Racconti

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Nicola il cieco

di Giancarlo Tommasone

 

Le donne azzurre del paese stavano ferme a rassettare la sera. “Vedono nelle nuvole e sanno dire il futuro”, questo pensavano uno di fronte all’altro, i quattro vecchi del rione Santa Maria della Catena, gettati come selci eterni al tavolo del bar Sirene. D’inverno costretti sull’uscio ad aspettare le barche e i loro figli, d’estate come ciondoli ubriachi, il bicchiere di passito nelle mani a bestemmiare dei che adesso sono morti. Dal paese erano partiti un po’ tutti, quando la zolfara, spugna di terra gialla, aveva smesso di sfamare le poche centinaia di famiglie di Turone Marina. Il paese, che allora contava soltanto di suo seimila anime, si era ridotto pian piano a villaggio, un pugno di mura sul dorso della zolfara a picco sul mare. In molti erano partiti per l’America, altri avevano scelto di raggiungere le città. Gli operai stagionali arrivati fino a dieci anni prima da tutta la Sicilia, erano semplicemente tornati a casa. In poco meno di un mese, la zolfara diventò un pezzo di formaggio senza vita, ogni tanto delle chiazze rugginose a testimoniare che lì, dove nemmeno la gramigna attecchiva più, c’erano state delle macchine, delle rotaie, dei forni. Quando il paese diventò villaggio, e le anime rimaste a scrutare le onde dalla collina scesero a settecento, da Roma arrivò una circolare che cancellava dalla faccia della terra Turone Marina. Restavano due quartieri, quello di Santa Maria e quello del Conte Normanno. Ma adesso facevano parte del comune di Pietraverde.

I pochi abitanti di Turone però la presero male, il governo del continente, dicevano, non aveva apprezzato il loro coraggio di restare. Da allora in poi andarono tutti a vivere a ridosso della grande zolfara morta, snobbarono la vita dei paesi vicini, della città e della nazione intera e cercarono di farsi bastare il mare, l’uva, gli ulivi. Accettarono sì la corrente elettrica e i pozzi d’acqua del governo, ma solo quelli che erano entro il confine dei due quartieri dimenticati. All’entrata di Conte Normanno si leggeva ancora un cartello “Benvenuti a Turone Marina”. I turonesi, è certo, conoscevano la loro storia, “Nelle viscere della terra o in fondo al mare, sappiamo solo che bisogna scavare”, questo ripetevano spesso. Sapevano delle pietre di zolfo che diventavano liquide ed erano inscatolate per il continente, a memoria ricordavano la bellezza e la ricchezza dei fondali e i nomi delle nove barche attraccate al molo, nella baia in fondo alla slavina di casupole.

In una di queste capanne di mattoni, zolfo e tufo, abitava Nicola il cieco, che alla zolfara aveva regalato oltre alla pelle anche gli occhi. “Ho visto il sole, era rosso e caldo, e poi più niente” diceva a chi lo interrogava sulla sua sorte. Il dottore che veniva dalla città una volta al mese, sapeva però che non era il sole quello che Nicola aveva visto per l’ultima volta, bensì il suo sangue. Il vapore era schizzato fuori da un forno e gli era rimasto per sempre sulla faccia. Matteo e Ciro che avevano assistito alla scena, raccontarono poi che il calore aveva fatto asciugare i suoi occhi. Questi erano esplosi, il sangue era colato per un istante ed era svanito in una nuvola di ruggine. Da allora l’orbo che quell’estate andava per i settantadue anni, era rimasto nella sua tana, di cui col tempo aveva imparato a memoria la posizione dei chiodi sul muro, le crepe, il fosso per i bisogni sotto un pagliericcio, appena due passi fuori di casa. Sua sorella Mara aveva sposato un pietraverdese, ma ogni giorno attraversava il confine e lo sguardo dei quattro vecchi seduti al bar e portava da mangiare a Nicola, gli rifaceva il letto, stringeva qualche brocca d’acqua. Tutta la settimana sarde, scorze di formaggio e pane, tranne la domenica che riusciva a condirgli un piatto di pasta con olio e capperi. Non che glielo avessero chiesto, ma Nicola non avrebbe mai abbandonato la sua capanna. La sera restava di fronte alla casa di Ciro ad ascoltare il mare e il vento. “Questa è tramontana, ora monta il maestrale, domani lo scirocco porterà le cernie alla secca della Lumaca”. Aspettava Nicola, aspettava quell’estate più d’ogni altra.

