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Monica Cito
a cura di Gennaro
Chierchia
Monica Cito ha
pubblicato il romanzo Venere, io t’amerò (Giulio Perrone Editore, 2005).
Parla un po’
di te: dove vivi, che lavoro fai, quali interessi hai (oltre alla scrittura)…
Vivo fôr, che
non è il foro romano, anche se ci sono tanti gatti pure dove vivo io, ed anche i
cani, per la verità, ma non sono miei. Fôr significa campagna, una bella
campagna pugliese, ma mi ha scocciato: troppo bella per non scocciare. Ho
praticamente un nido di uccelli sulla finestra della mia stanza; stanno sempre
lì. Oltre alla scrittura, ma mooolto oltre, quasi nell’infinito, sono stata due
anni a fare pratica legale, e mi sono venuti i pensierini per scrivere un altro
romanzo, che forse chiamerò Borse di cuoio. Insomma: sono patologica, non riesco
a pensare che alla scrittura. Ma se mi facessero diventare avvocato, farei la
penalista, mi piacerebbe stare seduta nei banchi della difesa; i civilisti
invece s’arronzano come mosche intorno alla cattedra del giudice e stanno lì
tutti in piedi, e poi, quando si siedono, compilano noiosissimi verbali
d’udienza. I penalisti son tutti fighetti – i principi con il macchinone –,
scrivono poco, soprattutto studiano per i ricorsi in Cassazione.
Una domanda di
routine: quando hai cominciato a scrivere e perché?
Una risposta
di routine: alle scuole elementari; si è costretti, insomma ad andarci, no?
Colgo l’occasione per salutare la mia maestra di allora, che si chiamava – è
solo una coincidenza – Luce, come il mio personaggio. Anzi, lei aveva un nome buffino: si chiamava Sabato Luce, ed è stata la causa del mio scrivere, in un
certo senso: c’invitò un giorno a scrivere una poesia, quando noi non sapevamo
nemmeno cosa fossero. Ma, quel che è peggio, è che poi me la osannò, quindi io,
piccola narcisista, mi son montata la testa… e da allora, tante poesie son
passate sotto i ponti. Insomma, ho preso la mania, e da quella piccola mania è
nato il primo tentativo di romanzo, che, gentilmente rifiutatomi da una grossa
casa editrice, mi fece venire manie distruttive. In pratica: strazzavo,
strazzavo e strazzavo. Ma sto parlando sempre in dialetto; ossia neolatino…
Oltre a
Venere, io t’amerò hai pubblicato altre cose?
Sul web sì, approfittatene per andare a leggere gratis il materiale su Lankelot.com, ma non illudetevi che io scriva così. Quelli solo scarti, sono...
Su carta, tre poesie bruttissime che però hanno fatto entrare in tre antologie
bruttissime, e m’hanno fatto curriculum. Da noi si dice: raggiunto scopo,
vendesi zappa. E così, venduta la zappa, la Perrone si è appropriata di
Venere.
Racconta come
è nato Venere, io t’amerò.
Mandai, o
meglio Elisabetta mandò (perché è lei che si occupa degli invii alle case
editrici) il mio primo romanzo ad una piccola casa editrice che crede d’essere
Dio e Padreterno in terra. A dirti la verità, a me stavano un po’ antipaticucci,
anche perché sono molto pseudoleghisti. E infatti del romanzo non hanno capito
un tubissimo. Non solo non hanno capito questo tubissimo, ma hanno anche
commentato, e detto che l’autrice era troppo professorale. Non avevano capito,
nota nota Gennaro, e ridi ridi, che il personaggio principale del libro è un
insegnante… Questo m’ha fatto molto incazzare, e ho iniziato a leggere la loro
robacccia e, così, ho cercato di ingaggiare una lotta provando a forgiare una
schifezza da reinviargli. Ma la schifezza non mi è venuta fuori e non ho potuto,
perciò, aumentare il loro catalogo degli orrori.
È un romanzo
autobiografico, semiautobiografico o è pura invenzione?
Fino ad ora,
amico mio, ne ho dette di tutti i colori. A seconda del momento e delle infinite
mie lune, mi sento o no Luce. Ciò che più conta è che si tratta di un romanzo
biografico. La sofferenza di alcuni personaggi è tratta dalla realtà nuda e
cruda, che ho avuto modo e dispiacere di riportare nelle pagine, in alcuni
tratti piangendoci sopra. Naturalmente, non dirò mai di chi sono le biografie;
non farò mai nomi. Posso intuire, però, che in paese, leggendo, riconoscano. Il
libro, insomma, nella sua essenza è più vero che fantastico, e lì dove è
fantastico è comunque sorretto da uno studio sui comportamenti delle donne, in
parte anche degli uomini, che hanno subito violenza. Io ne ho subita? Sì. Quanta
e quale, rimane mio diritto tenere nell’intimo.
