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Non buttiamoci giù

di Nick Hornby

a cura di Gennaro Chierchia

 

Scrivere un romanzo sul suicidio? Ci pensa Nick Hornby. Con la solita verve, il solito umorismo ed il solito sorriso a denti stretti – qui presente più che mai considerato l’argomento.

Saliamo con Martin, Jess, JJ e Maureen sul tetto della Casa dei Suicidi la notte dell’ultimo dell’anno e invece di vederli saltare giù ci troviamo invischiati nelle loro vite incasinate, provando a venirne fuori con loro – il suicidio sarebbe una via di fuga troppo semplice a questo punto.

Martin ha mandato all’aria la sua carriera di giornalista/conduttore televisivo ed il suo matrimonio andando a letto con una ragazza di quindici anni che gliene aveva dichiarati diciotto. Jess ha una sorella scomparsa nel nulla e dei genitori assenti; JJ consegna pizze a domicilio dopo che la sua band di musicisti si è sciolta e la sua fidanzata l’ha piantato, e Maureen ha un figlio costretto sulla sedia a rotelle dalla nascita che non spiccica una parola. Insomma, quattro personaggi che hanno un sacco di problemi che “credono” che il suicidio sia il solo modo per scrollarseli di dosso. Tuttavia è chiaro che non hanno una gran voglia di ammazzarsi – infatti non lo fanno.

Difficile intrattenere il lettore per quasi trecento pagine su di una trama con questi presupposti eppure, anche se per il rotto della cuffia, Hornby ci riesce. Soprattutto grazie alla trovata di raccontare la storia attraverso i diversi punti di vista dei quattro protagonisti – un’operazione simile l’aveva fatta Irvine Welsh con Ecstasy. Ci vuole mestiere per scrivere un romanzo in questo modo e, soprattutto, bisogna caratterizzare benissimo i personaggi per non farli somigliare l’uno all’altro – a proposito, i personaggi di Jess e di Maureen sono i più riusciti.

Siccome la vicenda è narrata secondo i diversi punti di vista dei personaggi e di conseguenza ciò che leggiamo altro non è che il loro pensiero e siccome il romanzo è fitto di dialoghi il lessico è di quanto più vicino al parlato si possa immaginare; sembra quasi di non leggere un romanzo.

Il finale è un non-finale e non dà delle risposte convincenti alle decine di interrogativi che assillano i quattro protagonisti per tutta la storia. Ma forse risposte non ce ne stanno, sembra proprio voler suggerire Hornby.


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