tutti arrestati per spaccio di droga, e tra le persone c’era anche il signor Solitudine.

Ebbero tutti solo dieci anni di carcere, perché per nessuno di loro fu avanzato il reato di omicidio. Terminati questi anni, il signor Solitudine lascia il carcere e viene ad abitare sopra di me. Da quando l’uomo abita qui ho visto affluire decine di giovani verso il suo appartamento, son sicuro che continua a vendere droga, non ha voluto abbandonare, neanche lui, il suo lavoro. Avete visto che minuziosa precisione nel raccontarvi la sua vita? Tutto grazie all’opera della “Signora delle Spie”.

Di fronte al suo appartamento abita una coppia di sposi molto movimentata, non passa neanche un secondo senza che loro incomincino a litigare.

Litigano sempre e la causa è sempre la stessa, lui è convinto che lei abbia un amante, ma la signora insiste e dice che sono solo malelingue, e si definisce una Santa. Secondo la portinaia, la storia dell’amante segreto è vera; infatti, lei è convinta di aver visto, quest’uomo, di notte, entrare nell’appartamento della Santa, quando il marito era fuori per lavoro.

Ma dico io, se litigano sempre, perché non divorziano e ci lasciano in pace, facevano un casino incredibile, non volavano solo parolacce ma anche piatti, bicchieri, vasi.

Un po’ mi dispiace per il Cornuto, ma anche lui se l’era andata proprio a cercare, doveva per forza sposarsi una donna così.

Avete visto che individui abitano nel mio palazzo? Non credete che siano finiti dovete ancora conoscere lo Stilista.

Abitava nell’appartamento di fianco al mio e di fronte a quella della signora “Tacchi a Spillo”.

Era un tipo molto strano, si vestiva con abiti luccicanti, amava soprattutto abiti rossi che indossava con non chalanche fregandosene dei giovani che appena lo vedevano gridavano: «Ricchio’, Ricchio’» e, infatti, lui era un gay dichiarato.

Un giorno, mentre stavamo giocando a carte, l’Impicciona mi raccontò la storia dello Stilista.

Mi disse che era figlio di un poliziotto con molti gradi, pensai che non doveva essere un semplice agente ma un commissario o uno più importante, e di una professoressa di latino.

Era cresciuto nell’Italia bene aveva avuto un’infanzia felice come tutti i figli di papà, ma lui si sentiva un diverso, un omosessuale e non riusciva mai a confessarlo ai suoi genitori: aveva paura delle loro reazioni.

Un giorno, però riuscì a confessarsi e dichiarò tutto e disse che in un’auto parcheggiata in strada lo stava aspettando il suo primo amore. Un uomo sulla quarantina, la madre non ci vide più e lo cacciò di casa. Fortunatamente non si demoralizzò e continuò la sua strada nel mondo degli abiti, voleva diventare uno stilista e ci stava riuscendo. L’appartamento in cui andò ad abitare con il suo uomo, era quello di fianco al mio.

Sopra il suo appartamento, poi c’era un uomo che rare volte ho visto per strada, stava quasi sempre in casa. Era un uomo solitario, schivo e molto triste a causa della sua gobba.

Aveva una gobba e quindi tutti i passanti appena lo vedevano o passavano sull’altro marciapiede o cercavano di sfiorarlo, perché si dice che sfiorare un gobbo porti fortuna.

Nel suo appartamento non ho mai visto entrare nessuno fuorché prostitute. Infatti, ogni sera di nascosto scendeva per il viale si prendeva una prostituta e la portava nella sua casa, il “Gobbo”non aveva mai posseduto una vera donna ma solo baldracche di mestiere.

Ora pensate a quanto questi poteva essere così schivo se neanche l’Impicciona sapeva tanto di lui, ma secondo me per avere informazioni sul suo conto bisognava chiedere alla signorina “Tacchi a Spillo”, era una delle sue “ragazze” preferite, ma (s)fortunatamente non avevo molta amicizia con la signorina.

Al secondo piano dello stabile come nell’intero palazzo c’erano tre appartamenti, tutti e tre erano abitati da giovani. Nell’appartamento sotto il mio abitava un ragazzo molto alto, poteva benissimo essere un giocatore di basket, dai capelli rossi, e proprio per il colore dei capelli in paese tutti lo chiamavano il “Rosso”.

Non lavorava o almeno non lavorava in modo onesto, il suo lavoro pagava bene ma non era quello che ogni madre si augura per il figlio, Il Rosso faceva lo stesso lavoro degli altri suoi vicini di casa, infatti era uno spacciatore.

A differenza, però del Signor Solitudine nessuno dei tre giovani era stato mai arrestato, erano stati schedati dalla polizia ma mai arrestati.

Il Rosso non aveva una ragazza fissa, perché ogniqualvolta lo incontravo per strada si baciava con una ragazza diversa. Abitava da solo in casa perché i genitori, saputo della vita del ragazzo, decisero di tagliargli i fondi e ogni tipo di contatto. Lui non aveva né bisogno di denaro e né di affetto familiare, lui era felice così.

Di fronte al suo appartamento c’era il “Bello” era così che lo chiamavano in paese. Era alto, aveva capelli neri come gli occhi, e per me quegli occhi erano solo neri, invece per le ragazze erano profondi, ammalianti, sensuali, un suo sguardo le faceva cascare per terra, ma…, per me erano semplici occhi neri. Aveva un fisico aitante e muscoloso frutto di anni di palestra. Come detto prima, anche lui era uno spacciatore e ammaliava le sue prede femmine sia con la roba che con gli occhi.

Viveva lì da solo, poiché la madre e il padre erano morti da anni a causa di un incidente, mi disse l’Impicciona, ma a quest’incidente non c’ho mai creduto secondo me i genitori hanno capito l’andazzo che stava prendendo il ragazzo e l’hanno lasciato da solo, ma anche lui come il Rosso non sentiva la loro mancanza.

Di fianco all’appartamento del Rosso, invece, abitava un senegalese con i capelli lunghi neri che lui li legava in lunghe trecce rasta assomiglia a Bob Marley e gli assomiglia in tutto e per tutto anche nell’hobby del fumo. I suoi genitori non avevano una casa e vendevano CD, DVD, cassette in giro per il mondo mentre il figlio tranquillamente qui in Italia spacciava droga.

Questo era il cosiddetto Triangolo della Droga, ogni giovane entrava e sceglieva se andare dal Rosso, dal Bello o dal Rasta, poi insieme i tre si dividevano il guadagno e questa vendita a detta di molti fruttava molto denaro.

