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Lo scrittore matto

di Gennaro Chierchia

 

Riflettevo che scrivere sia una condanna. Che sia soddisfatto o meno dei risultati conseguiti, se sia letto o meno, lo scrittore può fare unicamente questo: continuare a scrivere. Sempre e comunque. Il lavoro e la famiglia non lo salvano perché il tempo per scrivere lo trova sempre. Può non scrivere per parecchio tempo ma prima o poi ci ricasca. Scrittura come dipendenza. Come droga. Non c’è altra spiegazione. Perché uno scrittore si accanisce su un racconto per giorni e giorni finché non ne è soddisfatto? Perché legge e rilegge il proprio romanzo finché non lo ha imparato a memoria? È un autolesionista? Un condannato alla sofferenza e mentale e fisica? Bisogna essere un pochino matti a starsene seduti ore ed ore a picchiare sui tasti, riversando su anonimi fogli bianchi i propri pensieri, a correggere e cancellare all’infinito. Lo scrittore è condannato a far rivivere la vita sulla carta e, per fare questo, perde un po’ della propria. È prigioniero dell’ispirazione, di ciò che lo spinge, ogni volta, a sedersi davanti alla macchina da scrivere. Gli scrittori che ci campano con la scrittura sono matti a metà ma quelli che non ci guadagnano niente sono proprio matti. E quelli che addirittura “pagano”…?


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