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Non voglio magliette dei Misfits di Alessandra Rosa
Guardo allibita la bambina treenne che mi sta di fronte. O meglio, guardo la bambola con cui gioca. Una via di mezzo tra una bambola gonfiabile e un prototipo di cubista miniaturizzata. Alzo gli occhi sulla madre, alla ricerca di una risposta o di un indizio che mi spieghi tale perversione. Ma niente, sua madre non è Britney Spears, non assomiglia neanche alla proprietaria di un qualche pornoshop di periferia. È una donna normale che sfoglia serafica una rivista. Ma come puoi dare una pornodiva versione giocattolo, in dotazione a tua figlia di tre anni, ma dico, per il sedicesimo compleanno cosa le regali, le mutande di vinile e due pastiglie di ecstasy? Mentre mi chiedo se le madre è qui per un’ecografia o accompagna la figlia che accompagna la bambola a mettere il diaframma, spazio sul resto della sala d’attesa del ginecologo. Chiaramente ci sono solo donne, per lo più panciute, tutte del tipo donna manager, quelle che si ostinano a vestirsi di nero ed efficienza, che programmano il parto come la ceretta dall’estetista, e soprattutto: -epidurale-, perché mai bisogna soffrire? Chi fu quel tale che disse: «Donna, partorirai nel dolore?» …un cretino. Io invece no, voglio ostinatamente soffrire, se così è previsto, ci sarà pure un motivo! Non credo che la natura sia sadica per partito preso! Ecografia del terzo mese. Possibile identificazione del sesso. Sento che è una femmina. La vestirò da fatina. Una fatina alata che svolazza per la casa e poi per il mondo, soffice e leggiadra come un fiocco di neve, non una valanga come me, che scende dai picchi e tutto travolge. E se si rifiuta di essere una fatina? Se vuole essere un caterpillar? Se sarà esattamente uguale a me? Oh Dio, non ce la posso fare! Ho fatto così tanta fatica a gestire me stessa, non credo di poter affrontare un’altra me stessa piccola. L’identificazione sarà immediata ed inevitabile. Automaticamente le appiccicherò addosso tutti i miei lati peggiori, i più pericolosi. E nessuno potrà trattenermi dall’avvolgerla nel mio terrore. Il terrore che diventi una mina vagante. Mi vedo. Quella che sa già tutto. Quella che pensa che basta aver vissuto una vita per guidare la vita di un’altra che magari, in effetti, non ti assomiglia per niente. E tu imperterrita continui a seguire i suoi movimenti, senza vederli, ma rivedendo i tuoi, cercando di correggere il tiro, di utilizzare la vita di tua figlia per migliorare la tua. Seconda chance, si riscrive la sceneggiatura: perfetta. Mia figlia diventerà psicolabile, mi odierà e forse in fase adolescenziale vorrà anche uccidermi, atro che fatina alata, sarà una potenziale assassina e io, la sua attenuante. Entra un’altra proto mamma, questa è di un modello diverso. Di quelle che portano la gravidanza come una malattia. Eccola lì, tutta beige dalla faccia al pullover, dal pullover alle scarpe. Mocassini beige di quelli che hanno la suola con i brufoli di gomma, lei ha l’espressione sofferente, ma finalmente ho il diritto di esserlo. Ha una pancina microscopica e già cammina come se stesse per partorire, si accascia sulla sedia con fare plateale e controlla che tutti abbiano visto. Non devo incrociare il suo sguardo. Queste sono quelle peggiori, tutta ansia e preoccupazioni: «Hai fatto il test sulla toxo? l’amniocentesi? cosa mangi cosa bevi, dove partorisci? riesci a dormire? che parto fai? dove lo manderai all’asilo? gli comprerai il telefonino? hai già comprato la carrozzina?». Haaaaaaaaaaaaa! Non la guardo, lascio che scelga un’altra vittima. È il mio turno. Vado. L’ecografia mi sconvolge ogni volta. Ho