Ora restano da descrivere altri due appartamenti, quello a fianco e quello di fronte a sua Maestà L’Impicciona. Il primo appartamento è decorato nello stile antico, quindi ci sono tutti mobili arte povera, talmente povera che ci sono solo tre mobili. La casa è formata da tre stanze più la cucina, il bagno e un gran ripostiglio. Il secondo appartamento invece è arredata in stile etnico, luci soffuse, odori indiani, mobili di legno stile africano. In quella casa però c’è un mobile molto strano, mi disse la portinaia, perché, sempre secondo lei, in quel mobile fu trovato lo scheletro, non si è mai saputo però se si è trattato di uno scheletro di un uomo, di una donna o di un bambino rapito; non so se questo sia storia vera o una pura leggenda, io mi attengo a raccontarvi solo quello che mi ha detto l’Impicciona.

Ora sono sicuro che voi vi aspettate di trovare, nei due appartamenti, altre due persone strane e invece no, non troverete nessuna persona strana, infatti, vi ho fregato gli appartamenti sono vuoti da anni. Sono sicuro che voi nelle vostre stupide teste abbiate pensato: «Ci abiterà uno psicopatico che uccide per divertirsi o un serial killer che uccide puttane o un pedofilo che ha seviziato e poi ucciso un bambino, ci sarà un matto uscito da una casa di cura». Poveri illusi, e pensare che anch’io che sono qui vi posso fregare. Pensavate di trovare un matto, poverini, i matti siete voi, non sono gli abitanti degli appartamenti, ma voi. Non ve ne andate però ora, continuate ad ascoltarmi perché non vi ho ancora detto nulla.

Ora tornando indietro, o come dicono le persone di un certo livello, facendo un grande volo pindarico, ritorniamo a mio figlio.

Come era bello il mio angelo, a quel tempo, quei suoi riccioli biondi, quei suoi occhi celesti, era davvero un angelo, un angelo venuto a proteggerci.

Fin da piccolo era stato un prodigio della natura, incominciò a parlare davvero in età prematura, e già a quattro anni conosceva le tabelline, cose che io nemmeno a dieci anni sapevo, ma erano altri tempi, c’erano altri problemi, non era importante sapere quanto faceva quattro per cinque o sette per otto, era più importante cercare di portare qualche soldo a casa che potesse sfamarci.

Frequentò l’asilo, la scuola elementare, le suole medie e anche il liceo artistico nella scuola dove insegnava mia moglie, non l’avrebbe mai fatto, non l’avrei mai iscritto lì, ma cosi è la vita e gli errori si pagano un giorno.

La scuola era frequentata, (non proprio frequentata, ma in ogni caso), da ragazzini che già da piccoli imparavano a saper vivere in una zona come quella. Lì per vivere, sarebbe meglio dire per sopravvivere, bisogna non essere onesti, non essere giusti, non essere fedeli con nessuno, la Lealtà, la Giustizia, l’Onestà, il Rispetto sono parole che non esistono, non si è fedeli, non si ama nessuno, nemmeno la propria famiglia, ho visto fratelli uccidersi tra loro, figli uccidere padri, in quella zona conoscono solo i verbi Uccidere, Rubare, Rapire, conoscono solo le parole Coltello, Pistola, Fucile.

In quel luogo ogni uomo aspira a diventare l’Uomo di quel posto, l’unico Uomo di quel posto, nella loro mente non c’è posto per due Uomini.

In quella zona ognuno si guarda alle spalle per paura di essere pugnalato di sorpresa, tutti dormono con la pistola sotto il cuscino, e poi la mattina si alza, prendono il giornale e trovano scritto “Muore trucidato nella notte il consigliere del Boss di *****”, “Ucciso con cinque pugnalate il Boss di ******” e ringraziano il cielo per non essere loro quei consiglieri o quei Boss.

In quella zona, poi, vige la legge dell’Omertà, l’unica legge di quella zona; in quella strada tutti vedono, tutti sentono, tutti sanno, ma appena arriva un poliziotto nessuno ha sentito nulla, tutti dormivano beati, tutti erano da un’altra parte.

In quella zona non ho mai visto rientrare a riabbracciare i propri figli, un uomo che è andato a “cantare” al commissariato, qui nessuno ama il “Cantante”, il Pentito è un uomo morto che cammina, il Pentito sulla propria testa c’ha la colpa della sua morte.

Molti chiedono il perché di questo, se vai lì e chiedi il perché ti risponderanno insieme, quasi come se fossero in coro: «O’ Pentit’ è nu guappo e carton e pà legge ra via è cundannat» che per quelli che non capiscono il dialetto significa, Ascolta bene, «Il Pentito è un Re di Cartone e per la legge della strada è condannato» e io aggiungerei che insieme a lui è condannata anche la sua famiglia, i suoi genitori e addirittura anche i parenti alla lontana.

In questa zona sono attori, non principali, ma importanti anche i più piccoli (dodici - sedici anni). Ho visto, quando andavo a prendere mio figlio alla scuola, suoi compagni di classe che facevano le vedette.

Vestiti con una maglietta e con dei jeans dai quali sbucava una pistola, dicevano ai malintenzionati, a volte anche ai poliziotti: «È meglio se cambi strada» e chi non cambiava strada in un attimo poteva andare ad incontrare San Gennaro. Un colpo secco al cuore e bye, bye. Saltavano sui motorini e scappavano: nessuno aveva visto niente. Erano tutti distratti. Fatti loro.

Mio figlio non era uno delle vedette, ma diciamo …aveva il “lasciapassare”. Ho cercato di non fargli frequentare gente così, ma lui mi diceva sempre che non diventerà mai come loro e perché non credergli fino a prova contraria a quel tempo non l’ho mai visto con uno spinello in mano o roba del genere.

Gli anni passarono, mio figlio era un ragazzo bellissimo, aveva tantissime ragazze che avrebbero pagato per poter dire di essere la ragazza di mio figlio, ma lui amava già una ragazza, addirittura alla follia, mi disse una volta.

Sfortunatamente non mi presentò mai questa ragazza, questa Innominata che l’aveva fatto diventare folle. Non aveva mai abbandonato, però, gli amici di quel tempo, continuava a trascorrere con loro le notti, ma continuava sempre a giurarmi che non prendeva mai parte ad un omicidio o ad una rapina, nemmeno come “palo” diceva.

Per un lungo periodo, fortunatamente, incominciò ad abbandonare gli amici, e a dedicarsi completamente alla sua ragazza: l’Innominata, la ragazza che non ho mai visto. Ora però vi dico un segreto, prima vi ho detto che non conoscevo la sua ragazza invece una notte li…. come dire, pedinai, suona un po’ forte, meglio dire, li seguii.

Era Ferragosto, non ricordo l’anno ma era di sicuro Ferragosto, saranno state le dieci di sera e io da poco avevo finito una cena di lavoro con un direttore di una banca svizzera, quando da lontano vedo mio figlio abbracciato ad una ragazza, siccome non avevo niente da fare a casa, li seguii per vedere il volto della ragazza senza nome.

