Racconti

http://www.gcwriter.com

 

Nella clessidra

di Serena Pisaneschi

 

A separarmi dai miei figli rimangono sei giorni, ventuno ore e quarantasette minuti, durante tutto questo tempo io dovrò solo aspettare e continuare a resistere con tutta la forza che posseggo.

Sono appena andati via, hanno attraversato la cancellata di ferro battuto mano nella mano, stretti nello sguardo amorevole e preoccupato di mia sorella. La mia piccola principessa è sempre la solita, sbarazzina ed allegra, spensierata nell’innocenza dei suoi quattro anni. Domenico, invece, di anni ne ha nove ed è cresciuto dall’ultima volta che ci siamo visti, lo so che è stato solo una settimana fa, ma è incredibile come si notino i cambiamenti di chi sei costretta a non vedere per troppo tempo. Si è fatto più grande, più serio, sembra quasi un adulto rinchiuso in un corpo di bambino; da tre mesi a questa parte si è sentito precipitare addosso un peso troppo grande da sostenere per qualsiasi fratello, anche per uno ragionevole e responsabile come lui. Ha il compito di spiegare alla sorellina perché la mamma non può tornare a casa, perché non può più leggerle Cenerentola ogni sera prima di spengere la luce o prepararle la colazione al mattino, tocca a lui raccontare le favole adesso, sostituendo ad arte la crudezza della realtà. Piccola Matilde, così briosa in quegli occhi profondi e neri… Si ritrova senza un padre ucciso dalla crudele determinazione di un proiettile, e priva di una madre colpevole di aver premuto il grilletto di quella crudeltà. Ogni tanto mi scopro a ripercorrere con la mente i dettagli di quella sera maledetta in cui ho preso in mano il potere di Dio ed ho deciso della vita dell’uomo che dormiva al mio fianco, ma i miei ricordi sono offuscati e imprecisi, e più ci penso più si disperdono nella nebbia. L’unica cosa che rammento con chiarezza è il metallo freddo stretto tra le mie mani, tutte e due aggrappate ad una decisione presa con consapevolezza, e poi mi rivedo in piedi davanti alla casa di mia sorella con indosso un vecchio impermeabile malconcio ed i bambini aggrappati al mio corpo, infreddoliti e spaventati, ancora avvolti nei loro pigiami colorati. Nel mezzo il vuoto.

Era notte, molto tardi, e Gabriella ci mise un po’ ad aprire la porta. Dovetti suonare il campanello per tre volte prima che si accendesse la luce dell’ingresso, ma quando vide me ed i ragazzi lessi immediatamente sul suo volto che aveva già capito, mia sorella ha sempre avuto un sesto senso per certe cose. Avevo minacciato di farlo in talmente tante occasioni che ormai sembravano quasi avvertimenti dettati dall’abitudine dell’infelicità, quella volta però si rese conto che le mie parole non erano altro che chiarissime promesse di vendetta. Mi fece entrare immediatamente e parlò ai bambini come se non stesse succedendo niente di strano, portandoli al piano di sopra e facendoli accoccolare sotto le coperte nella stanza degli ospiti. Rimboccò loro le coperte e gli dette il bacio della buonanotte, poi mi raggiunse in cucina, dove ero rimasta per tutto il tempo ad ascoltare il calpestio sommesso dei suoi passi, immerso in un silenzio che mi sembrò quasi irreale. Durante le mie altre notti ogni quiete aveva sempre urlato incubi ed angosce, ma quella pace era diversa, lì risentii la profondità e la sicurezza che può regalarti il buio. Gabriella si sedette di fronte a me ed impiegò qualche secondo per incrociare il mio sguardo, non parlammo per alcuni minuti limitandoci ad attendere e respirare, io con meno pesantezza degli ultimi dodici anni. Ad un certo punto mi decisi ad interrompere quel colloquio senza parole, la tacita intesa tra sorelle con cui siamo state sempre bravissime a comunicare, chiedendole scusa per averla svegliata nel cuore della notte.

«Non sapevo dove altro andare», dissi.

«Non ti devi preoccupare, hai fatto bene», mi rassicurò lei.

«E Pietro? Oddio non c’ho pensato…», mi allarmai, temendo di aver potuto svegliare anche suo marito.

«È fuori per lavoro – scosse la testa per tranquillizzarmi – torna domenica, siamo sole».

Io rilassai le sopracciglia, mi passai una mano tra i capelli e lasciai vagare il mio sguardo su ogni particolare di quella stanza così accogliente. Gabriella e Pietro non avevano mai avuto figli, qualche scherzo della natura glielo aveva impedito, ma nonostante questo possedevano una casa piena di calore. L’arredamento era curato e sobrio, niente di eccessivamente risonante o troppo spento, tutto rispecchiava perfettamente l’equilibrio che avevano saputo instaurare tra loro. Mia sorella, poi, aveva sempre avuto un gusto raffinato per le ceramiche ed i soprammobili di vetro soffiato, li sapeva scegliere e sistemare con la delicatezza tipica del suo carattere. Ogni oggetto era semplicemente adorabile, come la coppia di tazzine da caffè sulla credenza, decorate finemente con tratti color oro e porpora, o come l’unicorno imbizzarrito sulla mensola del caminetto, con le zampe in alto e la voglia di scappare via fremente negli zoccoli. Anche lui si stava ribellando, ma a chi? A cosa? Io almeno conoscevo le mie risposte, le conoscevo benissimo.