sempre la sensazione di compiere un atto illegale e proibito, di sbirciare un mondo segreto che non va sbirciato: la vita prima della vita è come l’eventuale vita dopo la morte. Sono mondi sacri, che diritto abbiamo noi di metterci gli occhi dentro? Non andiamo a turbare un equilibrio divino? Le conseguenze non saranno terribili, tipo la comparsa della doppia luna o la pioggia di rane? Così guardo il monitor sempre imbarazzata, colpevole, mi si strozza la gola. Spio un mondo segreto, come una ladra. Un mondo incontaminato fatto di silenzio e di quieto nulla che io invado con tutte le mie emozioni e le mie aspettative. Compio un’aggressione verso una creatura che non può ancora difendersi e dirmi, per esempio: «Che cazzo hai da guardare? Sono un feto e galleggio, assomiglio a un gamberetto e sono anche brutto, ma non era previsto che la gente, anche mia madre, venisse a guardarmi come al cinema! Aspetta, e quando sarà tempo, mi vedrai in tutto il mio splendore e completezza, adesso vai ad affittarti un dvd e lasciami in pace, che ho ancora un sacco di lavoro da fare!». Comunque piango, piango sempre. L’emozione, o la colpa, mi sovrastano. Mi rivesto inebetita e grondante lacrime, credo vada tutto bene, anche se non ho sentito nulla di quanto il medico ha detto. Esco faticosamente dall’oblio e chiedo: «Ma cos’è?». «Umano e maschio, signora. Maschio senza ombra di dubbio». «Ma come un maschio? Niente fatine alate? È sicuro? Ha guardato bene? Guardi che quella puntina che ha visto in mezzo alle gambe, potrebbe benissimo essere un’aluccia ripiegata che sporge!». Inequivocabilmente madre di un maschio. Non posso esserne capace. Troppo abituata ad essere perversamente femmina per essere madre di un maschio. Già mi vedo mettere in atto un’educazione seduttiva. Uomo, quindi da stordire, poi da piegare. Non avrai altra donna all’infuori di me. Crescerò un omosessuale. Maschio. Vorrà diventare una rock star, come suo padre. Nascerà con l’insana passione della musica e dei palchi, del successo, della depressione perché non c’è il successo. Un esistenzialista del rock. Sono un artista e nessuno mi capisce. Nessuno mi capisce e allora scrivo canzoni ammorbanti e autoinflittive. Già lo vedo ciondolare per casa con la chitarra e lo sguardo affranto. Già lo vedo dentro una maglietta dei Misfits. Tutto, ma non uno con la maglietta dei Misfits che gira per la casa! È inevitabile, tutti gli adolescenti con la passione della musica, passano la fase metallica. Sarò madre di un piccolo metallaro brufoloso. Come si fa? La psicologia dell’età evolutiva si è occupata di questo? Hanno già trovato una terapia? Mi avvio pensierosa verso la macchina. È strano sentirsi abitati. Non c’è nulla di naturale nella gravidanza. Non c’è nulla di naturale nel sentirsi la pancia piena di una cosa viva dove normalmente hai cibo morto. Non si riesce a fare una distinzione tra stomaco e utero. C’è solo pancia. Pancia piena anche se sei a digiuno. Pancia abitata. Mi sento costantemente dentro il film «Alien». Ho sempre paura che da un momento all’altro, la creatura spunti fuori dall’ombelico urlando: «Tiratemi fuori! non ne posso più di vedere solo traslucida placenta!». Metto in moto e accendo l’autoradio. La musica dei Misfits si espande satanicamente nell’abitacolo. Un’orrenda cassetta di Matteo, di quando era ragazzino. Ecco, è tutta colpa sua. Estraggo la cassetta e la lancio fuori dal finestrino, mi accerto ghignante che venga frantumata da una moto in corsa. Muori Metallo! Il nastro uscito dalla cassetta disegna la strada come un rivolo di sangue beige. Ma vi rendete conto che mio marito, il padre di mio figlio, è ancora chiamato dagli