Si fermarono in un pub e mangiarono sotto l’attento sguardo di un padre che vede dalla finestra del pub il figlio e la ragazza. Vedo distintamente la ragazza e dal viso mi sembrava di averla già vista da qualche parte, ma non ricordavo dove. Finita la cena, i due tornarono a casa e io per non farmi scoprire tornai con una mezz’oretta di ritardo. La mattina dopo andai dal panettiere al centro del paese, facevo volentieri quei chilometri per arrivare al centro e comprare il pane da lui, perché era un mio amico da anni. Quante ne abbiamo fatte.

Mi faccio dare due cafoni di pane, quando all’improvviso vedo una giovane ragazza nel retrobottega del panificio intenta ad impastare il pane e ricordo di averla vista insieme a mio figlio, ne ero sicuro, era proprio lei l’Innominata.

Sorpreso e curioso, chiesi al panettiere il nome della giovane e lui mi disse con un sorriso: «Quella giovane ragazza è mia figlia, la bambina che molte volte ti prendevi in braccio». Tornai indietro con la memoria e ricordai tutto. In un attimo spuntò anche sul mio viso un sorriso, avevo tanto sperato che mio figlio s’innamorasse di una ragazza perbene e non di una ragazza della zona che lui frequentava con gli amici.

Gli amici, quei maledetti amici, prima avevo detto che li aveva per un po’ abbandonati, ma finito quel periodo era tornato con loro.

Continuava sempre ad essere fidanzato, ma continuava anche ad incontrare più spesso gli amici.

Furono loro quelli che lo portarono sulla cattiva strada, passò da un giovane amante della vita ad un giovane amante del divertimento meccanico: la Droga.

Mio figlio si drogava, sì proprio lui il mio angelo si drogava, e la colpa, la colpa di tutto è dei suoi maledetti amici, quei maledetti drogati di merda.

Una notte, saranno state le tre di notte e stavo dormendo, quando all’improvviso fui svegliato da un rumore sordo, mi alzai di scatto e andai a vedere da dove provenisse.

Andai verso il bagno e vidi la porta chiusa a chiave, pensai ai ladri, ma poi sentii la voce di mio figlio, non sentii la voce, ma i suoi lamenti.

Era mio figlio, il ragazzo che stava rinchiuso in bagno e non si sentiva bene, i lamenti divennero sempre più forti e poi all’improvviso sentii un rumore ancora più forte di quello di prima: mio figlio era caduto.

La porta chiusa, porco Giuda, e mio figlio era svenuto a terra e non dava segni di ripresa, anzi dal buco della serratura vidi che gli usciva dalle labbra un liquido biancastro.

Diedi vari calci alla porta, ma era inutile non cascava, continuava a separarmi da mio figlio.

Continuando dieci, cento, mille volte, ma continuava ad oppormi resistenza. Sentito il rumore anche mia moglie si destò dal sonno e corse a vedere cosa stava succedendo.

All’improvviso vidi dal foro che mio figlio si stava alzando, stava cercando di alzarsi e piano piano si avvicinava alla maniglia e cercava di aprire la porta e girò meccanicamente la chiave e cascò di nuovo a terra.

Immediatamente spalancai la porta e lo caricai sulle spalle, e lo portai in ospedale.

Mio figlio era incosciente, cercavo di svegliarlo, ma era un tentativo inutile, cercai di arrivare in ospedale il più presto possibile, e fortunatamente a quell’ora il traffico non c’era.

Giunto in ospedale, due barellieri assonnati lo portarono al Pronto Soccorso e da lì in poi i medici si presero cura di mio figlio.

Lo rianimarono e gli fecero una lavanda gastrica, poi il medico che aveva assistito mio figlio, mi prese in disparte e mi condusse nel suo ufficio dove disse: «Suo figlio si droga». Rimasi sconvolto e impietrito.

I medici mi diedero il lasciapassare per poter portare mio figlio a casa. Io ero rimasto davvero sconvolto, non sapevo cosa fare, se dirlo a mia moglie o parlare direttamente o parlare anche con la sua ragazza per vedere se anche lei ne era al corrente.

Decisi prima di parlarne con mia moglie e quando lo seppe vidi il suo volto passare dal rosa al bianco pallido, pensavo davvero che sarebbe svenuta e invece resistette, ma scoppiò a piangere e m’abbracciò.

Mio figlio si riprese ed io non gli dissi nulla, non gli dissi che sapevo che si drogava, non sapevo come avrebbe reagito, avevo paura, avevamo paura che se ne andasse per sempre e per noi lui era l’unico figlio.

Non parlai, ma cominciai a seguirlo come un detective, sapevo dove andava la sera, chi frequentava, a che ora accompagnava a casa la sua ragazza, tutto sapevo.

Sapevo anche a che ora cominciava a fumarsi il primo spinello, a che ora passava al secondo, a che ora decideva di dedicarsi a qualcosa di più forte, tutto sapevo.

Lo vedevo rientrare a casa verso le cinque, non gli dicevo niente, avevo paura, un altro padre avrebbe reagito diversamente, l’avrebbe schiaffeggiato, l’avrebbe chiuso in casa per un mese, io no, guardavo e stavo zitto, sapevo e stavo fermo.

Non scrivo questo per sentire i vostri pareri, per sentirvi parlare, per sentirvi dire: «Ha sbagliato, io avrei fatto così, io avrei fatto colà». Statevi zitti e ascoltate, vi vorrei vedere: avere un figlio e vedere che questi si droga, vorrei proprio far scambio con voi, è meglio che state zitti e ascoltate.

Mi misi in contatto con la sua ragazza (mi feci dare il numero dal padre e con la scusa di parlare con lui, chiamavo la ragazza), e decidemmo di incontrarci in un bar il giorno seguente e gli dissi tutto.

Il volto divenne come quello di mia moglie e cominciò a piangere, ora sapevo che neanche lei non sapeva nulla, mio figlio non l’aveva confessato neanche alla sua ragazza, infatti appena l’accompagnava a casa non tornava a dormire ma andava dagli amici a drogarsi.

Intanto mio figlio continuava a drogarsi e tornava a casa sempre più tardi e sempre più “fatto”.

Decidemmo insieme alla ragazza di cenare tutti e quattro insieme (io, lei, mia moglie e mio figlio) di sconfessare mio figlio e ad aiutarlo ad uscire da questo tunnel.

La ragazza chiese a mio figlio di voler incontrare i suoi genitori e lui ignaro rispose di sì.

La sera, io e mia moglie li aspettavamo a casa e preparavamo tutti i migliori manicaretti. Vennero verso le venti e trenta. Mangiammo tranquillamente il primo, il secondo, bevemmo il caffè e facevamo finta di non conoscere la giovane.

Arrivati al dolce decidemmo di farla finita e…

«Amore, – cominciò la ragazza ti devo dire una cosa che ti farà rimanere sconvolto.» Il volto di mio figlio si fece sorpreso. «Io conosco già i tuoi genitori e questa cena l’abbiamo organizzata insieme io e tuo padre per dirti una cosa».

