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Partitura a tre voci di Giuseppe Agnoletti (racconto che ha partecipato al concorso letterario Noir Story)
L’ascensore arrivò al quinto piano troppo in fretta, nemmeno il tempo di mettere ordine ai propri pensieri. Una telefonata, tutto si era concluso con una semplice telefonata. «L’ho fatto…», aveva detto Raoul, per poi troncare subito la conversazione. E lei col respiro spezzato a chiedergli: «Come…?». Ma niente, il telefonino era diventato muto. «L’ho fatto…». Mentre entrava in casa quelle parole continuavano a girarle per la testa con la violenza di una tempesta tropicale. Ci aveva rimuginato sopra a lungo, poi, dopo tanto tempo, si era decisa a chiederglielo. Lui, semplicemente, aveva detto che l’avrebbe fatto. Tutto qui. Messa in questi termini sembrava una cosa da nulla, invece c’era in gioco una vita. E quella insostenibile leggerezza possedeva in sé qualcosa di spaventoso. Abbandonò la borsa su una poltrona e gli altri indumenti sparsi qua e là per la casa, come tante boe lasciate durante l’attraversata necessaria ad arrivare in bagno. Si rifugiò nell’isolamento del box doccia e attivò il getto d’acqua. L’ha fatto, mio Dio, l’ha davvero fatto! Raoul aveva ucciso suo marito Paolo. Glielo aveva chiesto come prova del suo amore e lui non aveva battuto ciglio. A pensarci sembrava incredibile, ma fra poco sarebbe stato lì, così com’erano d’accordo, e le avrebbe raccontato tutto, tutto fin nei minimi particolari. Il campanello suonò dopo un’interminabile attesa scandita da un paio di whisky e sigarette varie. Poi Raoul fece la sua comparsa. Non la degnò di uno sguardo e si lasciò andare sul divano con la pesantezza di un elefante moribondo, versandosi subito da bere. «Com’è andata?», gli chiese, mentre le sue dita, nervose, continuavano a rimuovere il poco smalto rimasto sulle unghie. Raoul tracannò d’un fiato. «L’ho fatto, bambina», disse senza alzare lo sguardo, tenendo per sé ulteriori dettagli. Lei si alzò inquieta, percorse un paio di volte il perimetro della stanza incapace di tenere a freno le gambe. Poi si arrestò, come colpita da un pensiero improvviso. «Ha sofferto?». Raoul sollevò il suo naso schiacciato. Questa volta la guardò dritta negli occhi, scuotendo il capo a destra e a sinistra. E di nuovo inclinò la bottiglia riempiendosi il bicchiere. Era sconvolto, questo appariva chiaro, non l’aveva mai visto comportarsi così. Gli si avvicinò accarezzandogli le spalle con dolcezza, come piaceva a lui. Avvertì tutta la potenza della muscolatura scolpita dall’esercizio fisico e il suo odore di uomo, un misto aspro di profumo, sudore e tabacco bruciato. Quasi senza accorgersene lasciò partire una carezza ruvida, a seguire i sentieri tracciati fra i suoi capelli a spazzola intruppati dal gel. Vide il bicchiere vuoto, questa volta fu lei a provvedere. «Bevi, passerà tutto». Decise di lasciarlo per un po’ da solo. Si accese l’ennesima sigaretta e andò in terrazza dove il suo sguardo fu irresistibilmente attratto dal vuoto. La vista dal quinto piano le dava sempre una leggera ebbrezza mista a paura, doveva essere orribile cadere da lassù e farlo non poteva concedere nessuna speranza di sopravvivenza. Pochi attimi di un terrificante limbo mentre si sprofondava nel nulla, e poi… Osservò Raoul che continuava a bere, da lui non avrebbe potuto desiderare un comportamento più funzionale ai suoi piani. Ancora qualche sorso e sarebbe stato ubriaco. Meglio così; per lei e per lui, soprattutto per lui. Quando fece ritorno in sala Raoul le dedicò uno sguardo spento. «Hai bisogno di una boccata d’aria, vieni», gli sussurrò in un orecchio mentre gli passava le braccia sotto le ascelle. La seguì docile, come un automa in procinto di esaurire le batterie. Si lasciò condurre sul terrazzo fino ad appoggiare il suo corpo massiccio alla ringhiera, le palme appoggiate sul corrimano. All’improvviso lei si girò e lo spinse, a braccia tese contro la sua schiena, con tutta la forza di cui era capace. Ma era come tentare di smuovere un TIR col freno a mano innestato. Raoul si girò. Sul volto un mezzo sorriso, gli occhi colmi di una luce triste e spietata. «Non ci volevo credere bambina. Ho pregato che tu non mi facessi scherzi, ma, a quanto pare, lassù non hanno voluto darmi ascolto, o forse la colpa è mia, che non sono più capace di pregare». Estrasse il cellulare, le sue dita massicce fecero uno sforzo