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Racconti |
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Oltre l’apparenza di Serena Pisaneschi
Adoro guardare i fuochi artificiali, ogni anno aspetto trepidante la festa del patrono per sedermi sull’erba, nel fresco della rugiada estiva, e godermi mezz’ora di colori ed arcobaleni. Scandisco col pensiero i tre boati che preannunciano lo spettacolo, mi cerco un posticino intimo e lontano dagli altri sguardi, e rivolgo la mia totale attenzione alle stelle, annusando nell’aria quell’intenso odore di polvere da sparo bruciata. Come stasera, che resto in silenzio a salutare la costellazione del carro e la sua stella più brillante, l’Orsa, la retta via. Alcuni, osservandomi nella mia ricercatissima solitudine, penseranno di certo che io abiti in un mondo a parte, che non appartenga al loro gregge, ma si sbagliano di grosso. Sì, è vero, indosso una collezione di dodici piercing e sette tatuaggi, ma questo non fa di me una persona diversa da mille altre, se non per l’umiltà e l’onore con cui sono semplicemente me stessa. I miei vestiti sono sempre eccessivamente larghi e lacerati, prediligo toni scuri a quelli pastello, ed ascolto una musica troppo confusionaria e piena di graffiante rock, ma questo non deve fare di me un’eccezione alla regola. La prima volta che mi presentai a casa con un taglio di capelli “alternativo” mia madre si mise a piangere, imponendomi, poi, di rimediare al danno. Avevo diciassette anni e non riuscivo a capire perché dovevo essere motivo di vergogna per lei, il blu cobalto della mia chioma non era certo più falso del suo biondo platino. Ma dovetti cedere, purtroppo, giurando, però, di continuare per la mia strada. Così, tre mesi dopo, presi il coraggio a due mani ed affrontai una delle paure più subdole dell’indole umana: gli aghi. Un’amica mi portò da un tizio, uno che chiamavano Cobra, che possedeva l’arte di trasformare il candore della tua pelle in ricercatissimi significati spirituali. Lui soddisfaceva il tuo bisogno di libertà disegnandoti un bellissimo cavallo al galoppo sulla schiena, o scriveva il tuo nome in alfabeto maya lungo l’avambraccio. Era bravissimo, sapeva cogliere le profondità più nascoste e tradurle in china, scolpendoti addosso la tua personalità. Esattamente come fece con me. Mi guardò negli occhi, sguardo che rifuggii quasi subito, e riuscì a comprendere qualcosa che ero costretta ad ignorare. Quella sera tornai a casa con un paio d’ali tatuate sulla spalla destra, quelle che, poi, mi avrebbero dato la forza di volare in alto. Da quel giorno mi sentii diversa, speciale, figlia di una tribù emarginata agli angoli della società, nascosta all’interno di riserve selezionatissime e negate ad ogni costo. Continuai nella mia piccola e segretissima ribellione, bucandomi ombelico ed orecchie, nascondendo la vera me stessa a chiunque non possedesse la maturità morale di accettarmi. Poi arrivò la maggiore età, e con lei la mia prima, vera, indimenticabile esibizione. La mattina, al canto della sveglia, aprii gli occhi eccitatissima, come un bambino al primo giorno di campeggio. Non pettinai i capelli, mi vestii con gli “stracci” che tenevo accuratamente occultati alla vista dei miei, addobbai i buchi alle orecchie e all’addome e misi in mostra le mie ali. Mia madre, quando mi vide scendere le scale, quasi stentava a riconoscermi. Dopo un paio di minuti trascorsi nell’incredulità e nel panico, cominciò ad urlarmi contro, chiedendomi se fossi impazzita o se intendessi farle uno scherzo. «Nessuno scherzo, – le risposi – questa è tua figlia, questa sono finalmente io». Lei scosse il capo ripetutamente e m’impose di andare a rendermi presentabile, sommergendomi di mille domande sul quando e sul dove dei disegni sulla mia pelle. Io, stavolta, non l’ascoltai e rimasi immobile dov’ero. Le spiegavo dei tatuaggi e dei piercing, ma negavo qualsiasi volontà di cambiare di nuovo la mia indole. Le dissi che ormai ero maggiorenne e che, secondo quello che mi ripeteva dal giorno del mio primo compleanno, adesso ero libera di fare quello che più mi piaceva. D’altronde non poteva rinfacciarmi nessun’altra mancanza, ero un’ottima studentessa e lavoravo il week-end per pagarmi svaghi e divertimenti, così lei restò impietrita, ancora con il pacco di biscotti al riso in mano, ed io uscii per andare a scuola dove, di certo, avrei dato vita ad altri stupori. Sicuramente non dimenticherò mai quella mattina di giugno, l’inizio del mio inizio. I miei capelli hanno cambiato spesso colore nel corso del tempo, adesso li porto rasati come i militari, ed il mio corpo ha subito ulteriori cambiamenti. Si sono aggiunte altre bellissime opere del Cobra, altri anelli di metallo ed il mio look è diventato definitivamente mio. E mi sento una vera donna, nonostante chi mi circonda, sono sicurissima, ritenga il contrario. Da allora, tre anni fa, vivo come più mi piace, sono chi voglio essere e non mi curo più di nessuno. All’inizio, però, non è stato affatto facile. Entravo nei negozi e tutti mi guardavano, servendomi per prima perché non inquinassi la vista a nessuno o non tentassi di compiere rapine. Quando cammino per strada molti si voltano, mi scrutano dalla testa ai piedi sdegnandosi di quello che vedono, considerandomi, a prescindere, una drogata o quant’altro. Io che nemmeno fumo. Sinceramente i primi tempi m’infastidiva molto questo loro essere sopra le righe, quel giudicare senza riflettere, impersonando pregiudizi e maldicenze, ma adesso non ci faccio quasi più caso. I primi tempi ero anche capace d’imbastire interminabili discussioni con chi osasse affrettare pareri, magari elencando successi professionali e perfette medie universitarie, migliori di molti che si credono migliori di me, poi, dopo un po’, mi sono stufata di dovermi giustificare. Per quale motivo avrei dovuto disturbarmi a sottolineare la mia normalità? Per chi? Chi se lo meritava? Nessuno, assolutamente nessuno. Io so chi sono e questo deve bastare a me, al diavolo tutti gli altri. Vivendo in questa reità al limite ho scoperto, purtroppo, di quante bassezze è capace l’animo umano. Ti evitano, non ti salutano, c’è addirittura chi attraversa la strada per scappare da te. E tu che fai? Continui per la tua strada e non puoi fare altro che compiangere chi non è capace di andare oltre l’apparenza. Le mie catene frusciano, i miei anfibi sbattono, i piercing luccicano ed i tatuaggi brillano alla luce del sole, ed io non li nascondo più, li esibisco tutti quanti. Erich Fromm ne “L’arte di amare” dice: “Il principale compito dell’uomo nella vita è dare alla luce se stesso”. Questa frase è diventata per me un karma da onorare, una legge da seguire sempre e comunque. Così da quando ho compiuto diciotto anni non faccio altro, vivo la mia vita cercando di partorirmi, di conoscermi sempre più a fondo, di meravigliarmi di chi posso diventare. E non importa se i benpensanti mi considereranno pazza o sbagliata, io ho disubbidito alle loro regole e ne sono davvero fiera. Per lo meno respiro aria pulita, filtrata di tutti quei vincoli comunitari che t’impone il tuo tempo, riuscendo a soddisfare tanto la mia mente quanto l’anima della mia essenza. E resto come sempre qui, indomabile e libera, a gustarmi la magia cinese di mille dipinti che s’imprimono nel manto blu della notte. |
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