Chi è Rodulafia?
Naturalmente è
quello che è nel libro, ossia lo spirito guida e/o un’allucinazione di Luce. Che
tu, nella tua recensione, hai voluto vedere come una morta vivente, e che io
invece vedo come la vivente fra i morti. Ma tutt’e due le interpretazioni sono
suggestive. Rodulafia-idea scrittoria, invece, ed in senso meramente
tecnico-stilistico, è un neomedioevale, uno pseudo-gotico, un uomo forse della
terra, uno zotico, venuto a nuova conoscenza dopo la morte. Forse anche un
violento, senz’altro è un autolesionista; forse è persino il prototipo di un
giocattolo, un giocattolo capace di spezzare la continuità della disperazione di
Luce; è la sua compagnia nella sua solitudine. Nella sua diversità. Perché per
me – so che molti non saranno d’accordo – essere omosessuali vuol dire essere
diversi, perché non avere diritti vuol dire essere diversi. Anche essere donna
vuol dire essere diversa, perché non avere tutti gli stessi diritti e
possibilità, vuol dire essere diversi. Ecco perché il romanzo ha coniugato
l’omosessualità con l’eterosessualità, ed entrambe con la società; tutti fattori
visti con occhio femminile, se non addirittura femminista. Una curiosità: il
fantasma Rodulafietto, spirito onesto, e forse post mortem retto, è stato
portato a battesimo da Elisabetta. Ero disperata: volevo un nome e lei lo ha
trovato, nel giro di venti chilometri.
Che cos’è «ottembre»?
L’ossessione
dei miei lettori e dei miei critici... Urrà, ci sono riuscita! Tutti si
attardano, prima o poi, a parlare di ottembre, ed ognuno dà un proprio tentativo
esegetico: perché togliere lo sfizio? Perché togliere anche a me il piacere di
vedere cosa si scatena nella loro fantasia? Gli spazi sui giornali si pagano;
ottembre è messo lì per sfidare, oltre la moneta che da me non otterranno, i
signori critici. Rischiano di far arrivare prima i lettori, stavolta, perché i
lettori pubblicizzano il libro come fosse il loro, e uno scrittore non può mai
avere regalo più grande. E peso di responsabilità altrettanto grande. Perché, ti
confesso, il libro è ancora, ed anche per me, una dura alchimia.
Sono molto
curioso di sapere come lo hai scritto, cioè se hai fatto scalette o se
Venere, io t’amerò è frutto di un flusso di coscienza.
Segreto
istruttorio anche questo come ottembre, e per gli stessi motivi. Quando scrivi
un libro, al fine di fargli ottenere un passaparola magico, e intuisci di
potercela fare contro i “grandi” e gli americani, e stai per vincere la guerra,
o t’illudi di poterla vincere, in una meravigliosa favola che vede lo studio
porta del successo, è giusto abbandonarti al sogno-incubo degli anni di
edizione.
Perché voi
donne trattate spesso argomenti “forti”?
Perché noi
donne dovremmo essere forti, scrollarci di dosso il passato e spesso anche il
presente, voler davvero cambiare le cose. E comunque non credo che tutte le
donne scrivano d’argomenti duri da digerire, perché alcune, con le loro
indigestioni, i loro lividi e le loro frustrazioni, vanno seppellite, persino
quando credono di essere scrittrici. In alcuni casi, infatti, letteratura
mistica o fantastica, spesso la favolistica, sono prodotti femminili e
racchiudono tare. Molti uomini, al contrario, e anche in un certo senso
drammaticamente complementare, favolisti, erano pedofili. Sono le donne, però, a
sposare i pedofili, gli ubriachi e i maltrattatori d’ogni sorta. E sono sempre
le donne a non separarsene se non dopo il gesto più estremo dagli stessi
compiuto: quella parolina che a tutti fa così tanta paura: morte. Eppure, la
morte dell’anima precede sempre la morte del corpo e spesso l’anticipa. Per
questo le donne scrittrici vere, e non le Mazzantini di turno, si fanno forza
con la speranza di poter cedere una qualche fiala di forza ad altre, che hanno
bisogno di continue trasfusioni. Ciò che è certo, nel mio caso, è che, dopo un
libro-denuncia si rimane sempre con un senso d’impotenza e di rabbia.
Hai scritto
qualcosa che non pubblicherai mai?
Io vorrei
pubblicare tutto, ma non con tutti.
Cosa ti auguri
per il futuro?
Lunga vita,
salute e soldi… L’ascolto vero apparterrà ad altre ere; in questa mi accontento
che comprino il libro e i libri che verranno. Immagino che parecchie copie
andranno ad impolverarsi sui comodini d’una nazione di casalinghe.
Intervista rilasciata
il 5 maggio 2006. |