Racconti

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Mi dispiace signora, suo marito giace in stato comatoso

di Stefano Felici

 

Cammino per strada e vedo dei parallelepipedi bianchi che si spostano.

Be’, un momento: non è che ne sia poi così sicuro che questa sia realmente una strada; almeno per come la intendo io, una strada.

Insomma, questa qui davanti è una distesa grigia, color asfalto, quindi posso solo sperare/pensare che lo sia.

Comunque, torniamo a noi.

Vedo questi parallelepipedi bianchi che scivolano sulla strada; anzi, più precisamente sono le sfere nere situate sotto ai parallelepipedi a scivolare sulla strada: quindi si ha come l’effetto che siano i parallelepipedi a scivolare di per sé; poi comunque le sfere non si vedono subito, bisogna dare un’occhiata attenta per accorgersene.

È così, giusto?

«Certo, vai avanti».

Continuo a camminare, ma senza sapere dove sono diretto.

A un tratto però, tutto diventa lentissimo: anche il mio pensiero.

Un po’ come in “The Matrix”, le sequenze in cui il protagonista riesce a muoversi alla stessa velocità dei proiettili...

Hai presente? Insomma, non è la stessa cosa, ma ho reso l’idea?

«Ovvio.... ».

Ecco, quindi vedo arrivare un grosso parallelepipedo da destra; poi, appena mi volto verso sinistra, ne vedo arrivare un altro, altrettanto grande.

Si dirigono l’uno verso l’altro, lentamente, ed è quasi impossibile intervenire, visto che anch’io penso/mi muovo lentamente, come ho già detto.

Però si vede, è ovvio: anche a velocità normale non si potrebbe far nulla.

«Non è tutto».

Già, non è tutto.

È il destino, si vede.

Neanche volendo si potrebbe intervenire.

Comunque sia...

I due parallelepipedi bianchi si scontrano e tutto diventa muto.

In realtà non si sentiva nulla neanche prima, ma ora è tutto più ovattato.

Io, nel frattempo, non so che fare: aspetto, paziente, ma che cosa non so.

Poi mi accorgo che i parallelepipedi ora sono rossi.

Non faccio in tempo a notare questo dettaglio che da uno dei due parallelepipedi rossi esci tu, anzi io; va bene, ma tanto è uguale...

All’inizio non mi/ti riconosco, quindi tento di avvicinarmi, però sono/sei io/tu ad avvicinarmi/avvicinarti per primo.

Quando siamo l’uno di fronte all’altro mi domando/domandi: «Ma stai sognando?».

Mi guardo un po’ intorno, poi mi/ti rispondo: «Speriamo...».


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