amici, «Metallino»? Ha trentasei anni!!! Non ho scampo, la mia casa diventerà un rifugio di metallari. Due generazione di Metallo ammorberanno la mia esistenza espandendo schitarrate in ogni dove, sarà un incubo. Come mi posso salvare? L’autoradio senza cassetta diffonde ora, altra musica non richiesta, roba italiana finto hip hop. Nauseante. Cerco disperatamente un CD educativo da inserire nell’autoradio. Bach? No, troppo classico, va a finire che partorisco un matematico incline alla filosofia, saputello e noioso, e poi lo devo metter in collegio in uno squat. Pink Floyd, un classico moderno, no, troppo oppiaceo. Velvet Underground neanche a parlarne, guarda cosa hanno fatto a me! Forse i Clash, no star system, politicizzati, intelligenti, ironici, cattivi il giusto, ma con gusto. London Calling. La colonna sonora della mia adolescenza, ecco, no, troppo datato, meglio i Radical Dance Faction, no forse è un po’ prematuro… bon, tagliamo la testa al toro e vada per i Virgin Prunes. Inserisco il CD. Parcheggio la macchina. Spengo la radio. Spengo il motore. Sono arrivata, e senza rendermene conto ho propinato all’ignaro feto venti minuti di crrrr frish frush, pttttt, prrrrrrrr, vuahh. Apro la porta di casa, timorosa di vedere quello che non voglio vedere. Eccolo lì, Matteo. Spalmato sul divano, barba sfatta, canottiera e tatuaggi, pancia prominente e sguardo alla Woody Guthrie. Appeso alla chitarra come un naufrago al tronco. «È bello che dove finiscono le mie dita debba in qualche modo iniziare una chitarra»[1]. Bello da sentire, brutto da vedere. Eccola lì, la Rock star delusa. Tra poco saranno due. Uguali. Uno deluso, l’altro illuso e io in mezzo, condannata al groupismo per l’eternità. Alza lo sguardo con sofferta lentezza, pronto per un ciak su MTV, sembra che ogni volta che stacca gli occhi dalla chitarra debba morire per il dispiacere: «Allora?». «Allora, mettiamo subito in chiaro una cosa. Non ho nessuna intenzione di assistere per la seconda volta, all’ascesa e la caduta di Ziggy Stardust di Poirino. Non ne voglio sapere di magliette sudate che puzzano di cantina, di concertini tristi in giro per gli hinterland del paese, di riunioni tra tossicodipendenti della musica, che si parlano addosso, che si sentono dei geni incompresi, che si autocelebrano e si compiangono; insomma che fanno un sacco di roba e non suonano e poi si lamentano perché non suonano; non voglio saperne di forse c’è un contratto, forse un festival, forse un concerto, forse un forse, insomma una farsa!». «Ma Sandra, è da sei mesi che lavoriamo a questo disco, l’etichetta è veramente interessata, è newyorkese, lì il mercato è diverso, è più ricettivo anche verso frange musicali più di nicchia, come la nostra, il nostro lavoro è di ricerca, è da due anni che lavoriamo alla costruzione di un sound che ci rappresenti senza snaturare le nostre origini, senza compromessi con il mercato, insomma un prodotto d’autore per palati fini. Perché 60 anni di musica in tre, devono pur voler dire qualcosa, siamo gli unici attualmente sulla scena in grado di…». «No Matte, tu Slappo e Felix non ci siete affatto sulla scena, porca di una puttana, è da cinque anni che non siete sulla scena, ma come diavolo fate a non rendervene conto, razza di egotrippici indefessi! Le uniche scene che calcate sono quelle del nostro salotto e dei vostri cervelli pentagrammati e poi non stavo parlando di te, stavo parlando di nostro figlio, che non diventerà un musicista sfigato come voi tre matteslappofelix, e quando la smetterete di chiamarvi come in un fumetto di Andrea Pazienza?!». «Oh Sandra! è un maschio allora!». «È un maschio, voglio che diventi un uomo, quindi non