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Libri mon amour – parte terza

di Gennaro Chierchia

 

Ho questa pila di libri sulla scrivania scritti da Ernest Hemingway, uno scrittore di cui ho letto quasi tutta l’opera, e che mi ha dato moltissimo, a livello di esperienza-non esperienza, nel senso che ho vissuto avventure magnifiche stando comodamente seduto a leggere, e a livello sentimentale, umano, ma anche a livello tecnico, nel senso che ho imparato molto dalla sua scrittura. Insomma Hemingway mi ha fatto divertire, emozionare, e amare ancor più la parola scritta, ovvero l’esperienza della scrittura. Quello che non ho di Hemingway scrittore, che forse non avrò mai, è il fatto di riuscire a trascrivere esperienze personali. Certo che il grande scrittore americano ne aveva di cose da raccontare, per la sua vita spericolata, tra guerre e corrispondeze per i giornali e viaggi in luoghi «fantastici» come l’Africa. Perciò lui ha attinto da un pozzo senza fondo, dal quale tirava fuori storie eccezionali, vissute sulla propria pelle, e credo in parte inventate, come fa ogni romanziere che si rispetti. Al contrario credo di non avere mai scritto di esperienze personali, almeno non in modo completo, dall’inizio alla fine di una storia, e mai abbastanza. Certo uno scrittore, anche se non racconta di sé, sparge comunque degli indizi della sua vita nei suoi racconti, una frase o più. Ma Hemingway andava sicuramente oltre, faceva della già propria eccezionale vita, qualcosa di ancor più eclatante, e questo attraverso la scrittura. Romanzi come «Addio alle armi» incentrato sulla prima guerra mondiale, o come «Per chi suona la campana», sulla guerra di resistenza spagnola, o come «Verdi colline d’Africa», sull’amato Continente Nero, ti restano nel cuore, ti si appiccicano addosso e ti fanno sentire quei luoghi, quei personaggi, sei con lo scrittore e «dentro» lo scrittore, proprio perché questi ha vissuto quelle storie. E poi c’è la poesia di opere inestimabili come «Il vecchio e il mare», con la sua parabola sulla vittoria e sulla sconfitta. La freschezza e la spensieratezza di «Festa mobile», ma anche la nostalgia per la gioventù andata. E i racconti, quelli di «I 49 racconti», altro genere in cui lo scrittore eccelleva, in cui Hemingway affrontava le tematiche a lui più care, come la boxe, la caccia, la corrida. Io credo che Hemingway sia grande perché era sincero quando scriveva, e questo lo si evince dal fatto che metteva insieme storie spesso crude e cruente, ma allo stesso tempo cariche di sentimento, di riflessione, che non si vergognavano di mostrare la parte «debole» del loro autore. Quello che infatti stupisce nell’opera hemingwayana è questa mistura di delicatezza, a volte di ingenuità, unita alla crudeltà delle vicende del narrato, come la guerra, la caccia, in ogni caso soggetti e location che ruotano intorno alla morte. Infatti attorno a questi fatti di sangue spuntano grandi amori, grandi amicizie, grandi delusioni, che rendono umani i personaggi che li vivono e, di conseguenza, veri. Oggigiorno sono pochissimi gli scrittori che mettono in scena la propria vita, che parlano delle proprie esperienze, e inoltre riescono a tenere il lettore incollato alla pagina. Ernest Hemingway ci riusciva, ed è per questo che è inimitabile.


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