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Nato per uccidere

di Gustav Hasford

a cura di Elena Liguori

 

1968, Parris Island, Carolina del Sud, Centro Reclute del Corpo di Marines degli U.S.A. La recluta James T. Davis, al secolo Joker, comincia da qui il suo resoconto sulla guerra. Comincia da quando ancora i fucili non sono carichi e i morti non sono reali; da quando, cioè, si «gioca alla guerra».

Le otto settimane che Joker trascorre nel Centro serviranno a fargli dimenticare di essere stato un uomo e a fargli entrare la guerra nell’anima: non più persona ma Marines. «Gli istruttori sono fieri, a vederci crescere e sfuggire al loro controllo. Il Corpo dei Marines non vuole dei robot. Il corpo dei Marines vuole degli uccisori; vuole costruire uomini indistruttibili, uomini senza paura». Otto settimane per dimenticare la paura, per innamorarsi della violenza, per amare le proprie armi al punto da dargli un nome.

1968, Vietnam. Fine dei giochi. «Questa è una carneficina. Quello che fai, diventi». Questa volta i fucili sono carichi e i morti sono più che reali. Joker è corrispondente di guerra aggregato alla Prima Divisione di Marines, il suo compito è di scrivere pezzi di cronaca ottimistici perché «in guerra la prima vittima è la verità. La Storia si scriverà col sangue e col ferro, ma si stampa con l’inchiostro». Egli stesso afferma: «Ho combattuto per il trionfo dell’ipocrisia».

Ma, sul campo un marine giornalista è un soldato come un altro.

Non c’è più spazio per le parole, allora. «Quello che fai, diventi». La Gloria, l’Onore, la Patria e altri paroloni che servono ad alleviare le spaventose atrocità cadono quando hai nelle orecchie il frastuono degli spari, in bocca il sapore del sangue e nelle narici l’odore inconfondibile dei cadaveri.

Joker è un uomo che uccide e che può essere ucciso. È tutto molto chiaro tra i combattenti: chi non ha la tua stessa divisa lo devi uccidere, non puoi provare pietà, non puoi avere cedimenti o sarai ucciso perché anche il tuo nemico, essendo un combattente, ha il tuo stesso modo di vedere le cose. La guerra si è impossessata di loro, che possono solamente fantasticare su quello che potranno fare una volta tornati nel Mondo. Contano i giorni, tengono duro, cercano di non pensare a ciò che fa paura, al dolore, alla morte, alla solitudine. «Il sangue aveva lordato il mio sogno americano che ogni vicenda è a lieto fine».

Sono prigionieri della guerra, laggiù, lui e il suo reparto, di una guerra che non è loro ma che loro combattono. La guerra gli ha rubato la libertà. Gli ha strappato via la libertà e l’ha donata ai vietnamiti. Ma c’è un problema: i vietnamiti non la vogliono. «Preferiscono essere vivi, che liberi». Si deve essere davvero ciechi per non cogliere la somiglianza con altre guerre, a noi purtroppo contemporanee, fatte appunto per il nobile fine di «Esportare Libertà e Democrazia» con le bombe anche a popoli che non le hanno richieste.

«La guerra è brutta perché la verità può essere brutta e la guerra è molto sincera»: perciò un racconto così reale sulla guerra è indispensabile. Per convincere chi è ancora convinto che esistano guerre buone che probabilmente si è perso qualche passaggio.


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