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Racconti |
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Limoni verdi di Simona Vassetti
Marco al citofono, la sua voce roca risvegliò i miei sensi. Scommettendo avrei vinto perché potevo fidarmi di lui. Ancora. Lo feci salire e nell’attesa mi sentii percorrere la schiena da brividi. Il campanello mi fece trasalire, a volte ci si sorprende senza motivo. Quando aprii la porta vidi Marco sulla soglia della nostra casa, con un mazzo di fiori ed un sorriso stampato. Lui davanti i miei occhi increduli. Lo abbracciai stringendolo forte ed il suo tepore mi restituì la voce ed il coraggio...
Stringeva un piccolo bouquet di margherite a testimonianza del nostro incontro: le voci tremanti, gli occhi ardenti e desiderosi di confessarsi tante cose. «Come mi trovi?», chiesi, certa della provocazione. Marco mi guardò per pochi istanti, la risposta parcheggiata sulle labbra, come se cercasse le parole giuste, quelle che non feriscono.
«Sei smagrita, ma sempre bella». Si liberò così dal peso scomodo della verità, ma i suoi occhi erano sempre un libro aperto per me. Per allontanare la tensione allungai la mano ed afferrai la sua, grande e ruvida. Una mano da uomo, fin da quando era fanciullo. «Ti preparo un caffè», gli sussurrai, Marco mi sorrise, poi si sollevò per seguirmi in cucina; si muoveva naturalmente in quella che era stata anche casa sua. Prese posto sullo sgabello della cucina accanto alla finestra. Sapevo che stava osservando ogni minima mossa, tutti i gesti, il lento rituale della preparazione della nostra bevanda preferita. Accesi sotto il fuoco, feci due passi verso di lui per raggiungerlo. «Come mai sei venuto a trovarmi?». Dovevo andare fino in fondo: amavo conoscere la verità, qualunque sapore avesse. Marco cadde nuovamente in imbarazzo e deviò lo sguardo. «Marta, io...», dovevo aiutarlo. Non era facile per lui, questo lo intuivo. «Hai parlato con Silvia, vero?». Finalmente sollevò lo sguardo ed i suoi occhi tristi incontrarono i miei. «Sì». Ero certa di quella risposta ma volevo comunque ascoltarla, perché desideravo che il suono di quelle parole raggiungesse il mio udito. «Sono felice che tu sia qui, ma non avrei voluto che mi vedessi... – una breve pausa – in questo stato». Stava per commuoversi, ma riuscì a controllarsi ed a frenare il pianto. «Il caffè è salito», disse per distrarsi. Davanti a quelle tazze bollenti lessi, tra le rughe della sua fronte, la paura di chiedermelo. Non sarebbe stato difficile, in fondo, ad una domanda avrei dato una risposta, una conferma. «Ti prego Marco, non fare così. È dura per me raccontarti, e poi cosa c’è da raccontare. Sono condannata». «Non dire così. – a quelle parole Marco ritrovò carattere – Non puoi arrenderti, non devi. E poi non voglio». La sua non era una preghiera, ma un ordine: perentorio, assoluto. Avevo tanto amato quella sua determinazione. Dopo un attimo ci ritrovammo abbracciati. Le mie lacrime approdarono sul colletto della sua camicia, mentre mi teneva stretta a sé. Poi mi baciò. Quel bacio struggente mi restituì il calore, risvegliando antichi ricordi e qualche rancore. Volli fermarlo e terminare quel bacio prima che dentro di me si risvegliasse il desiderio. «Non farlo Marco, ti prego. Sarebbe dolce ma dopo resterebbe un’amara sofferenza». Le mie parole volevano allontanare un probabile epilogo. Scacciavo dalla mente l’immagine dei nostri corpi avvinghiati, soggiogati dalla passione e dal dolore. Marco lo comprese e per primo si staccò da me; in quel momento il gelo mi assalì mentre lo vedevo passarsi le mani tra i capelli, in segno di rassegnazione, o peggio, di impotenza. Lo era, perché proprio io lo stavo rendendo tale. Marco prese posto sul sofà, reclinò il capo chiudendo gli occhi. Era bellissimo. Avrei voluto gridarglielo, ma non era possibile, questo lo sapevo. Mi avvicinai nuovamente sedendogli accanto e posai il palmo sul dorso della sua mano che tremò lievemente. «Marco, ascoltami», aprì nuovamente gli occhi e mi guardò. «Non devi stare così per me, io...». Questa volta fu lui ad interrompermi. «Non puoi dirmi ciò che devo o non devo fare. Io sto male per te, questa è la verità. È ciò che provo. Nessuno può soffocare i sentimenti». Poi si fermò un attimo, meditando se aggiungere o meno quello che aveva pensato. «Non avrei voluto che finisse tra noi, e tu sai che non sarei tornato qui per nessuna