|
Le ore // The hours
di Michael Cunningham // Stephen
Daldry
a cura di Simona Vassetti
La
letteratura è il solo specchio dentro cui la vita, riflettendosi, giunge per un
momento a dire se stessa. È l’idea centrale di questo romanzo abitato da tre
donne. La prima è una scrittrice famosa: Virginia Woolf, ritratta ad un passo
dal suicidio, nel 1941, e poi, a ritroso nel tempo, mentre gioca col demone
della sua scrittura. Le altre due sono donne che abitano luoghi e tempi diversi.
Clarissa Vaughan, un editor newyorkese di oggi, colta nel giorno in cui darà una
festa per Richard, l’amico amatissimo e malato di Aids, forse l’unico vero
amore. E Laura Brown, una casalinga californiana dell’immediato dopoguerra,
bella e inquieta, desiderosa di fuggire via, per un giorno, dalla noia di un
matrimonio ordinario. Ciò che lega il destino di queste tre donne è un libro:
Virginia è alle prese con la creazione della sua “Signora Dalloway”. E signora
Dalloway è il nomignolo che Richard ha inventato per Clarissa. Ed è ancora
questo romanzo che Laura porta con sé nella sua fuga breve dal mondo.
Ma dietro a questo
tema narrativo, Cunningham usa la voce di Virginia Woolf come fosse la sua. Ed è
un’eco inconsueta seppure familiare: la voce di un vero scrittore.
Nel
realizzare il film “The hours”, tratto dall’omonimo romanzo di Michael
Cunningham, il regista Stephen Daldry doveva superare la difficoltà di
realizzare un film che fosse in grado di trasmettere la stessa profondità
d’animo che pervade il romanzo.
Il romanzo di
Cunningham, già Premio Pulitzer nel ’99, ha uno stile incantevole ed una trama
avvincente, tale da desiderare di leggerlo e rileggerlo.
Ma anche la sua
trasposizione cinematografica è così perfetta da desiderare di vederla e
rivederla, non solo per la bravura dei suoi interpreti, le tre protagoniste N.
Kidman, J. Moore e M. Streep, e lo splendido Ed Harris, ma proprio per come è
stato concepito il film. Infatti, buona parte della trama si svolge nella mente
dei personaggi, e la cinepresa rende palpabili i loro pensieri con una
delicatezza tale da non comprometterne l’integrità. Il fatto che l’adattamento
del film sia stato seguito personalmente dallo scrittore, volando a Londra dallo
sceneggiatore David Hare, al quale ha parlato dei suoi personaggi, lo ha
sicuramente contaminato in modo positivo.
Alla fine lo stesso
Cunningham ha dichiarato di sentirsi totalmente legato alla realizzazione del
film.
The hours racconta
una singola giornata nella vita di tre donne, appartenenti a tre epoche diverse,
le cui esistenze sono collegate tra loro grazie al romanzo di Virginia Woolf,
“La signora Dalloway”.
Il film inizia e
finisce con la scena del suicidio della scrittrice inglese, un gesto disperato
ripetuto proprio per evidenziare la circolarità della storia e del tempo che
scorre. Non a caso è lo stato confusionale in cui ci appare la scrittrice in
quella giornata a caratterizzare le vite delle altre due donne, sebbene in
luoghi e tempi differenti. Laura, la casalinga californiana incinta del suo
secondo figlio, è insoddisfatta a tal punto da pensare al suicidio. L’editor
newyorkese, Clarissa chiamata vezzosamente Mrs. Dalloway dal suo amico Richard,
pur apparendo una donna forte e sicura, risulta vulnerabile al dolore e alla
sofferenza del suo amico scrittore, ex amante, malato di AIDS.
Un altro pregio del
film (perché il romanzo non ne ha bisogno) è il continuo passaggio da un’epoca
ad un’altra, con salti temporali che avvengono in modo del tutto scorrevole;
pregevole risulta una delle scene iniziali, composta da una serie di brevi
sequenze in cui le tre donne compiono gesti simili, a sottolineare il legame che
le unisce al di là del tempo.
Le ore che
scandiscono la giornata, apparentemente insignificanti, conducono le tre
protagoniste a guardare in faccia la realtà: i tormenti e le riflessioni si
ripeteranno per l’intera giornata, fino a quando qualcuno morirà, come pensa
Virginia Woolf: “Qualcuno morirà perché gli altri imparino ad amare la vita.”
Non si può fare a
meno di amare il film almeno quanto il romanzo, sebbene il coinvolgimento sia
fisicamente diverso, perché le aspettative deluse ed il pensiero di fuggire per
staccarsi dalla quotidianità non appartengono esclusivamente ad una mente folle,
ma a chiunque desideri, almeno per un secondo, lasciare tutto, come fa la
signora Brown in un giorno qualunque della sua esistenza, o di lasciarsi morire
come tenta di fare Virginia Woolf, o di tornare al momento più felice della
propria vita e della propria giovinezza come cerca disperatamente Clarissa
Vaughan.
L’operazione
cinematografica si può dire pienamente riuscita: se Cunningham usa la voce di
Virginia Woolf e la fa sua, Stephen Daldry, David Hare e gli splendidi attori di
questo film, hanno fatto loro la voce dello scrittore americano.
…e questo mi sembra
una contaminazione un po’ fuori dal comune, oggigiorno. |