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Lettere a mia figlia

di Concetta Coccia

a cura di Antonio Ariani

 

Il romanzo è scritto in forma di lettere, sulla scia di opere notissime quali il Werther di Goethe, la Nouvelle Héloïse di Rousseau e le foscoliane “ultime” di Jacopo Ortis. La cosa mi è sembrata terribilmente impegnativa perché implica una capacità dello scrittore di esporre fatti e dialoghi utilizzando una sola voce, che è quella della protagonista che scrive. Ma l’autrice ci è riuscita egregiamente, perché nelle lettere spesso inserisce, garbatamente e quasi senza che il lettore se ne accorga, anche il contenuto delle risposte, benché materialmente queste non figurino nel romanzo.

Leggendo il libro tutto d’un fiato, come può succedere, si è tentati di considerare la protagonista come una grafomane, perché le lettere si susseguono a un ritmo incalzante, come se la protagonista ne scrivesse una al giorno; e ci si chiede: ma questa signora, non ha altro da fare nella propria vita? Poi basta leggere le date, su cui si è tentati di sorvolare, per scoprire che le lettere sono intervallate di diversi giorni, anche dieci. Certamente ci sono lettere di giorni consecutivi, ma sono dovute a stati d’animo che esigono uno sfogo immediato.

Il romanzo gira intorno a tre coppie: la protagonista e suo marito; la figlia e suo marito, un altro figlio e sua moglie, più una mancata moglie.

Il marito della protagonista, Roberto, è un uomo tranquillo, apparentemente marginale a tutto, ma è riuscito a far cambiare casa a sua moglie solo per stare, lui, più vicino al posto di lavoro, che è un ospedale. Ma la moglie l’adora tanto che ha sopportato con cristiana rassegnazione non solo il cambio di casa (alla sua età: sessant’anni!) ma anche un suo tradimento pregresso, benché ogni tanto questo torni ad agitarsi come un verme maligno nel suo cervello. E lui gode del prestigio che continua ad avere presso la moglie, i colleghi di lavoro e il mondo scientifico, e a volte sembra perfino pavoneggiarsi col suo aspetto tutt’altro che senile…

La figlia Daniela è una gran menefreghista, tanto che è andata via dopo il matrimonio senza lasciare neppure un biglietto a sua madre. E la sua grande preoccupazione, in precedenza, erano state le scarpe… Ma a poco a poco sembra recepire i saggi consigli di sua madre, e diventa a sua volta una brava madre dopo essere stata una brava moglie. Anche se per San Valentino le è andato storto di non aver ricevuto i fiori: ma la madre è lì a farle notare che il marito fa ben altro per lei, fino a portarle il pranzo quando lei sta a letto con l’influenza. Insomma, questa ragazza-donna è l’ideale come destinataria di un’autentica vocazione a educare, anzi a rifinire o a correggere l’educazione, che sua madre manifesta in molte lettere. Questo, lungi dal farcela considerare come un’impicciona – ne sono stato tentato alcune volte – la rende simpatica, anche perché il suo comportamento riflette il quotidiano impegno lavorativo socio-psicologico che assolve con passione e competenza. Altre lettere sono rivolte a manifestare alla Dany, il cui cordone ombelicale si va pian piano recidendo, le sue gioie di madre e (da un certo momento in poi) soprattutto di nonna, infine di donna prescelta da un’altra (giovane) donna quasi come madre adottiva. E lì si scatena la gelosia della figlia, che tuttavia non è destinata a prevalere. Le missive “educatrici” pullulano di osservazioni originali ed acute. Per esempio: “Un chirurgo penetra nel corpo per guarirlo, un docente penetra nella mente per formarla”. Oppure: “la poesia è eterea, non si vede, non si tocca, eppure è essenziale”. E ancora: “Le persone sono tutte il prodotto del loro vissuto”; “la coscienza è una porta che si apre soltanto dall’interno”, e altro.

Il genero Renato sembra avere il solo ruolo di avere reso la protagonista nonna, per due volte. Ma a un certo punto esce dalle tenebre, e sarà una sorpresa per il lettore.