ragione al mondo. Invece la vita è fatta per stravolgere le decisioni prese, e la notizia della tua malattia, infatti, ha contribuito a far riaffiorare quei sentimenti che credevo sepolti». Le sue parole cancellarono i miei dubbi che l’immaginazione aveva stravolto: i suoi sentimenti erano lì, disponibili, quasi palpabili attraverso i nervi del suo corpo teso, le lunghe dita delle sue mani, l’espressione imbarazzata del suo sguardo. Sarebbe bastato un niente per riaccendere la passione, ma cacciammo via quel pensiero consapevolmente, quasi fosse blasfemo. Nulla avrebbe potuto interrompere quel flusso di sentimenti che fluiva da un corpo all’altro. Mi aveva detto già troppo. Marco aveva chiuso con me, con la nostra storia, ma quel sentimento che si era trascinato nel cuore, ben celato, era stato così tenace da mostrarsi interamente. Però non mi bastavano il suo affetto, la comprensione fraterna e la sincera solidarietà: sapevano, comunque, di compassione. Odiavo la pietà e coloro che provavano un tale sentimento. Quasi avesse letto i miei pensieri, Marco mi prese le mani. «Sono qui perché ti voglio bene. Tanto. – sospirò dopo quell’affermazione. Rumorosamente. – Non è pietà, credimi». Come se non avesse bisogno di altre parole mi sorrise. Questo fu tutto ciò che aggiunse. Per lui era già troppo. Che fosse accanto a me ancora di più. Ma non potevo arrendermi: dovevo fargli ancora una domanda. L’ultima. «Se ti chiedessi adesso il perché, e tu sai a cosa mi riferisco, mi diresti la verità?». Mentre parlavo immaginavo il mio viso, l’espressione compassionevole e dolce insieme. Sapevo che in quest’occasione avrei ottenuto la risposta che desideravo da tempo. Era una dura prova per Marco, ma per me rappresentava l’antico dubbio sul quale avevo rimuginato per quei tre anni. Rappresentava il motivo per il quale Marco mi aveva lasciata. Si passò nuovamente la mano tra i capelli; da quei suoi docili movimenti capii che si era arreso e che mi avrebbe risposto. Mi guardò da sotto le braccia conserte per difesa, poi con voce sommessa sussurrò: «Si può ammettere di lasciare una donna per il troppo amore? Non ridere, – non ne avevo voglia – non sono riuscito ad amarti di quell’amore che meriti. Eri troppo per me. È giusto ammetterlo ora. In principio ti ho incolpata del fallimento, di essere stata poco comprensiva, ma non era vero: più spesso di quanto vogliamo ammettere ci si ama su piani differenti, praticamente irraggiungibili. Ho avuto paura di farti soffrire per l’eccessiva gelosia, l’assurda possessione, e da vigliacco ho preferito lasciarti piuttosto che perderti. All’improvviso, senza spiegazioni... – si fermò, i suoi occhi erano lucidi – Non ci sono spiegazioni se si continua ad amare. Io ti amo ancora, Marta. Ti amerò per sempre». Era più di quello che avrei potuto immaginare: quello che avevo udito era una dura confessione che dissipava i dubbi, eliminava le mie stupide congetture: era la verità, nuda e cruda, pura e cristallina. In quel momento nacque un turbamento nel mio animo mentre, accarezzandolo, cercai di celare l’imbarazzo che ci aveva colto ammutoliti ed avvinghiati nuovamente sul divano. Il desiderio di essere amata di quell’amore inseguito urlava dentro di me, ma non cedetti ad esso. Non era né il luogo né il tempo: quello era un attimo vissuto e già finito, da dimenticare, se possibile. Stranamente mi sembrò fosse tardi, così pure per Marco, che senza accorgermene, ritrovai incappottato sulla soglia della nostra casa; mi baciò dolcemente e mi disse: «Chiamami, per qualsiasi cosa, in qualsiasi momento». La porta chiusa alle sue spalle avrebbe dovuto cambiare la mia smorfia, invece restai con quella di sorpresa che mi aveva disegnato l’effetto delle sue parole. Turbata, insoddisfatta e sporca dentro. Sì, così mi sentivo. Lercia nell’animo. Andai in bagno, presi dell’ovatta, la impregnai di struccante e cominciai lentamente a togliermi il cerone dal viso. La mente completamente svuotata e lo sguardo colpevole a mirare il corpo appositamente smagrito e la folta capigliatura ridotta a sparuti ciuffi secchi pur di conoscere la verità. Non so quanto tempo sono rimasta innanzi a quello specchio, con uno strano sapore in bocca. Un sapore acre, come di limoni verdi. Dapprima non l’ho riconosciuto. Poi mi sono morsa il labbro fino a farlo sanguinare, sperando svanisse. |
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