Racconti

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Lo scrittore pazzo

di Marco Di Pinto

(racconto che ha partecipato al concorso letterario Noir Story)

 

La stanza di Jeff Marlowe trasudava malsanità. Non era per le cicche di sigaretta schiacciate e ricurve a stagionare nel posacenere né per i fazzoletti accartocciati e buttati sulla scrittoio figli del repentino cambio di stagione. Probabilmente non dipendeva neanche dalla bottiglia di whisky, da tre dollari e ottanta al discount di Cunningam Street, riversa vicino ai fazzoletti da cui si stagliava un rivolo giallastro. Era l’insieme, il quadro generale nel cui centro si delineava la sua figura incolore, ricurva sui tasti della vecchia IBM. Le dita erano immobili, come atrofizzate, ferme in una posa inutile frutto dell’inattività nella quale versavano da mesi, più o meno da quando la dannata musa di Jeff gli aveva voltato le spalle dispensando a piene mani apatia.

Marlowe incrociò le braccia sul petto ossuto, fissò ancora una volta il foglio bianco. Sollevò una mano dalla tastiera grattandosi la faccia, il sibilo delle unghie sulla barba incolta riempì l’intera stanza semivuota.

Jeff Marlowe imprecò alzando gli occhi al soffitto. «È inutile che ti scaldi vecchio Jeff», una voce roca lo colse di soprassalto spaventandolo.

Distinse sulla poltrona di pelle consulta un tipo dall’aria sospetta, capelli a spazzola e occhi di ghiaccio, disteso.

Pancia in giù, braccia incrociate sotto la testa, gamba penzoloni su di un bracciolo.

«Chi sei tu, come hai fatto ad entrare?».

«Però... come sei scontroso boss... O dovrei chiamarti Papà?».

«Esci subito di qui prima che chiami la polizia!».

«E faresti una cosa del genere a colui che ti ha reso celebre?».

«Io non so chi diavolo tu sia maledetta canaglia».

«Ah no? Vediamo se questo ti rinfresca la memoria», sfilò la maglia nera aderente scoprendo un corpo muscoloso sul cui petto risaltava una vistosa cicatrice a forma di mezza Luna.

«Cos’è questa una burla?».

«No, non lo è», gli sussurrò una voce sensuale all’orecchio. Si voltò di colpo chiedendosi come avrebbe potuto una donna materializzarsi alle sue spalle dove prima non c’era nessuno.

«E tu chi sei?».

«Il nome Patty Sue ti dice qualcosa?», fece la donna vestita in maniera provocante.

«Non è vero, non è possibile, dov’è Margareth?».

«La tua dolce mogliettina è fuori, – fece il brutto ceffo portandosi una mano alla nuca – chi lo sa quando tornerà?».

«Magari, al ritorno, le faremo fare la stessa fine che hai riservato per me, che ne pensi? – chiese la donna mentre si passava un vistoso rossetto scarlatto sulle labbra – Com’è che recitava l’articolo di quel cronista che ti eri inventato?».

«Prostituta nota nel quartiere Dark Moon trovata sgozzata tra i bidoni della spazzatura all’angolo della undicesima. Sì… credo di aver scritto qualcosa del genere parola più, parola meno».

Sulla soglia della porta era apparso un uomo alto, smilzo con un impermeabile panna, un velo di barba brizzolata sul volto e una sigaretta spenta tra le labbra.

«Ciao bello, – fece rivolgendosi a Jeff – o dovrei anch’io chiamarti papà?».

«Quel porco si è fatto un nome grazie a noi, ha preso premi e soldi a palate per poi giocarsi tutto a carte mentre noi ripetevamo tutti i giorni le stesse scene infami per le quali ci aveva creati, nelle menti deviate dei suoi lettori o sulle pellicole di qualche regista di serie B a caccia di notorietà, – disse Patty Sue – non è nostro padre, è un aguzzino infame».

«Già, – intervenne l’uomo con i capelli a spazzola facendo scattare la lama del coltello che custodiva nel palmo della mano – allora toglietevi di torno e lasciatemi fare quello per cui esisto».

«Non prima di avergli urlato quanto mi fa schifo», lo interruppe l’uomo con l’impermeabile, puntò il dito verso Marlowe. «Tu mi hai condannato a vivere nelle tenebre a caccia di storie squallide, – gli puntò l’indice in faccia – tra cadaveri, spacciatori, mafiosi e squillo. Mi hai fatto corrompere poliziotti e finire i miei giorni in gattabuia mentre quel libro maledetto si diffondeva a macchia d’olio per tutto il paese».