evidente per digitare il numero, poi rimase in attesa. «…Sì, sono io. Come…? Qui, sul terrazzo. No, non lo voglio sentire; non dirmelo che avevi ragione… non…», interruppe la chiamata con rabbia. Ritornò dentro; ancora sul divano, di nuovo a bere. Lei rimase appoggiata alla balaustra, con le gambe che tremavano alla brezza della sera, un’aria dolce e gelida allo stesso tempo. Ebbe un sussulto improvviso al suono del campanello, c’era qualcuno alla porta. Raoul andò ad aprire senza nemmeno chiedere chi fosse e suo marito Paolo entrò nell’appartamento. La guardò e sorrise, poi venne avanti fino alla porta finestra, sempre tenendo lo sguardo fisso su di lei. «Ho le chiavi e la logica avrebbe imposto di aprire senza suonare, ma potevo rinunciare a un’entrata in scena come questa?», disse. Lo guardò sbigottita, mentre la voce che le si era smarrita dentro urlava in silenzio il proprio stupore. Paolo ritornò sui suoi passi, si sistemò su una poltrona di fronte a Raoul gratificandosi a sua volta con una buona dose di whisky. «Quando mi sono seduto nella mia automobile, e ho sentito la canna di una pistola sul collo, ho subito pensato a te, mogliettina adorata. Chi altri mi avrebbe dedicato un pensiero così affettuoso?». Portò il bicchiere alle labbra e bevve tutto d’un colpo. «Ho dovuto faticare a convincere il tuo amico che non lo avresti accolto particolarmente bene al suo ritorno. È un bravo ragazzo, un po’ ingenuo forse. Magari si sarebbe aspettato la tua riconoscenza. Baci, abbracci e sesso più o meno sfrenato, mi pare il minimo visto che aveva accettato di rischiare vent’anni di galera pur di togliere di mezzo un marito incomodo. Eros e Thanatos, insomma quelle cose da liceo classico. Invece tu volevi gettarlo di sotto; un breve volo dal quinto piano, non mi sembra leale». Guardò di sottecchi Raoul che non batteva ciglio, isolatosi com’era in una sorta di silenzio ingrugnito. «Mi ero chiesto come intendessi eliminarlo, ma confesso di non avere pensato al terrazzo. Avrei scommesso sul veleno, arma tipicamente femminile, e chissà poi perché? Oppure una pistola, di quelle piccoline da mettere nella borsetta. Ah già, dimenticavo, le donne non amano i mezzi violenti. Come se cadere dal quinto piano e fracassarsi al suolo non lo sia. Ma dove eravamo rimasti? Sì, parlavamo di riconoscenza. In effetti Raoul era convinto che fossi un marito impossibile, mentre lui incarnava l’amore contrastato. Bello, se davvero fossero state così le cose. Invece è solo questione di soldi, tanti soldi: i miei». Lei non replicò alle accuse. Si accese un’altra sigaretta tentando di mostrarsi del tutto indifferente, anche quando Paolo la minacciò. «Vieni qua con noi, in fondo dobbiamo decidere della tua vita, credo ti debba interessare…», le disse. E vista la sua ostinazione a non volersi muovere intervenne anche Raoul. Solo un breve cenno con la mano accompagnato da un’occhiata molto più eloquente, limitandosi a pronunciare il suo nome, nient’altro. Era strano come fosse stato il gesto di Raoul a indurla a spostarsi. In fondo per lui non aveva mai provato nulla, si era trattato solo di una scelta oculata. L’uomo giusto, o almeno così aveva creduto, al momento giusto. Tuttavia era anche la figura che in quel momento, vista la situazione, più le incuteva paura. Si era subito mostrato pronto a uccidere suo marito, senza alcun tentennamento: un uomo così poteva essere capace di tutto. Con tutta probabilità si sentiva tradito, raggirato e umiliato, e dietro la sua calma apparente doveva celarsi un uragano, nell’occhio del quale lei, adesso, si trovava. Raoul era un pugile, la cui carriera stava volgendo troppo presto al termine. Non aveva mai raggiunto un traguardo importante, ma le sue mani rimanevano pur sempre uno strumento terrificante. Si avvicinò a passi lenti, cercando di guadagnare tempo, se non altro per pensare. Ma il tragitto era troppo breve. «Vieni, bevi un po’ anche tu e facci compagnia», disse Paolo riempiendo un terzo bicchiere mentre lei si sedeva. Guardò sospettosa entrambi. Prima suo marito, che fino a pochi minuti prima stava esercitandosi a chiamare ex, poi il bicchiere. Intendeva ubriacarla e farle compiere un salto nel vuoto giù dal quinto piano? Si girò a guardare il terrazzo; forse c’era la morte là che l’aspettava… Paolo seguì il suo sguardo. «Perché quel faccino triste da bambina delusa? – disse sorridendo – Dovresti essermi grata, in fondo