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Mosca più balena

di Valeria Parrella

a cura di Gennaro Chierchia

 

Del libro d’esordio di Valeria Parrella sono pochi i racconti che mi sono piaciuti e che mi sono rimasti impressi: “Quello che non ricordo più”, il primo, per le situazioni tragicomiche e il tono agrodolce del ricordo d’infanzia. “Asteco e cielo”, inframmezzato dalle belle parole della canzone di Enzo Avitabile, per la verità con cui racconta di concorsi pubblici e di esistenze giovani e disincantate. “Il passaggio”, l’ultimo racconto, quello che chiude la raccolta, il più lungo ma anche il più intenso, incalzante e pieno di trovate. E proprio quest’ultimo racconto mi ha fatto considerare che la Parrella sarebbe un’ottima scrittrice di romanzi. I racconti invece non mi hanno entusiasmato se me ne sono piaciuti soltanto tre. Il personaggio di Guappatella presente in “Dritto dritto negli occhi” mi è parso una trovata furbetta, e a me personalmente ha suscitato irritazione anziché simpatia e complicità. “Scala quaranta” è un racconto troppo semplice e comune, infatti ho avuto l’impressione di averne letti di simili. “Montecarlo” invece l’ho trovato asettico, tecnico come l’ufficio del Comune che fa da sfondo alla storia. Perciò mi chiedo cosa ha di eccezionale questo libro per avere avuto una così buona accoglienza, per essere diventato un cosiddetto “caso letterario”. A parte il dialetto napoletano “italianizzato”, il libro non contiene altri sprazzi di novità. Certo la Parrella ha un suo stile ma non è che spicchi molto e per esempio in “Scala quaranta” o in “Montecarlo” esso non ti sfiora nemmeno. Insomma il dubbio resta.


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