«Ti lamenti tu, hai idea di cosa significhi avere per protettore Teddy Rasoio? Non è un caso se lo chiamavano così sai?».

«Lo so bene, dimentichi che sono stato io il primo a renderlo un personaggio pubblico. Peccato che il nostro eminente autore decidesse che la mia storia sarebbe stata rubata dal direttore Buckler costringendomi a continuare a marcire su quella scrivania puzzolente».

«Io non rinnego nulla. – disse freddo il ceffo col coltello – Non rinnego il prete pedofilo del catechismo, la rapina alle poste a sedici anni, la sedia elettrica, niente! Lui ha deciso che uccidere avrebbe dovuto piacermi e così è stato».

Jeff Marlowe si alzò dalla sedia barcollando un po’.

«Non è possibile che siate voi», avvicinò una mano al volto di Patty Sue che si scostò con aria di disgusto, poi iracondo:

«Io vi ho dato la vita, io vi ho creati!».

«Io toglierò la tua – rispose il tipo col coltello – e danzerò sul tuo cadavere», passandogli il dorso della lama sulla gola.

«Non mi fate nessuna paura, tornatevene all’inferno dal quale provenite».

«Sì ma stavolta tu ci seguirai», pure il reporter aveva assunto un tono minaccioso.

Una sirena strillò dalla strada, Marlowe corse verso la persiana chiusa urlando con quanto fiato avesse in corpo invocando aiuto.

L’auto sfrecciò a tutta velocità e il suono della sirena restò sospeso nell’aria sbiadendosi sempre più.

Jeff Marlowe cadde in ginocchio dando le spalle ai suoi raccapriccianti ospiti.

D’un tratto sorrise, poi sempre più forte agitando il petto al ritmo del suo respiro fino ad emettere una risata potente, sguaiata e distorta che rimbombò nella strada deserta al di fuori di casa sua.

 

Il venerdì mattina alle dieci Buck O’Connor faceva la sua consueta passeggiata tra i giardini onde consentire al suo cocker Regina di concimare fraudolentemente le siepi intorno alla fontana.

Lui la paletta per i cani proprio non la contemplava. Espletata ogni pratica uscì dal cancello dei giardini dirigendosi verso il chiosco all’angolo per l’immancabile copia del Daily News.

Seguì la strada del ritorno dovendo talvolta strattonare Regina che si fermava per infilare quel suo dannato muso agli angoli delle saracinesche putride dove suoi simili si erano fermati prima di lei apponendo la rispettiva firma.

Aprì la porta incerta di casa col suo mazzo sonante di chiavi, entrò, lanciò il quotidiano sul tavolino del soggiorno e andò a stravaccarsi sulla poltrona lasciandosi cadere pesantemente come a voler testare l’esistenza della gravità.

Prese il telecomando e cominciò a sfogliare il ventaglio di possibilità.

«Buck! Buuuck!».

«Che diavolo vuoi donna? Lasciami in pace sto cercando il football!».

Dana la moglie di Buck ignorò l’avvertimento e lo raggiunse vicino alla poltrona.

«Hai letto qui? Hanno ammazzato Marlowe, Jeff Marlowe».

«Chiii?».

«Marlowe, lo scrittore, quel pervertito che abitava qui all’angolo. Si diceva che fosse un alcolizzato e che frequentasse donne di malaffare, una volta ci aveva provato con Geena dello snack-bar».

«Ah quell’idiota. Si sarà cacciato in qualche giro losco, magari si drogava e non avrà pagato qualche fornitore».

«Senti qui cosa dice il Daily...».

 

Noto scrittore trovato morto in circostanze misteriose.

 

Jeff Marlowe scrittore di noir noto per essere l’autore di “Lama che non perdona”, è stato trovato morto nella sua abitazione di Downey Street. Resta da chiarire la dinamica dell’omicidio che potrebbe essere opera di un mitomane. Fonti attendibili riferiscono infatti che pare che il modus operandi dell’omicida ricalchi quello del protagonista del romanzo sopra citato di cui Marlowe era appunto autore. Dalle tracce ricavate inoltre pare che l’omicida non dovesse essere solo e che fra i presenti potesse esserci una donna.

Marlowe, vedovo da più di dieci anni raggiunse il successo nel 1984. Poi una vita di eccessi pare l’avesse portato sul lastrico e all’abuso di alcool e droghe. I vicini lo descrivono come un tipo schivo, torbido, che ispirava diffidenza. Pare stesse sempre rintanato in casa ricurvo sulla propria macchina da scrivere senza mai partorire nulla.

Sembra che l’avessero soprannominato... Lo scrittore pazzo.

 
 

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