Il figlio Marco sta in una caligine non meno fitta, da cui esce prepotentemente quando una ragazza che lui ha amato finisce incidentata nel suo ospedale con l’uomo, Giorgio, che ha sposato. E Giorgio, purtroppo, muore lì. Il ritorno di fiamma che allora si crea (in Marco, ma anche in Gloria, dove non a caso si dice che finiscano “tutti i salmi”) movimenta diverse lettere, nelle quali la protagonista mostra di saper gestire in modo eccellente una difficile situazione in cui sono venuti a trovarsi sia Marco che Gloria. Marco ha preso una gran botta, a rivedere il suo vecchio amore, e nel riferirlo alla madre scomoda perfino “i segni dell’antica fiamma” che Didone sente nel rivedere Enea. Quando però la madre gli chiede: “Che conti di fare?” visto che lui ha già famiglia, risponde: “Non lo so”. Il che mi ha ricordato Lara Antipova che chiede a Zivago, per la prima volta a letto con lei: “Che cosa faremo?” e lui risponde, puntualmente: “Non lo so”. Per fortuna, nel caso di Marco ci penserà Gloria a toglierlo dagli impicci: come del resto Lara nel caso di Zivago, fuggendo col suo coriaceo pigmalione-seduttore Victor Komarovsky.

La moglie di Marco, Claudia, emerge solo nella predetta circostanza, come persona praticamente estranea e forse nemmeno “informata dei fatti”, che non merita in nessun caso l’abbandono.

Gloria, la mancata nuora di Tiziana, fa il sacrificio di emigrare pur di non fare la “scassafamiglie”, e naturalmente ne soffre. È un personaggio secondario ma per nulla marginale, e molto ben caratterizzato. Di donne così ne esistono, nella realtà, ma non saprei se facciano bene o male a comportarsi in quel modo, quando l’amore assume – come si scrive nel libro – “la faccia sublime della rinuncia”. Io avrei trovato l’occasione di dire, parlando di quella vicenda, che in nome dell’amore e dell’altruismo a volte si pratica del masochismo. Si può dire che Gloria è la vera protagonista della II parte, come Monica lo è della III.

C’è ancora un’altra figlia di Tiziana, Stefania, ma è morta giovanissima e compare nelle lettere quando la madre la ricorda, per averne visitato la tomba o per altri motivi. Sono accenni toccanti al tema eterno della morte prematura.

E infine ci sono i nipotini di Tiziana, entrambi figli di Daniela: Lorenzo e Giada. Nelle lettere della nonna per importanza battono tutti, com’è naturale, ma nel corso della vicenda nessuno dei due ha ancora imparato a parlare.

Monica piomba su Tiziana come una poiana sul topo di campagna, da ragazza trentenne immatura, anzi dai comportamenti decisamente infantili. Ma immensamente affettuosa e a sua volta immensamente desiderosa di affetto: un desiderio da cui però Tiziana è più volte tentata di tenersi al riparo. Infatti, Monica è inserita in una torbida storia familiare che vede al centro sua sorella, Irene: di quest’ultima solo in una lettera, datata 13 giugno, si conosceranno i dolorosi precedenti. Questa Monica “croce e delizia” di Tiziana terrà banco anche nella IV parte, e fino all’ultima pagina del libro.

Nel romanzo non mancano, per bocca di Tiziana, notazioni istruttive a sfondo sociologico (in accordo col mestiere della protagonista), come quando a proposito del suicidio di una ragazza, tale Cristina, critica violentemente la Tv, che ha imposto il clichè della donna bella, fisicamente perfetta, “senza dare alcun risalto all’intelletto, alla persona nella sua totalità”. O come quando riferisce una frase di Gloria che, a proposito del suo lavoro a Milano, parla di “colleghi non sempre corretti, con chi viene dal sud”: parole sante che valevano ieri e valgono ancora oggi.

Per concludere, un plauso al romanzo che, con l’intervento di un abile sceneggiatore, secondo me potrebbe anche aspirare a diventare una buona fiction.


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