Interviste

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Mariarosaria Riccio su “Al di là della barriera”

a cura di Gennaro Chierchia

 

Mi spieghi il titolo, “Al di là della barriera”?

 

Ci provo. Da qualche parte credo che ognuno possa trovare la sua personale spiegazione. Io non ho scelto questo titolo, me lo sono trovato semplicemente davanti e l’ho accettato. Credo la nostra realtà sia costellata di “barriere”. Ci proteggono e ci impediscono. Scegliamo di volta in volta tra le nostre due tensioni, di base, vitali, insopprimibili e contrapposte, quella di appartenere e quella di esplorare. La prima ci induce a rispettare le regole che il mondo in cui viviamo ci impone, la seconda ad andare oltre. In tutti e due i casi, ovviamente, abbiamo un vantaggio e paghiamo un prezzo. La scelta a volte è estremamente difficile e dolorosa. Credo anche che la “barriera” più potente sia quella tra le nostre passioni più intense profonde, gli istinti, e la nostra parte “civile”. Cosa succede se si elimina una barriera? Non c’è più separazione, distinzione. Diventa possibile l’integrazione. Andare al di là della nostra barriera interna ci permette di conoscerci a fondo e di fruire di tutte le nostre potenzialità.

 

È un romanzo autobiografico: perché questa scelta di narrare situazioni e persone strettamente legate alla tua vita, in definitiva di raccontarti?

 

Qualche anno fa, per il mio consueto spirito di esplorazione decisi di iscrivermi ad un Corso di Scrittura. Non avevo mai scritto altro che lettere, fu una scommessa, una sfida, uno sfizio. Eravamo in quattro o cinque, il nostro docente Gino Parrella, ci assegnò il compito di concludere un racconto. Lo feci. Quando condividemmo i nostri scritti, Gino e i miei compagni mi invitarono a proseguire. Nacque così la mia storia. Quel compito era stato una sorta di “apriti Sesamo”. Da uno scrigno a me sconosciuto scaturivano incessantemente immagini emozioni riflessioni. L’invito era sempre quello di continuare. Quell’invito mi ha permesso di superare le perplessità, i dubbi sulla opportunità di pubblicare quanto era venuto fuori. Fino all’ultimo momento. È stato il mio prezioso amico e valente Editor Aldo Putignano a darmi la spinta decisiva.

 

La prima cosa che ho pensato quando ho avuto tra le mani il tuo libro è stata che non sarei mai stato capace di scrivere un’autobiografia, che è una scelta particolarmente coraggiosa.

 

Hai ragione. Neanch’io avrei mai pensato di poter osare. Ancora una volta, come tante, mi chiedo come ho potuto.

 

Che cos’è il Biodramma, di cui parli nel libro, e qual è il suo fine?

 

Il fine è l’opportunità di conoscerci molto più profondamente di quanto in genere crediamo sia possibile. Una sorta di specchio implacabilmente sincero che rivela anche quello che crediamo sia inaccettabile. Guardando in quello specchio, possiamo accorgerci che in realtà non vi è nulla dentro di noi che non costituisca una ricchezza. L’esperienza si svolge in uno spazio chiamato Biodromo, esso rappresenta simbolicamente la nostra esistenza. È diviso idealmente, a sua volta, in tre spazi: Vita-Amore-Morte e Trasformazione, le dimensioni che appartengono ad ogni essere umano di ogni tempo. Percorriamo quello spazio accompagnati dai Biodrammatisti, ognuno di loro rappresenta una delle tre dimensioni. Ci guida un altro Biodrammatista: il Virgilio, che rappresenta il nostro Mentore, l’Alter Ego, la parte di noi che ci sostiene e ci viene in soccorso nei momenti critici. Talvolta è presente anche da un altro Biodrammatista che rappresenta il nostro Fratello o la nostra Sorella segreta, la nostra parte più intima e delicata. L’azione si svolge sia in una comunicazione non verbale con i Biodrammatisti, sia attraverso l’interazione con gli oggetti che sono stati disposti in quello spazio, sia con i Sistemi Simbolici creati dallo stesso Lorenzo Ostuni creatore dell’Evento. Un Analista, nella maggior parte dei casi Lorenzo, osserva ed annota tutto quello che accade, lo interpreta e lo restituisce alla persona che ha vissuto l’esperienza. Ho vissuto il mio Biodramma per due volte, in ognuna ho attinto qualcosa di nuovo e di prezioso per la mia vita. Ho visto le mie motivazioni profonde, i pericoli e i vantaggi che il mio modo di essere comporta, la possibilità di vivere la mia vita in modo più consapevole. Da Biodrammatista ho avuto la gioia di essere il Virgilio dei miei figli. Credevo di conoscerli come meglio non si poteva. Mi è stata restituita l’immagine della loro Essenza che ha rinsaldato e impreziosito il nostro legame.

 

Il romanzo spazia tra presente e passato, spesso quest’ultimo si accavalla al primo, creando uno stadio onirico. È una scelta stilistica o solo il flusso della tua coscienza?

 

Forse non possono essere disgiunte. Credo che la scelta stilistica non appartenga solo a quello che scriviamo, ma sia inerente a tutto il nostro modo di essere nel mondo. Una sorta di letto per il fiume del nostro incessante flusso di coscienza.

 

Mentre leggevo il libro riflettevo spesso sul fatto che a scriverlo era stata una psicologa. Una sorta di autoanalisi?

 

Analisi. Psicoanalisi. Psicoterapia. Terapia. Parole che sembra appartengano solo al nostro tempo. In realtà sono parte integrante di ogni esistenza, in ogni tempo e luogo. Anche quando non ce ne accorgiamo. La parola Terapia significa Cura. Cura di se stessi innanzitutto. A volte lo facciamo, come sappiamo, da soli, a volte abbiamo bisogno di qualcuno che ci accompagni. Il fine di ogni Psicoterapia è ripristinare la nostra capacità di Autoterapia, compito che non smette mai di essere indispensabile per sentirci protagonisti della nostra vita, per stringere tra le mani il timone e proseguire nel nostro percorso.

 

Cosa ti auguri che il tuo libro dia ai lettori?

 

La gioia e l’entusiasmo nella fatica del nostro vivere. La fiducia in noi stessi, nelle nostre capacità, soprattutto quella di andare al di là della barriera.

 

Intervista rilasciata il 25 maggio 2007


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