«Cosa? Cosa volete dirmi?», rispose burbero mio figlio.

«Sappiamo che tu, come dire, tu…».

«Io, cosa?» mio figlio cominciava ad agitarsi «Io, cosa?», ripeteva.

All’improvviso mia moglie prese la parola:

«Sappiamo che ti droghi, che quei maledetti tuoi amici ti hanno fatto prendere il vizio della droga e tu sei diventato un drogato, ora sei come loro».

«Come lo sapete, come vi siete permessi di organizzare questa messincena, andate tutti al diavolo. E tu, rivolgendosi alla ragazza tra noi tutto è finito vattene, vattene via». Si alzò e prese la ragazza e la trascinò fuori, io mi alzai e stavo per intervenire quando mi diede un pugno in faccia, finii per terra con il sangue che mi usciva dal naso, persi conoscenza e mi risvegliai la mattina seguente. Pensai che quello accaduto la notte prima fosse stato un sogno, un maledetto incubo, ma mi toccai il naso e mi accorsi che non era un sogno, tutto era realmente successo.

Mi alzai e andai in cucina, trovai mia moglie piangente che girava per casa.

Corsi ad abbracciarla e a rincuorarla. «Non ti preoccupare, ritornerà come prima il tuo angelo».

L’angelo tornò verso le quattro di notte, ma non tornò l’angelo dei momenti belli, tornò il diavolo della sera prima. Tornò ancora più “fatto” di prima e puzzava anche di alcool. Aveva anche cominciato a bere. Alcool e droga sono una miscela esplosiva incredibile, e i risultati si vedevano su mio figlio. Mia moglie, una notte, cercò di parlargli, erano le cinque, un orario sbagliato per parlare con mio figlio, divenne una bestia e urlò di tutto contro mia moglie, io non feci niente, non potevo far niente, mi faceva ancora male il naso.

Faceva sempre così, ormai l’angelo che era lui aveva lasciato posto al diavolo, e l’angelo non voleva tornare più.

Una notte chiamo la ragazza, la ex ragazza di mio figlio, piangeva, aveva visto mio figlio per strada che barcollava, aveva cercato di aiutarlo, ma lui l’aveva allontanata in malo modo; mi aveva fatto pietà, continuava ad amarlo sebbene facesse tutto questo.

Mia moglie, invece, si era rinchiusa in se stessa, non parlava più, non mangiava, aveva perso addirittura quindici chili, si era deperita in un modo mostruoso.

Tutto questo per colpa di Lei, la Droga, una che in un attimo ti fa sentire un uomo, l’uomo più forte al mondo e poi ti lascia da solo a morire, non ti riesci più a separare da lei e quando sembra che ce l’abbia fatta ritorna a cercarti. Lei in un attimo ti trasforma da un uomo forte ad un uomo morto, inerme, in un attimo ti abbraccia e poi ti abbandona e ti lascia da solo.

Lei ha un nome che tutti conoscono. Sì, è proprio lei la causa di tutto ciò. Perché cosa avevate pensato? Chi doveva essere, secondo voi, quella Lei? Vi ho di nuovo fregato, voi avevate pensato che quel Lei era usato per una donna. E Per voi chi era quella donna? Secondo me, voi, appena vi ho parlato della ragazza di mio figlio avete subito pensato che era lei la causa di tutto. Ah, Ah, Ah, Che ridere, Come siete belli, vi vedo, state pensando, ma non pensate e Ascoltate, e finitela con i vostri: «Secondo me, è la ragazza del figlio la causa di tutto», «Secondo me, la causa di tutto è la signorina dell’Est», «Secondo me ….». Provate a tenere la bocca chiusa e Ascoltate perché non ho ancora finito ed è ancora presto per riposare, o Voi a quest’ora dormite? Non lo so, ormai qui ho perso la cognizione del tempo, non so più che ore sono, e che giorno è.

Una notte, la notte più brutta della mia vita sento bussare alla porta. Erano le quattro di notte, Chi poteva essere a quest’ora, pensai.

Aprii la porta e vidi due poliziotti che mi dissero in un tono grave:

«Lei è il signor ***********?».

«Sì, sono io. Cosa è successo?», risposi, pensando a qualche marachella di mio figlio.

«Suo figlio è morto per un’overdose». Le parole mi trafissero come una spada trafigge il cuore e…

«Stai zitto che stiamo dormendo, brutto vecchio». Una voce mi fece uscire dal vortice dei ricordi. La Voce era quella del compagno con cui sto passando qui i giorni.

«Scusa, scusa, farò più piano», mi scuso col mio compagno di Sventura.

Allora continuo o mi fermo? Non rispondere tanto decido io e ora ho deciso di continuare.

Dov’ero rimasto? Sì, grazie. Ora ricordo.

Comunicai la notizia a mia moglie, che rimase di marmo, era morta, sì era proprio morta dentro, non riusciva più a farsi capace e gridava: «Me la nguaiat a mala compagnia», cioè: «Me lo ha distrutto la cattiva compagnia».

Dopo due mesi d’inferno morì anche lei e io rimasi solo al mondo. Ero diventato l’uomo più triste del mondo. Da questo momento in poi incomincia il vero racconto e risponderò ai vostri vari perché.

Tutto quello che vi dirò, tutti i minimi particolari li conosco perché… perché….. Il perché non ve lo dico, sono fatti miei.

Come detto prima io abitavo in quello strano palazzo abitato da persone poco raccomandabili.

Dalla morte di mio figlio mi ero chiuso in me stesso e non parlavo con nessuno, non spettegolavo neanche con la portinaia.

Passavo le mie notti a guardare il boulevard riempirsi di ragazze e di giovani in cerca di felicità comprabile.

Vidi il figlio del mio segretario, (bel giovane, tutto vestito bene, con la cravatta blu, le scarpe che dal balcone sembrano filmate, un maglione abbastanza costoso, visto i soldi che do al padre. Secondo me non è mai andato a puttane), il figlio del meccanico di via….. (non ricordo o preferisco non ricordare), il notaio (che con quella moglie!!!! gira con una prostituta), il giudice, il commissario, il povero barbone, tutti proprio tutti sono passati sotto il mio balcone.

In questo modo passano i miei giorni, mi sto tormentando.

Nel mio palazzo vedo decine di giovani entrare nel Triangolo della Droga, vorrei allontanarli, ma ho paura, tremendamente paura.

Una notte, però accadde un episodio (Bellissimo): viene trovato nelle scale il corpo senza vita del Rosso.

La faccia è sfigurata, il sangue è dappertutto, quel bel giovane non tornerà più al suo lavoro.

Ha combattuto e pure molto, si divincolava con tutta la forza possibile, ma è stato prima sgozzato e poi pugnalato per ben… venti… quindici… non ricordo o non….. È meglio che sto zitto.