può essere un musicista». Ma gli brillano gli occhi. Sulla sua retina vedo impresse immagini raccapriccianti. Vedo mio figlio alla mercé di tre ex rock star degli anni Ottanta, lo vedo aggirarsi perplesso in qualche backstage, di quelli molto back e poco stage. Lo vedo costruire torri di latte di birra vuote e puzzolenti, giocare a «io sono un vampiro» sdraiato dentro il case di una chitarra, e poi ci rimane chiuso dentro e qualcuno se lo porta via. Lo vedo chiacchierare con tutti i signori Jack[2] che spuntano ignari e muti in cima ai cavi. Aggirarsi sulle gambe traballanti con il naso puntato verso l’alto e tentare di captare cosa succede in quel mondo lassù che fa woaan wuoan sling slang. Lo vedo piccolo e sperduto, tra spilungoni ingobbiti che formano crocicchi fumosi e gesticolanti, come paurosi alberi in una foresta di fumo. Tutti che parlano, che gesticolano, si alzano si risiedono, vanno fino lì, poi fino là, poi di nuovo lì, ma non succede un cazzo di niente per ore. Poi, ecco il sound check, plin plin, trin trin, bum ciak, prova ppprova pprova, e di nuovo ore di nulla. Finalmente si sale sul palco, quindici minuti, tre pezzi, fine. Quindi, ore di: si sentiva di merda, non avevo la spia, la voce era bassa, la batteria era alta, il basso era dietro, e intanto scarica e carica e smonta e attorciglia e suda e sbuffa e impreca e stipa un cazzo di furgone sfasciato. E poi duecento chilometri in autostrada, e fuma e sbuffa, la batteria era alta, e i Movox hanno suonato prima, e abbiamo iniziato tardi; e poi carica e scarica a casa di Felix, a casa di Slappo, a casa nostra. Sei della mattina, sedici ore in ballo, guadagno: cinquanta euro. Capirà, l’ignara creatura, che è una vita da mentecatti? Avrà il coraggio di dire: «Grazie papà, mi sono divertito, ma la prossima volta sto a casa con la mamma a costruire rane di pongo». E così mettere una salvifica pietra, sopra una carriera da musicista, ancora prima di averla iniziata? «Devo subito chiamare i ragazzi e dirglielo. Li invitiamo a cena, vero?». La voce di Matte mi riporta alla realtà. Non commento sul fatto che i ragazzi hanno quarant’anni e annuisco con rassegnazione, perché la maternità mi ha invaso di tolleranza e pazienza, sentimenti prima sconosciuti. Matte continua ad aggirasi per la casa trasognato, io cucino affranta. La cipolla soffre con me in padella. Suonano alla porta. I due si sono catapultati a casa nostra con una cassa di birra, come se andassero al compleanno di Bukowski. Pacche sulle spalle a Matte. Mi svolazzano intorno un pò gaudenti, molto imbarazzati. Sanno che li detesto. Felix e quel suo lucido piatto ciuffo nero alla cisonononcisono. Mi teme da quando ho minacciato seriamente di ucciderlo. Ma purtroppo è ancora vivo. I tossicomani sopravvissuti hanno una resistenza impressionante. Gli ex tossicomani, ex rock star degli anni Ottanta, ex la voce più bella di Radio Crash, ex animale da palcoscenico in calze a rete e tacchi a spillo e voce maschia che guaisce raffinata, malesseri sessoesistenziali, insomma questi ex tutto quanto sopra elencato, si trasformano in un attuale: sono ex dunque esisto, esisto ma non so perché, mi hanno derubato quindi soffro, se soffro nessuno deve essere felice. In sintesi, una specie molto, molto pericolosa; disposta a tutto, disposta a minacciare il suicidio quando Matte voleva lasciare il gruppo finalmente deciso a trovare un lavoro. È lì che ho minacciato di ucciderlo. È solo sparito per quindici giorni. Poi è tornato. Matte comunque, che è di animo sensibile, decise che era il caso di dare ancora una possibilità al gruppo. Fine della storia. Fine di tutto. Poi c’è Slappo, che si ostina a farsi