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Lungo la strada del tempo

di Giuseppe Bianco

a cura di Gennaro Chierchia

 

I racconti di questo splendido libro narrano di persone comuni, che lottano contro il tempo e contro una vita che vorrebbero diversa.

Ne “Il profumo della primavera” Achille deve svolgere un lavoro che non gli dà soddisfazione ma che gli serve per tirare a campare e per fare contento la famiglia e la fidanzata. Viceversa sente il bisogno di realizzarsi, di essere finalmente se stesso. Questo tema è molto caro a Giuseppe Bianco, in quanto egli vede nell’uomo costretto a svolgere un lavoro indesiderato la perdita della propria identità: “Un uomo con gli anni diventa il lavoro che fa”.

“Il valzer delle ore perdute” affronta il tema principale del libro: lo scorrere inesorabile del tempo. In questo racconto il protagonista sogna di incontrare se stesso sulla sponda di un fiume a staccare le ore da un orologio e a gettarle via: una splendida metafora del tempo che se ne va e un invito a considerare ogni attimo come se fosse l’ultimo: “C’è sempre tempo fin quando t’accorgi di non averne più”.

E se si provasse a guardare la vita da un’altra angolatura?

“A spasso fra le nuvole” è una perla di saggezza. Giocato sul tema del ricordo, imbastisce un lirico monologo tra un figlio e il padre scomparso. Questa tecnica permette a Giuseppe Bianco di rivoltare la vita e di analizzarla sotto un’insolita prospettiva: “Dimmi un’ultima cosa poi vado: ora che sei a spasso fra le nuvole e guardi il mondo da lassù. Ora che tante cose ti sembrano stupide. Ora che di tutta la bella esteriorità del mondo ne puoi fare a meno e ti arriva solo la verità quella che a volte quaggiù manca. Dimmi ce l’hai ancora tutta quella fiducia nelle persone?”.

In “Un vecchio blues” viene affrontato un altro tema: l’amore. Ma l’amore per lo scrittore non è una cosa studiata a tavolino, non ha confini precisi che danno sicurezza a chi ci sta dentro. L’amore è vita innanzitutto: “L’ho cacciata via. Credeva che l’amore fosse un contratto da firmare, qualcosa di definito, un bisogno. No… l’amore non è questo, non è rinchiuso in questi parametri. Non sposerò mai una donna solamente per soddisfare le mie necessità o per soccorrere le mie urgenze… l’ho cacciata via. Avevo bisogno di lei ma l’ho mandata via, via!!!”.

“Ciao Napoli” chiude il libro. Un racconto tardo adolescenziale su un gruppo di tre amici alla ricerca di emozioni fuori dalla periferia napoletana. Il viaggio di ritorno sarà scandito dai capricci di Tina, una ragazza spagnola che fa breccia nel cuore del “Selvaggio”.

Lo stile di Giuseppe Bianco sfiora il lirismo ma le sue storie sono pregne di vita. I suoi personaggi non sono grandi uomini e ciò gli permette di esaminare il mondo alla radice, senza falsi moralismi e senza ipocrisie. Uno stile e una sensibilità unica, difficilmente riscontrabile negli scrittori moderni.


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