Poverino, cercava aiuto, gridava come un ossesso.

«Aiuto, Aiuto», ma la sua voce non era ascoltata e nessuno voleva ascoltarla.

Se lo meritava, aveva fatto morire decine di giovani a causa della sua roba, aveva distrutto famiglie, aveva distrutto l’uomo e la sua dignità. La Droga era il mandante e lui il braccio che la vendeva.

Il Rosso è stato punito. Uno.

La Droga aveva perso uno dei suoi aiutanti.

Non provai nessuna pietà per la morte del Rosso, anzi ero felice.

In paese tutti sapevano della sua dipartita, tutti si guardavano alle spalle, tutti i piccoli pusher avevano paura.

Anche i miei vicini, perché secondo molti di loro ad uccidere il ragazzo è proprio uno del palazzo.

«Nessuno è uscito dal palazzo», insisteva la portiera.

«E allora l’assassino si nasconde in mezzo a noi?» preoccupata, la signorina Tacchi a Spillo.

Hai paura bella giovane, vero?

Sul corpo dell’assassino, poi è stato trovato un numero scritto col sangue della vittima.

 

-3

 

Quindi questa morte non sarà l’unica.

Anche i suoi amici hanno paura, che bello!!!!, vedevo negli occhi di quei due la paura che la prossima volta toccasse a loro.

La polizia pensa subito ad un omicidio di droga, indagano sui suoi due compagni.

«Dove eravate dalle due alle quattro di notte (L’orario dell’omicidio, secondo il medico legale)», chiede il commissario, lo stesso commissario che proprio verso quell’ora era nel viale. Vorrei proprio chiedere a lui dove era all’ora del delitto.

Il Bello non sa come cavarsela, a quell’ora secondo me era nel mondo del divertimento e non ricorda dove era di preciso o forse ricorda e non vuole parlare per difendersi o per difendere.

«Commissario a quell’ora ero fuori (Fuori di testa o in strada?), non mi trovavo nel mio appartamento», risponde dopo alcuni secondi il Bello.

«C’è qualcuno che l’ha vista in quelle ore?», incalza il commissario, nella sua mente è certo che il Bello stia mentendo. Il Bello è ancora più pensieroso, non sa come cavarsela, ma…

«Era con me, camminavamo, in cerca di una ragazza, sa…». Il Rasta salva l’amico e salva se stesso.

Quanto alla risposta, il commissario sa davvero tanto di donne soprattutto di prostitute.

«E non vi ha visto nessuno, qualche ragazza?».

«Le ragazze, alcune ci hanno visto, ma i nomi chi se li ricorda». Perché tu ti ricordi il nome della puttana che ti sei scopato ieri, stupido detective da strapazzo.

«Allora è bene che ve lo dica, voi siete sospettati, fate bene le vostre mosse», chiude minaccioso il Tomber de Femme o meglio il Tomber de Prostitute.

Finito l’interrogatorio dei due giovani, tenutosi nella portineria, il commissario manda a chiamare la signorina Tacchi a Spillo.

Quel giorno i capelli erano castano chiaro, e i stivali erano rosso fuoco.

«Dove si trovava dalle due alle quattro?», comincia lo sciupa prostitute.

Perché non rispondi tu a quella domanda, non te la ricordi la giovane ragazza a cui ha chiesto il prezzo di una sua performance, o forse eri impegnata con un’altra sua amica?

Un po’ impacciata la Signorina, non sa se è meglio dire che era a casa da sola (quindi non avere un alibi) o dire che era a battere sotto a casa (quindi avere un alibi).

E se invece di battere a quell’ora stava uccidendo il Rosso, potrebbe essere plausibile l’idea.

Alla fine decise di dire: «Ero a casa a dormire». Con quelle gambe e con quel seno eri a dormire, a chi vuoi imbrogliare? Forse a quell’ora eri in casa del Gobbo o del tuo boyfriend.

«Da sola?», continuò con un sorriso malizioso l’uomo.

«Sì. Ero sola».

«Quindi nessuno l’ha vista in quel lasso di tempo?». Perché non rispondi tu a quella domanda, secondo me qualcuno l’ha vista. Quel qualcuno sei tu, commissario.

«No, lei ho detto che ero sola», risponde stizzita la giovane.

«Quindi lei non ha un alibi e quindi è anche lei è indagata per l’omicidio del Rosso», chiude di nuovo il commissario.

Ora è il turno del Signor Solitudine, un po’ nervoso alla vista del commissario.

Il suo balcone s’affaccia sul viale, potrebbe anche lui aver visto il commissario a quell’ora e quindi usare questo come arma, sempre se a quell’ora non stava uccidendo l’uomo.

«Buongiorno,*******. Chi non muore si rivede», comincia il commissario.

«Buongiorno, Commissario. Qual buon vento la porta qui?» il signor Solitudine fa finta di non saper nulla.

«Il vento della morte, fratello (non sono fratelli). Dai, facciamola breve, dov’eri tra le due e le quattro?».

«Ero in casa, Commissario. Da solo, non ho alibi, sono un ex camorrista e non m’impiccio di questi piccoli spacciatori».

«Quindi lei non ha visto, né sentito niente?», continua il commissario.

«Niente, Commissario. Io a volte sento, e a volte no, a volte vedo, e a volte no . Ma anche se sapessi qualcosa, lei crede che lo verrei a dire a voi?».

«Stai attento, come sei uscito, così rientri, hai capito» il commissario comincia a innervosirsi.

«Eh, Commissario, non si alteri, siamo fra amici,no? E lei non ha la facoltà di aggredirmi così, sono un povero uomo che a quell’ora dormiva solo come un cane….».

«La smetta, se ne vada, se ne vada» il commissario caccia in malo modo il signor Solitudine.

Ora è il turno della portiera.

«Buongiorno Signora», comincia l’educato commissario.

«Buongiorno, Commissario».

«Dove era tra le due e le quattro?». Come sei monotono, sempre le stesse cose.

«Non ero in casa, ero da mia sorella (la sorella salvatrice), era il suo compleanno» parla in modo felice la signora, sicura del suo alibi di ferro.

«Sua sorella può testimoniare per lei?». Che domanda idiota, ma certo che può testimoniare.

«Certo, Commissario, le do il suo numero di casa». Prese un foglio, scrisse il numero e lo diede al commissario.

«Okay, può andare». Il commissario ora è felice ha un indiziato in meno.

Ora arriva il turno del Gobbo.

«Dov’era tra le due e le quattro?».

«Ero a casa». Da solo o con qualche puttana, o proprio con la signorina Tacchi a Spillo.

«Da solo?».

«No, ero con……..» il Gobbo comincia a balbettare, non sa come cavarsela. Secondo me, era con qualche ragazza facile.

«Con chi era?», chiede il frettoloso commissario. Hai fretta, Commissario, come mai?. Ieri non avevi fretta, eri calmo.