chiamare con questo nome da cane, ma almeno ha rinunciato all’onnipresente x, che fa molto anni Ottanta e non se ne può più. Non è pericoloso, ha anche un certo buon senso, è l’unico che mentre tenta di fare il musicista, lavora. Fa il barelliere. Principalmente sviene sui pazienti. L’alcool a cui è dedito con metodo e serietà lo ha trasformato in una specie di narcolettico, ma nessuno in ospedale si è ancora lamentato. Slappo è del tipo che suona non per la musica, ma per il gruppo. È un allegrone, ha bisogno della banda, anche se non ha quattordici anni da molto tempo. Il gruppo è la sua famiglia. La famiglia di Slappo non c’è mai stata. Sta di fatto che Slappo l’abbiamo praticamente adottato e io mi sono rotta i coglioni perché ormai gli stiro anche i camici. E poi, dove c’è Slappo c’è casino, è una di quelle persone che vive nella sfiga. Che saluta da un treno in corsa e si rompe una mano contro un cartello segnaletico, che si fa la barba, gli cade il rasoio e si sgarretta una caviglia; va in Russia e Cernobyll esplode, va in Thailandia e scoppia lo Tsunami, se c’è una rissa picchia l’unico poliziotto in borghese che passava di lì, cade da un ramo di Eucalipto e in quaranta centimetri di caduta libera si procura un trauma cranico, e Matte parte per l’Australia con le unità di soccorso. Matte. Il teorico, l’intellettuale, dunque quello incazzato, incazzato con tutto e tutti sempre e comunque, un comizio ambulante così intento a parlare e declamare e deliquiare che le giornate passano, i mesi passano, gli anni sono passati e lui non si è mosso di un centimetro. Tutto sommato, meglio che ci sia la musica e i suoi fedeli adepti, viceversa ammorberebbe solo e sempre me. Allora l’avrei sicuramente ucciso, tanto per farlo stare zitto. Di cene come quella di questa sera ne ho viste mille. Per dieci minuti si parla del più e del meno, poi si parla di musica. Per ore. Solo ed esclusivamente: musica. Io amo la musica, ma preferisco ascoltarla e non amo le seghe mentali, meno che mai quelle a sfondo rock. Mentre loro straparlano io penso agli affari miei, penso soprattutto ad un gamberetto che volteggia nella mia pancia, beato e sorridente, ma poi sento l’ex più bella voce degli anni Ottanta, sincopare un: «Ma li avete visti quegli stronzetti dei Plus, ieri, al Festivalbar? Scimmiette ammaestrate! Dai centri sociali allo star system, dagli sputi sul pubblico alle reverenze in TV dalle…». Non posso trattenermi, questa sera no. «Senti, razza di isterico finocchio inespresso con la calzamaglia nel cassetto, ma proprio ti fa schifo vendere dischi? A cosa serve fare la musica, se poi nessuno l’ascolta? Lo sai che la musica è un mezzo di comunicazione? E se non c’è comunicazione, resta solo un mezzo, una mezza sega come te, che usa la musica per continuare ad intossicarsi di finto dolore esistenziale, per autolegittimarsi all’immobiltà codarda, nascondendosi dietro l’alibi del mondononmicapisce?! Perché non fai il terrorista e dai un contributo attivo al cambiamento di questo mondo brutto e cattivo, troppo facile fare l’eroe ciondolando per divani e sale prove. Perché non ti immoli con uno zainetto di bombe e ti lanci contro il palazzo della EMI?». La faccia di Felix è viola, quella di Slappo beige e quella di Matte bianca. Mi accomiato e vado a letto. Nel silenzio sento suonare una chitarrina. Possibile che provenga dalla mia pancia? Mi addormento immaginando un feto gamberetto in calzamaglia che fa stage diving sull’orlo del mio utero. Rido piango e dormo.
[1] Parole di una canzone di Fabrizio De André [2] Gioco di parole tra Jack- spinotto e Jack- nome di persona |
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