«L’ho fatto, sai?», dissi all’improvviso, come se quella confessione mi stesse per scoppiare nel petto. «L’ho fatto davvero», ripetei.

«Che cosa hai fatto?», sussurrò mia sorella, avvicinandosi al mio volto.

«Ho ammazzato quel figlio di puttana, ho preso la pistola e gli ho sparato dritto in mezzo al cuore».

Gabriella non disse niente, limitandosi a scrutarmi ancora più a fondo. Sapeva che non avrei sopportato ancora molto quella situazione fatta di soprusi e prepotenze, ed alla fine avevo raccolto quel po’ di coraggio che mi era rimasto e liberato la mia famiglia da quell’animale.

«Sei venuta subito qui?», mi domandò.

«Sì, subito».

«E la pistola dov’è?», chiese, senza interrogarmi sul perché ne possedessi una.

«Sul cassettone, in camera da letto».

«Sei sicura che sia morto?».

«Ho controllato, non respirava più», le assicurai.

Lei tornò a drizzarsi sullo schienale, mi guardò un attimo e poi disse l’unica cosa che doveva dire, l’unica cosa giusta da fare.

«Dobbiamo chiamare la polizia, e anche un avvocato», asserì, io annuii.

«E ti arresteranno, lo sai? Andrai in prigione per molto tempo».

«Lo so, – dissi – sono pronta».

Al suono di quella lucidità si alzò e si avvicinò al telefono, ma prima di afferrare il ricevitore mi chiese un’altra cosa.

«Perché l’hai fatto solo ora, perché dopo tutto questo tempo?».

«Perché ha osato picchiare i miei figli», le risposi semplicemente, e lei capì, capì al volo, regalandomi il suo perdono ancora prima di incolparmi.

E adesso sono qui, rinchiusa tra quattro mura di un carcere femminile di massima sicurezza. Il mio avvocato dice che dovremo affrontare un processo lungo e difficile, ma con un po’ di buona fortuna potrei cavarmela meglio di quanto si possa ipotizzare. Io non mi preoccupo troppo però, credo nella giustizia e so che farà il suo corso, dopotutto ho commesso un crimine ed è giusto che paghi. L’unico rammarico è non poter abbracciare i mie figli ogni volta che ne sento l’impulso, e lo sento così spesso… Ora che da quassù li vedo attraversare il cortile mi sembrano così piccoli e indifesi che vorrei precipitarmi da loro per accertarmi che stiano bene, che riescano ancora a sorridere e possano vivere un’infanzia serena e spensierata malgrado tutto. Gabriella si prenderà cura di loro fino a quando non potrò di nuovo farlo io, fino a quando non avrò scontato tutta la mia pena. So benissimo che agli occhi del mondo appaio come una pessima madre, una che butta in pasto ai leoni il futuro della propria famiglia, ma ho preferito far sbranare quel futuro da denti affilati piuttosto che lasciarlo sopravvivere in balia del terrore e della violenza. Lui ha sempre trattato me come una pezza da piedi, nelle buone giornate mi gridava contro e mi picchiava, in quelle cattive gridava e picchiava ancora più forte. Ma io ho sempre sopportato, ho stretto i denti fino a farmi sanguinare le gengive continuando a sperare in un suo cambiamento, continuando a pregare Dio perché mettesse in atto il suo giudizio. Quella mano, però, non si è mai allungata dalla mia parte, non ha mai preso la decisione più giusta, ed allora l’ho fatto io, l’ho fatto senza chiedere il permesso a nessuno. Un atto di follia? No, io lo volevo davvero morto. L’ho deciso lucidamente e con coscienza il giorno in cui ho dovuto medicare le labbra tumefatte di Domenico e nascondere i lividi sulle braccia di Matilde sotto le maniche di un pullover di cotone, l’ho deciso nell’attimo stesso in cui i loro occhi mi hanno guardato con la stessa espressione impaurita con cui i miei si riflettono nello specchio. Non volevo per loro lo stesso dolore che avevo sofferto io, volevo solamente renderli liberi.

Così ho comprato una pistola, ho premuto il grilletto, ho portato i bambini da mia sorella e mi sono fatta arrestare. Loro saranno al sicuro ora, stretti nella sicurezza di una bella casa ed una nuova libertà, mentre io resterò prigioniera di questa clessidra dalle sbarre di ferro, cittadina di una giustizia a cui ho consegnato consapevolmente i miei peccati. Non so per quanti anni rimarrò qui e sinceramente non m’importa molto in questo momento, tutto quello a cui riesco a pensare sono quelle due ore alla settimana in cui li posso riabbracciare.

A separarmi dai miei figli rimangono sei giorni, ventuno ore e trentotto minuti, durante tutto questo tempo io dovrò solo aspettare e continuare a resistere con tutta la forza che posseggo.


 Stampa questa pagina

 Segnala questa pagina a un amico