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Le lacrime del pagliaccio

di Maurizio De Giovanni

a cura di Sonia Scarpa

 

“Le lacrime del pagliaccio” è il primo romanzo di Maurizio de Giovanni, è un libro dalle tinte giallo noir, ambientato negli anni ’30 in una Napoli inedita schiaffeggiata da un vento di marzo freddo e ostinato, fotografata in bianco e nero, quasi ritagliata dalle pagine di vecchi periodici che narrano allo stesso modo le cronache dei fasti delle prime al San Carlo, i capricci degli artisti, il mistero fitto che avvolge un omicidio e le passioni che armano un assassino.

A mettere insieme i pezzi di un caso articolato e complesso c’è un commissario silenzioso e cupo, custode anch’esso di un segreto: la possibilità di vedere le persone scomparse e di ascoltare le loro ultime parole. Il destino del commissario Ricciardi è quello di risolvere anche i casi più difficili grazie a ricostruzioni precise fatte a partire da quegli ultimi istanti impressi sui volti e nelle voci delle vittime, tale capacità conduce l’uomo ad un’esistenza dedicata al lavoro e alla solitudine, il protagonista è sospeso tra un voluto isolamento dagli affetti ed un desiderio di comprendere a pieno i meccanismi delle passioni che generano gesti disperati, violenti, criminali. Le indagini conducono il protagonista in un percorso fitto di incontri, di individui diversi, di emozioni difficili da decifrare. La strada percorsa dal commissario non è solo quella della ricerca del colpevole dell’omicidio del tenore Vezzi, avvenuto durante le prove dell’opera lirica i Pagliacci, ma è soprattutto la speranza di smettere di sentire su di sé tutto il dolore dei morti incrociati agli angoli di strada della propri città ma di poter vivere emozioni senza doverle rubare all’ennesimo fantasma.

Il bianco e nero del romanzo è attraversato da frequenti bagliori verdi: gli sguardi del commissario, la trama è intrecciata con tonalità di giallo tenue, tipiche dei polizieschi, con sfumature di nero e grigio il colore delle notti, dei fantasmi, del dialogo con altri mondi, con tracce di rosso colore del sangue e dalla passione, con macchie del rosa il colore dei sentimenti.

La scelta del genere non chiude la storia in una gabbia ma la libera in una gamma vasta di possibilità narrative. Lo spessore psicologico del romanzo è solido senza essere eccessivo, i pensieri del protagonista non sostituiscono le azioni a danno della dinamicità della storia anzi le accompagnano caricandole di senso, di emozione, di suggestione, questo è forse l’elemento che affascina e coinvolge di più il lettore, questo essere continuamente trainato dalle intuizioni e dalle riflessioni del commissario in una partecipazione costante. Non si legge questo romanzo solo per scoprire l’assassino, si legge questo romanzo per non smettere di dialogare con i suoi personaggi, per continuare a vedere il commissario che cammina con il bavero rialzato e i capelli mossi dal vento, per spiare Enrica, la ragazza di cui è innamorato, dalla finestra mentre ricama con la mano sinistra, per la divisa blu delle sarte del San Carlo ritratte nell’operosità del loro lavoro, per le buffe manie di leccapiedi e sottoposti e l’ostentata arroganza di potenti ridicoli allora come adesso, per la lacrima del Pagliaccio che attraversa il trucco e la vita di un uomo impossibile, si legge questo libro semplicemente perché è un bel libro, cosa che sempre più di rado si può affermare dopo aver letto l’ultima pagina di un romanzo.

L’autore ha costruito la trama con sapienza architettonica, niente è lasciato al caso, ogni parola è funzionale alla storia che si sta narrando. L’equilibrio della prosa, lo stile perfettamente immerso nell’atmosfera anni ’30, la caratterizzazione psicologia e fisica dei personaggi, (di tutti i personaggi anche di quelli che passano veloci tra le pagine, ognuno di loro è testimone di un’emozione, di una condizione, di una storia nella storia), è ciò che maggiormente colpisce perché è difficile distribuire lo spazio giusto ai personaggi maggiori e minori, districarsi in una trama che ha tanti fili senza perdersi, riuscirci così bene è sintomo di grande talento.

Sono certa che si tratta solo di una prima prova, che altri romanzi seguiranno, che l’autore riceverà, oltre a quelli già guadagnati, ancora altri riscontri critici positivi, perché secondo la mia personalissima teoria il talento prima o poi viene premiato ed è quello che auguro a Maurizo de Giovanni di cuore perché lo merita davvero e perchè ho voglia di leggere altre sue storie.


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