«Ero con una………». Dai, dillo. Eri con una prostituta, e che fa?. Anche il commissario era on una prostituta, no?

«Ero con una ……prostituta». C’è l’hai fatta finalmente, non preoccuparti dovrà per forza essere clemente il commissario. È un cliente assiduo anche lui.

«Il nome, si ricorda il nome?».

«Era la signorina……. la signorina che……. abita in questo palazzo». Oh, oh. Eri con la signorina Tacchi a Spillo. Ti stavi divertendo, brutto maiale.

«Ma la signorina, ha detto che era nel suo appartamento e stava dormendo. Chi è che mi sta fregando?» stizzito il commissario.

«Commissario, mi spieghi chi è che direbbe di fare l’amore con un Gobbo. Chi è che ammetterebbe di essere una puttana e di fare l’amore con me. La vede questa gobba, questa è la mia croce. Nessuna ammetterebbe mai di essere stata a letto con me, anzi nessuno ammette di essere un mio amico», rispose, quasi piangendo il Gobbo.

«A quell’ora ero con la signorina e ci stavamo divertendo. Venne a casa mia, verso le due e un quarto e se ne andò verso le tre, credo».

«E dalle tre alle quattro cosa ha fatto?».

«Commissario, lei conosce la signorina. Ci vogliono tre ore per riuscire a rimetterti in piedi».

Secondo me, lo sa molto bene, il Commissario.

«Non me ne intendo di ‘ste cose». Che bella battuta!!!!!

«Dopo interrogheremo di nuovo la ragazza, può andare adesso».

Ora è il turno della coppia.

Solita domanda iniziale.

«Eravamo insieme e stavamo facendo un po’ di casino, Commissario, capisce. Chiedete al Gobbo o all’altro». risponde divertito il Cornuto.

«Anche gli altri erano impegnati, non potranno testimoniare in suo favore. Quindi anche voi siete sospettati».

Ora è il turno dello Stilista. Arriva con un passo felpato, vestito con un pantalone bianco, una giacca dello stesso colore e ad avvolgere il suo collo c’è una sciarpa rosa.

«Buongiorno, sono stanco, mi dica subito dov’era tra le due e le quattro».

«Ero a casa di amici col mio……. ragazzo e ci stavamo divertendo». Un’orgia gay, che schifo.

«Okay, okay ho capito. Se ne vada, se ne vada». Ti fa schifo, a me fai più schifo tu.

Ora arriva il mio turno, finalmente, ora gliela faccio vedere io.

«Buongiorno, Commissario», inizio io, stavolta. Dai, chiedimi dov’ero.

«Buongiorno. Dov’era tra le due e le quattro?».

«Commissario, a quell’ora ero affacciato al mio balcone e guardavo tutti i giovani, anche i vecchi direi, che andavano con qualche giovane ragazza a divertirsi». Sto alludendo a te, Commissario.

«Le posso dire tutti i nomi e cognomi delle persone che ho visto passare per di lì. Posso dirvi come erano vestiti: c’erano certi vestiti più eleganti, qualcuno vestito più sportivo con un semplice maglione celeste, certi venivano con le auto importanti, qualcuno con la Fiat, forse per non dare nell’occhio, certi venivano a piedi. Posso dirvi i loro mestieri, ci sono notai, banchieri, commercianti, commiss………».

«Ho capito, ho capito, va bene, quindi stava guardando il viavai di giovani», rispose imbarazzato e impacciato l’uomo scoperto.

«Non solo commissario». C’era anche lei che è un po’ vecchiotto: mi ricordo bene di lei, soprattutto il suo maglione e la sua Fiat. Ti ho fregato, Commissario, dai, continua a chiedere, mi sto divertendo.

«Okay, c’erano anche persone sulla quarantina, persone più giovani. Okay, okay, eri ….da solo?». Speri di sì, Commissario.

«No, Commissario, ero in compagnia di cento persone che andavano a puttane, non ricorda?».

«Sì, certo, certo. Va bene, tutto a posto».

«Davvero, già abbiamo finito, non li vuole i nomi, non vuole divertirsi». Che bello.

«No, grazie…….. può andare e si…….. tenga……. a nostra…….. disposizione».

«Certo, Commissario, basta che me lo dice». Che divertimento, credo proprio che non mi chiamerà più.

Gli interrogatori per oggi sono finiti e il Commissario torna a casa, come un cane bastonato.

Cosa ha scoperto? Niente. Pochi hanno un alibi, tanti hanno piccoli alibi o hanno detto grandi bugie.

A quell’ora i due giovani erano in strada e cercavano una dolce compagnia. (come te, Commissario) Non ricordano i nomi delle ragazze, quindi non hanno un vero alibi.

La Signorina Tacchi a Spillo, prima ha detto che dormiva, poi interrogata di nuovo ha ammesso la versione del Gobbo. Erano insieme e facevano l’amore a pagamento, poi verso le tre si sono lasciati: lui era distrutto e lei ha ammesso di essere tornata al suo lavoro. Un alibi tra le due e le tre c’è, ma dalle tre alle quattro no.

La coppia era a casa e anche loro si stavano divertendo e facevano un gran casino, ma anche gli altri erano impegnati e non li avranno sentiti.

Il Signor Solitudine era in casa e non ha visto, né sentito niente. Non ha un alibi.

Lo Stilista era impegnato in un’orgia gay, quindi ha un alibi.

Anche la portiera ha un alibi: era dalla sorella e invece io non avevo un alibi, ma avevo un’arma e il Commissario non osò mai sospettarmi del delitto.

Ora dormi Commissario, chi è stato?

La notte fu ancora più bella della precedente. Infatti la notte dopo la morte del Rosso, morì anche il Bello. Fu prima sgozzato e poi pugnalato per molte volte. Fu usata la stessa tecnica dell’omicidio precedente.

Io ero come sempre affacciato al balcone e spiavo tutti. All’improvviso da una Punto nera vidi sbucare un uomo abbastanza corpulento che si nascondeva dentro il suo cappotto, come se non volesse farsi riconoscere. Portava anche un cappello e degli occhiali neri, non voleva davvero farsi notare. Indossava delle scarpe nere classiche, che però erano rotte sul davanti, e fu questo che si rivelò importantissimo.

Andò con una prostituta e tornò dopo un’oretta. Prese i soldi, pagò e se ne andò. Erano le due e dieci.

Mezz’ora dopo nelle scale il Bello sanguinava e moriva da solo come un cane.

Se lo meritava, aveva fatto morire decine di giovani a causa della sua roba, aveva distrutto famiglie, aveva distrutto l’uomo e la sua dignità. La Droga era il mandante e lui il braccio che la vendeva.

Il Bello è stato punito. Due.