ti ho salvato dalla prigione. Vedi, il tuo piano era del tutto scadente: troppe lacune. Ammettiamo pure che nessuno ti avesse visto buttare giù il tuo amante… o meglio, ex amante, dico bene Raoul?», e questa volta fu al suo involontario complice che dedicò uno sguardo radioso, «Bene, cosa avresti fatto dopo? Credo saresti scappata in fretta per farti trovare da qualche parte qui vicino. Il Dizzy Bar, per esempio. Avresti ordinato da bere attaccando bottone col primo venuto, e quanta gente in grado di testimoniare che, all’ora del presunto suicidio di Raoul, tu eri lì. Ma hai dimenticato la comunicazione del buon esito riguardante la mia dipartita. Tramite cellulare… si può essere così sprovveduti?». E questa volta lo sguardo interessò sia lei che Raoul. «È lo strumento che non si dovrebbe mai usare in questi casi. Assolutamente mai!», ripeté scandendo le parole con enfasi. «La semplice visione dei tabulati telefonici ti avrebbe inchiodato. Quante telefonate vi siete fatti? Vediamo di riassumere: il marito ucciso da un colpo di pistola esploso (il guanto di paraffina lo avrebbe potuto provare senza ombra di dubbio), guarda caso, da un uomo poi volato giù dal quinto piano. Telefonate a non finire che provano la relazione fra te e lui. Credo possa bastare per un’incriminazione piuttosto veloce. Mandante di un omicidio premeditato, nonché omicida di un secondo uomo, e probabilmente anche questo con l’aggravante della premeditazione, non credi che sarebbe stato sufficiente per un bell’ergastolo?». Si abbandonò sullo schienale, con l’aria di un gatto che aveva mangiato un grasso e succulento topo. Fissò suo marito a bocca aperta. Aveva detto la verità e lei era stata davvero una stupida. Una stupida accecata dall’odio che provava per lui. «Già, peccato che nessuno si sia fatto male. Siete tutti e due vivi e vegeti», disse sputandogli in faccia una nuvola di fumo densa come veleno. «Fino a questo momento…». Gli occhi di Paolo brillarono. Poi il suo sguardo cercò Raoul. «Cosa ne facciamo di lei?». E adesso la sua voce aveva cambiato di tono, scivolando di una buona ottava verso il grave. Quest’ultimo non disse niente. Rimase immobile per un istante lunghissimo, immerso come tutti loro in quella specie di nebbia prodotta dalle sigarette, così fitta che quasi ci si sarebbe potuti perdere. Poi si alzò in piedi. «Me ne vado», disse dirigendosi verso la porta. «Stai scherzando?», fu la risposta stupita di Paolo. «Questa donna ha tentato di ucciderti, ma quel che è peggio si è presa gioco di te facendoti girare come un pupazzo, e tu te ne vai come se niente fosse accaduto? Sul ring ti devono avere proprio rottamato il cervello!». Raoul si arrestò, la mano sulla maniglia, il viso bianco come il pavimento. In quell’istante lei non avrebbe dato un centesimo per la vita di suo marito. “Chissà che…?”, pensò colpita da un’improvvisa speranza. Il silenzio si era fatto così profondo che sembrava in grado di creare dal nulla un suono proprio, appena percettibile, ma in qualche modo concreto, un suono prodotto dal silenzio, proprio come la vecchia canzone. Poi Raoul scosse la testa, e sorrise. «Prima hai detto la cosa giusta; nessuno si è fatto male. Siete marito e moglie, sbrigatevela da soli, io non c’entro più. Ho sbagliato a mettermi nel mezzo e adesso, se permettete, tolgo il disturbo». Detto questo aprì la porta. Uscì senza fretta e senza nemmeno sbatterla, semplicemente accostandola piano, quasi come per non fare troppo rumore. Rimase il silenzio, lunghissimo e vuoto come un mare disseccato. Il silenzio diede vita alle immagini. Le vennero alla mente le numerose amanti di suo marito, il sesso sempre più rado e frettoloso, l’aborto e poi il gelo che poco alla volta aveva costruito lo spartiacque che adesso li divideva. L’odio era giunto più tardi, alla fine di tutto, quando anche lei si era trasformata in qualcosa d’altro, in quella creatura ripugnante che in segreto, nel profondo di sé, odiava a morte. Guardò Paolo, mentre lui a sua volta la osservava fisso. Avrebbe dato chissà cosa per sapere ciò che gli passava per la mente; ma era probabile che anche lui, in quell’istante, fosse posseduto dallo stesso identico pensiero. Continuarono a studiarsi in un intreccio di sguardi affilati di rabbia, ascoltando il fruscio dei minuti scorrere lenti, mentre l’orologio a pendolo, solitario, batteva le ore. |
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