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Lunar Park
di Bret Easton Ellis
a cura di Andrea Scarabelli
Lunar
Park è un punto di rottura. Un romanzo che affonda le sue radici in una
crisi profondissima, che nasce dal rifiuto della spettacolarizzazione e
approda a un complesso intreccio di realtà e finzione, riuscendo a
raggiungere i vertici più alti sia della confessione sia della scrittura
usata come maschera.
Il libro stesso è
diviso in due parti: la prima coincide col primo capitolo, “gli inizi”: a
sorprenderci, immediatamente, è la voce diretta e nuda di Ellis, che per la
prima volta si confessa senza ricorrere ad alcun tipo di artificio
narrativo. Il ritmo è incalzante, il tono, inizialmente freddo e distaccato,
si fa presto appassionato e disperato: l’autore sembra deciso ad andare fino
in fondo, a liberarsi catarticamente del peso del proprio passato.
Ed ecco allora
emergere la parabola di un ragazzo trasformato in una celebrità dal suo
primo romanzo e ben presto travolto da un’ondata di degradazione, droga e
ulteriore successo letterario, che non fa che legittimarlo a spingersi
sempre più oltre. Una discesa agli inferi che lascia ben presto i toni
patinati e glamour delle prime pagine delle riviste, per trasformarsi in un
abisso privato d’instabilità e assenza d’amore, trascinandoci fino al limite
ultimo, fino al crollo, all’implosione.
Questa si
manifesta con la morte del padre, quel genitore autoritario e dal quale egli
aveva sempre cercato di fuggire, tanto odiato e tanto segretamente amato,
che porta Ellis a fermarsi, a far scattare la finzione in questo nuovo
romanzo. Anche se con una notevole peculiarità: prima di passare alla
narrazione, Ellis si premura di assicurare l’assoluta veridicità della
storia che sta per raccontare, al punto da chiamare il protagonista Bret
Easton Ellis.
Non si tratta
però di se stesso, quanto piuttosto di un nuovo alter ego, che scopriamo
inspiegabilmente ripulito dagli stravizi, sposato con un’attrice di
successo, con un figlio che non ha mai voluto riconoscere e col quale ora
cerca di riallacciare il rapporto, lontano da New York e apparentemente ben
inserito in un idilliaco contesto suburbano, destinato però ben presto a
macchiarsi di ombre. L’asettica, immota provincia americana si popola ben
presto di fantasmi (in senso metaforico ma anche letterale) e la narrazione
compie una brusca sterzata di genere, trasformandosi in un horror che si
rifà dichiaratamente ai romanzi di Stephen King.
Questa scelta,
apparentemente così distante dagli universi narrativi abituali dell’autore,
è invece coerentemente moderna, altrettanto rappresentativa dello
zeitgeist quanto lo erano stati a loro tempo American Psycho, con
il suo serial killer yuppie per gli anni Ottanta, e Glamorama, con il
suo connubio tra moda e terrorismo, per gli anni Novanta. La narrativa
contemporanea infatti sembra avviarsi sempre più sulla strada della
contaminazione, della ricontestualizzazione dei generi letterari e del loro
superamento tramite un pastiche che coniughi leggibilità, attenzione
per l’attualità, fantasia e potenza emotiva.
Lunar Park
fa proprio questo: utilizzando una struttura efficace e riconoscibile,
moltiplicando i punti di vista nel racconto attraverso un caleidoscopio di
spunti e interpretazioni diverse, riesce ad offrire un convincente spaccato
sulla società americana, non più sul suo inesorabile declino quanto sul suo
sfascio già avvenuto. Difficile infatti sapere cosa sia più terribile e
stupefacente, se i fenomeni paranormali che iniziano a verificarsi o se la
descrizione che Ellis fa dei bambini, diventati androidi privi di emozioni,
dipendenti dagli psicofarmaci già all’età di cinque anni.
Ma il livello in
cui l’autore si mette più in gioco è quello emotivo, dove tenta di saldare i
conti con la memoria del proprio padre e di cercare lui stesso di
riallacciare un rapporto con il figlio, precedentemente sempre rifiutato. In
questo modo il canovaccio horror si carica di simbolico, lo sguardo passa da
realista a visionario, non è più possibile separare incubo e realtà, passato
e presente, amore e paura.
Avventurarsi in
Lunar Park è come percorrere un corridoio costellato di specchi
all’interno di una casa in fiamme: ad andare a fuoco non è solo la vita
dell’autore, ma l’intero sistema di valori distorto della nostra società.
Di certo si
tratta di un’opera estremamente ambiziosa, pienamente riuscita dal punto di
vista simbolico ed emotivo, con forse qualche falla dal punto di vista
narrativo, che però non pregiudica la validità complessiva.
In ogni caso,
sicuramente uno dei titoli più complessi ed interessanti di quest’ultima
stagione letteraria. |