Ad accorgersi del corpo, fu, il giorno seguente, la portinaia che subito aveva chiamato il commissario. Questi aveva di nuovo preso posto nella sala della portineria e incominciò ad interrogarci di nuovo.

Iniziò con la Signora delle Spie.

«Buongiorno».

«Buongiorno».

«Dov’era tra le tre e le quattro? (l’ora del delitto)», ricomincia la litania del commissario.

«Ero a casa, stavo dormendo, avevo preso un sonnifero, perché la notte non riesco a dormire», rispose la donna.

«Quindi era da sola, nessuno l’ha vista, non ha un alibi, allora».

«Sì, Commissario, ero sola e non ho un alibi».

«Come ha scoperto il corpo?». Bene, una domanda nuova, facciamo passi da giganti, commissario.

«Ogni mattina, verso le sette comincio a lavare il condominio. Ho cominciato dal pianterreno e poi all’ultimo piano ho visto il corpo».

«Ha notato qualcosa di strano?». Oh, Commissario, quante domande nuove oggi.

«Sì, come l’altra volta, per terra c’era scritto, con il sangue della vittima, un numero».

 

-2

 

«Non sarà l’ultimo, commissario. Qualcuno si sta vendicando, moriremo tutti. Ma io lo frego, io me ne vado».

«Lei non va da nessuna parte, anche lei è sospettata, non se lo scordi».

«Ma come, anch’io. Ma se ieri notte ero da mia sorella».

«Sì, ma stanotte era a casa. Si tenga a nostra disposizione».

Poi fece chiamare lo Stilista e il suo compagno e entrambi affermarono che all’ora del delitto si trovavano in casa e stavano…………. avete capito.

Poi fu il turno della coppia.

«Buongiorno».

«Buongiorno».

«Dov’eravate tra le tre e le quattro?», ricominciamo.

«Io verso le cinque sono ritornato da Torino per lavoro», rispose l’uomo.

«E lei?» rivolto alla Santa.

«Io ero a casa da sola e aspettavo mio marito». Tu con quella faccia alle tre eri sola? Ti conosco bene, alle tre da te ci sarà stato sicuramente il tuo amante segreto.

«Signor *****, qualcuno l’ha vista rientrare?».

«Credo che la portinaia abbia sentito il mio arrivo».

«Va bene, chiederò, ora potete andare».

Poi arrivò il turno della Signorina Tacchi a Spillo.

«Buongiorno, signorina».

«Buongiorno, commissario».

«Dove si trovava tra le tre e le quattro? Mi dica la verità, non menta, altrimenti l’arresto per falsa testimonianza, ha capito?». Che paura, Commissario. Se si rivolge in questo modo anche con me, la dico io tutta la verità e perderà sicuramente il posto.

«Ero…….. giù nel viale, commissario. Stavo lavorando, va bene, commissario». Sincera!!!!

«Va bene, così. Qualcuno l’ha vista?». Ora, commissario mi dica chi direbbe di aver visto una prostituta, chi lo direbbe come minimo perderebbe il lavoro e la moglie e il rispetto.

«Sì, certo, ma non posso dire i nomi, non li conosco, ma sono sicura che qualche porco, qualcuno del palazzo mi avrà visto sicuramente».

«Chiederò, ora può andare».

Poi chiamò il Rasta.

«Buongiorno».

«Buongiorno, dove si trovava tra le tre e le quattro, stavolta» il commissario, stanco della solita domanda.

«Commissario, ma lei lo saprà meglio di me , a quell’ora io sono più di là che di qua. Come faccio a ricordare».

«Non ricorda? Allora la sbatto dentro e vediamo se così ricorderà meglio».

«Ma non può, non può».

«Chi me lo impedisce, lei? Ora ricorda qualcosa o la sbatto dentro. Quando è stata l’ultima volta che ha visto il Bello?».

«Ogni notte il Bello, il Rosso, ed io uscivamo insieme in cerca di divertimento, quando il Rosso morì, disse che voleva tornare a casa perché il giorno dopo aveva un appuntamento di lavoro, ieri invece stavamo io e il Bello, poi verso le tre, tre e mezza, Il Bello mi ha detto che tornava a casa e andava dalla sua…… ragazza».

«Il nome, il nome?».

«Non posso, commissario».

«Non puoi? Allora forse se ti butto al fresco potrai?».

«Okay, okay, parlo, dico tutto».

«La sua ragazza era……. la signorina.. del……terzo piano».

«La prostituta».

«Sì, proprio lei».

«Ma quindi, mi ha di nuovo mentito». Ti ha fregato, commissario.

«Posso andare, commissario?».

«Vai, vai, hai visto che se t’impegni ricordi?».

«Aspetta, chiama il Gobbo».

«Okay, commissario, arrivederci».

«Spero di no».

Dopo cinque minuti venne il Gobbo.

«Buongiorno, commissario».

«Buongiorno».

«Commissario, per ieri sera non ho un alibi, non ho visto la signorina, sono stato tutto il tempo solo. Era impegnata, mi ha detto. Volevo un po’ divertirmi e invece….».

«Sapeva della relazione tra il Bello e la signorina?».

«Cosa? È impossibile, impossibile, non ci credo».

«Invece io son sicuro che è vero, e lei lo sapeva benissimo. Ha ucciso il Bello perché lei amava la signorina e lui la sfruttava solamente, poi…».

«Commissario e per quanto riguarda la morte del Rosso, io ero con la signorina non se lo dimentichi».

«Ma è facile, mi ascolti. Entrambi state insieme e fate l’amore quella notte, tu chiedi a lei il nome del suo ragazzo, lei per difendere il Bello ti mente e ti dice che ha una relazione col Rosso. Tu, finito il rapporto, ti alzi, prendi il coltello, uccidi il Rosso. Poi ieri, scopri che lei non è venuta con te perché stava con il Bello, capisci l’imbroglio, e uccidi il Bello e secondo me domani dovevi uccidere anche la signorina. Che ti sembra?».

«Fantascienza, commissario. In quale cinema lo danno questo film?».

«Anche nel cinematografo del carcere. La sbatto al fresco per aver ucciso il Bello e il Rosso».

«Cosa? Cos…..».

«Venga, andiamo».

«NO, no».

«Non urli».

Il Commissario arrestò il Gobbo. Era lui l’assassino. Per il Commissario, naturalmente.

Nel palazzo tutti si rilassarono, l’assassino era stato arrestato.

Erano le due, io ero come sempre affacciato al balcone quando rispuntò l’uomo misterioso della notte prima. Portava di nuovo quelle scarpe: nere e rotte. Fece la solita scopata, pagò e se ne andò.

Intanto due ore dopo fu ritrovato il corpo senza vita del Rasta. L’assassino non era il Gobbo. L’assassino era lo stesso: stessa tecnica e poi come sempre il numero.

 

-1

 

Bene, bene,. Commissario hai preso un bel granchio. Non era il Gobbo l’assassino, dai torna ad interrogarci.