Una notte fece un sogno, si rivide bambino alla grotta di Nenì, le mani sporche di tufo e zolfo, le labbra rosse. Aveva i piedi nell’acqua e teneva avvolto al braccio un polpo che ogni istante mutava colore. “Mara, Maruzza, lo presi” gridava nel sonno. Al risveglio gli sembrò di vedere di nuovo ma fu un lampo nero nel buio. Per alcuni giorni non poté fare altro che ripensare al sogno, e più delle altre volte gli tornarono in mente le parole delle donne azzurre del villaggio, quando durante la festa della Madonna Assunta, molti anni prima, gli avevano confidato il segreto per riacquistare la vista. Quella sera le donne gli avevano messo una benda intorno alla testa e guardando nelle nuvole avevano detto: “Sul fondo del mare vivono sirene che possono guarirti. Si radunano la notte nel momento in cui la luna muore. Quando i pesci faranno un cerchio e sentirai friggere le onde, tu chiudi gli occhi e aspetta”. Chiudere gli occhi, questo Nicola lo sapeva fare bene. Avrebbe anche dovuto nuotare da solo al largo, ma anche questa cosa, seppure fossero passati tanti anni, non aveva dimenticato. Il suo settantaduesimo compleanno arrivò di martedì, col libeccio. Mara non se ne curò, soltanto Ciro, un po’ meno vecchio di lui, lo baciò sulla fronte e gli regalò delle mandorle. Nicola le masticò e le soffio via, gustandone il sapore agli angoli della bocca. Sarebbe stata quella notte, e anche Ciro lo sapeva. Per questo aveva aspettato che la moglie lo lasciasse solo per recarsi alle vigne di Recale, dove avrebbe lavorato a giornata. Il gozzo era già pronto a prendere il mare sulla spiaggia delle Capre. Nicola non toccò cibo per tutto il giorno. Poi un fischio, il libeccio fu più forte, si fermò. Tornò a colpire le onde increspandole, pungendone la pelle d’acqua. Da solo, il cieco, cominciò a scendere verso la spiaggia. Conosceva la strada, evitava le stoppie e le pietre, aveva gettato il vestito, buttato per sempre alle onde, mentre Ciro era già lontano, già la barca sfregava le pietre e rantolava verso il mare. I quattro vecchi del bar si alzarono, tennero strette le sedie come un timone, e guardarono una torcia spenta bagnarsi prima i piedi, poi le caviglie. Sentirono il freddo mordere le spalle dell’orbo. La testa calò nel liquido come uno stoppino consumato nella pece. Ciro di presso accompagnava il cieco. Nicola affossato dall’ombra, il midollo di sale, ascoltò il gemito del freddo. Le donne azzurre del villaggio però gli avevano detto che sarebbero venute le sirene. Il cieco strinse i denti e raccolse la speranza. Era già arrivato all’entrata della grotta di Nenì. Ciro allora cacciò i remi dalla barca e tornò verso il molo. Anche i quattro vecchi si rimisero a sedere di spalle. Nicola chiuse gli occhi e aspettò, aspettò ancora. Le stelle, la luna, ostriche nel cielo, si lasciarono inghiottire da un branco di piccole nubi. Fu allora che l’acqua cominciò a friggere. “Le donne azzurre – pensò Nicola – le donne del villaggio hanno detto che verranno ragazze dai seni corallo, coda di pesce, e capelli d’alghe. Verranno e io sarò guarito”. Vennero le sirene, caddero e riemersero dalla pozza nera della notte. Nicola seppe tutto, lo dimenticò, lo rivide impresso su una lastra di giorni. Un momento ancora, come un colpo alla fronte, e la scorza del sale fu rotta da un mutante di carne finito in un foglio fradicio di china. Poi Nicola vide il buio.


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