Il commissario venne di buonora e riprese posto nella portineria, fortunatamente.

Chiamò all’interrogatorio tutti i condomini e stavolta tutti avevano un alibi o un mezzo alibi.

La signorina Tacchi a Spillo era stata vista (nell’ora del delitto) entrare in un appartamento dove aveva dovuto lavorare a domicilio.

La portinaia aveva chiesto un permesso al Commissario ed era andata in casa della sorella.

Lo stilista e il suo compagno erano andati ad un night gay ed erano stati visti da molti.

La coppia era andata a divertirsi.

Il pregiudicato era in casa, Il Gobbo era in carcere ed io…. io avevo avuto fortuna, ora vi spiego perché. Il commissario comincia ad interrogarmi.

«All’ora del delitto, commissario ero in….». All’improvviso i miei occhi furono catturati dalle sue scarpe: nere e rotte, era lui l’uomo misterioso, potevo di nuovo metterlo spalle al muro.

«Allora dov’era».

«Ero in casa e spiavo naturalmente. Le posso dire di nuovo i nomi dei clienti assidui del viale.

Ma una cosa mi ha insospettito in queste notti. Un uomo avvolto nel suo abito, con un cappello e degli occhiali neri, come se non volesse essere scoperto. E poi aveva delle scarpe…. identiche alle sue».

«Ho capito, ho capito, mi ha di nuovo fregato. Sì, è vero vado a puttane, ma è un nostro segreto. Siamo solo io e lei , in questa stanza».

«Ed è qui che si sbaglia. Questa stanza ha una telecamera nascosta che ha registrato tutto. La portinaia voleva essere sempre informata, e quindi ha installato una telecamera nella stanza e così sente tutti gli interrogatori».

«E… ora…. ora sta ascoltando». Hai paura, commissario.

«No, ora, no. È uscita un attimo, abbiamo tutto il tempo per prenderci il nastro».

«E naturalmente tu vorrai qualcosa in cambio?».

«Bravo, hai capito tutto. Ora, ho bisogno del tuo aiuto. Io sono l’assassino dei tre giovani e prima di fermarmi devo uccidere la signorina ******».

«Lei è l’assassino dei tre giovani? Ma perché?».

«Commissario, io ero sposato e avevo un figlio. Ora, invece sono solo, mio figlio è morto per un overdose e mia moglie non ha retto ed è morta poco dopo. Tutto per colpa della droga, è stata lei la causa della mia rovina».

«Quindi, visto che i tre giovani vendevano la droga lei li ha uccisi ed ora vuole che io arresti un altro al posto suo, giusto?».

«No, si sbaglia commissario. I tre giovani, secondo lei da chi se la procuravano la roba?».

«Non…so».

«La roba se la procuravano dal pregiudicato. Lui vendeva la roba a loro e questi la smerciavano, facile, no? Ora lei mi deve aiutare a finire il mio lavoro».

«Dovrò aiutarla a uccidere il…».

«Sì , proprio così».

«Ma …non…».

«Non vuole aiutarmi? Allora io dirò a tutti dove lei trascorre le notti». Ti ho in pugno, commissario.

«Va bene, va bene, ma prima voglio il nastro».

«Ora lo vado a prendere, ma lo terrò io, finché non mi avrà aiutato».

Ci mettemmo d’accordo sull’ora del delitto e ci “salutammo”.

Si fecero le tre di notte, tutti erano fuori perché avevano paura, tranne due: io e il pregiudicato.

Mi serviva l’aiuto del commissario, solo lui aveva l’autorità per farlo svegliare alle tre di notte e per farsi aprire la porta.

Il commissario bussò, si presentò e il Signor Solitudine aprì.

Presi il pugnale: una quindicina di pugnalate lo colsero all’addome, sulla faccia, su tutto il corpo.

Diedi il nastro al commissario che immediatamente scappò e addirittura chiese il trasferimento e se ne andò in un’altra regione.

Il giorno dopo andai in caserma e confessai tutto, ormai il mio scopo era stato raggiunto, potevo morire in pace.

«Spegni la luce e stai zitto. A quest’ora dovresti già dormire. Domani mattina verrà il dottore».

«Sì, grazie, mi scusi».

Avete sentito bene, ha detto proprio dottore. Vi ho fregato: io non sono in un carcere, ma in un manicomio. Domani verrà il dottore e deciderà se potrò uscire o se dovrò continuare a stare qui.

Tu cosa ne pensi? Sono un matto o no? Un matto può fregare a così tante persone? Secondo me, se io sono matto, voi lo siete ancora di più, perché vi siete fatte fregare da un matto.

«Ti ho detto che devi spegnere la luce, allora non sei solo scemo ma anche sordo».

Scusate, ma vi devo lasciare altrimenti questo, come suo solito, mi riempirà di botte.

Intanto nella stanza accanto i dottori avevano ascoltato tutta la storia del matto grazie ad una telecamera installata pochi giorni fa in quella stanza.

«Non possiamo farlo tornare in libertà è ancora pazzo, si è inventato una storia stranissima e l’ha raccontata a….. A chi l’ha raccontata?».

«Questo non è matto, questo è più sveglio di noi, secondo me si è accorto della telecamera e parlava riferendosi a noi, secondo me può tornare alla vita normale».

Il dottore uscì dalla stanza e andò in quella del matto.

«Puoi uscire, sei sano, più o meno».

«Grazie dottore».

Come sono strani questi matti, ne sanno sempre una più del Diavolo.


Je me scuse

 

Sì, proprio così, non volevo scrivere j’accuse, ma proprio je me scuse.

Mi scuso con tutti voi per le parole abbastanza forti che ho usato nel racconto, ma mi servivano per rendere più vero il mio personaggio.

Mi scuso con tutti i gay che in questo racconto, nella persona dello stilista, ho offeso.

Mi scuso anche con i preti che in una parte del racconto ho denigrato.

Mi scuso anche con quelle persone che per divertirsi hanno bisogno di comprarsi una donna.

Mi scuso anche con le persone diverse (il Gobbo) che per la loro diversità pagano tutte le colpe.

Mi scuso anche con le portinaie che, sono impiccione, ma è grazie a loro che sappiamo tutti i pettegolezzi del condominio.

Mi scuso anche con le prostitute che per vivere o perché forzate devono prostituirsi.

Mi scuso anche con i dottori dei manicomi che, nel mio libro picchiano i matti, mentre nella realtà li aiutano a guarire.

Mi scuso con voi per tutte le volte che vi ho offeso, ma questo serviva per rendere più veritiero il racconto.

Non mi Scuso con tutti quelli che vendono droga e uccidono centinaia di giovani.

Non mi scuso con tutti i padri che vedono e non parlano.

Credo di aver detto abbastanza e…..

Mi scuso per il tempo che vi ho fatto perdere, leggendo il mio racconto. Pietro Lotti.


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