Racconti

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La vita in dono

di Giovanni Pedrani

(racconto che ha partecipato al concorso letterario Noir Story)

 

Sapete che cosa vuol dire avere una menomazione fin da quando sei nato?

No! Non potete neanche intuirlo! Solo chi ha provato e vive tutti i giorni questa mortificazione può capire!

Vuol dire essere bollato fin da piccolo, vuol dire essere escluso da qualsiasi attività, gioco o lavoro. Vuol dire essere solo con il proprio dolore!

Già quando sei un bambino ti fanno capire di essere “diverso”. «Non può fare ginnastica, è malato!». «Non può correre, soffre di cuore!».

Non sei parte di un gruppo perché sei estromesso da qualsiasi sport, non ti invitano alle feste perché hanno paura che tu gli schiatti in taverna mentre stai ballando. Hai solo la compassione di quegli sguardi che ti fanno sentire un diverso, un menomato, qualcuno che avendo meno possibilità degli altri ha anche meno diritti… a vivere!

È quasi meglio essere negri o gay, almeno il disprezzo dell’ignoranza ti sostiene, ti dà la forza di sopravvivere, di ribellarti. Il nemico da cui devi difenderti è inequivocabilmente, socialmente, giuridicamente condannabile e deprecabile. Ma come fai a difenderti dalla pietà del prossimo, dagli sguardi degli insegnanti ignoranti che ti perdonano tutto, dalle mamme che davanti alla scuola bisbigliano ai loro figli di non farmi del male, di lasciarmi stare, di non importunarmi, perché… «Luca è un bambino… diverso?».

Gli unici “compagni” che conosci fin da piccolo sono i medici. Quanti dottori, professori, infermieri! Quanti prelievi, radiografie, endoscopie, ecografie…! Ho più fotografie del mio corpo all’interno che al di fuori! E in entrambe le facce non riesco a sorridere.

La tua seconda casa diventa l’ospedale.

Quell’odore di disinfettante misto ad urina malata te lo porti addosso nei ricordi a distanza di anni. Tutti i tuoi incubi sono costellati di tubi, di valvole, di mantici o dei ronzii delle apparecchiature diagnostiche.

I dipendenti di tutti i reparti ti conoscono, ti sorridono con benevolenza e complicità. Loro sono più assuefatti al dolore e sanno come trattarlo. Peccato non sappiano trasmettere quest’arte ai tuoi genitori, che non riescono a sopportare che «la malformazione al cuore di suo figlio è permanente. Andrà sempre peggio finché un giorno… Potrebbe vivere anche fino a 20 anni. In alcuni casi 30, ma sono casi veramente rari…».

Ogni giorno viene vissuto come fosse l’ultimo. Ogni giorno una carezza e uno sguardo lucido che vogliono farti trascorrere quel momento eternamente felice.

E così passano gli anni. La speranza si affievolisce come i controlli medici che diventano prima mensili, poi semestrali, infine annuali. Intanto… stai solo aspettando di morire!

Certo. L’unica cosa, come ti dicono dall’inizio, sarebbe un trapianto di cuore! Ma «con un sangue come il tuo, dove lo trovi un donatore compatibile?».

E poi ti dicono che hai fatto dei progressi, sei migliorato. La tua aspettativa di vita si è allungata. Che culo! Ho 37 anni e pensavo di morire a 20!

E intanto la tua esistenza però è andata tutta in merda! Con te che vuoi fare il buono e non vuoi coinvolgere neanche una donna. Quando guardi una ragazza che ti piace, pensi a quello che potresti farle perdere, prima di pensare a quello che le potresti donare.

E così sei ancora più solo.

 

Solo con la rabbia del confronto. Sì, perché io ho un fratello. Marco. Ha un anno più di me. Ed è naturalmente sanissimo. Fin da piccolo praticava sport. Era una specie di eroe in tutte le competizioni. Sveglio ed amato da tutti. Sempre al centro dell’attenzione, circondato da ragazze e da amici che lo idolatravano. L’unico neo: io. «Peccato. Lui così forte e quell’altro malaticcio… Che disgrazia per la famiglia!».

Certo. Non c’è mai stato uno screzio fra di noi. Ma due persone così diverse…

Io ero insieme il fratello debole da proteggere e la dimostrazione del suo successo per il confronto con me fragile e malato, ma contemporaneamente ero una macchia nella sua perfezione!

La sua gelosia per il fatto di essere io il figlio più debole e coccolato faceva il paio con la mia invidia, nei suo confronti, per la fierezza con cui mio padre e mia madre lo presentavano al pubblico.

E così lui ha potuto costruirsi una vita felice: una moglie dolcissima, Irene, e un bambino intelligente e simpatico, Mattia.

Loro due mi adorano. Si è creata una piccola complicità fra di noi. Credo nasca da una sorta di soggezione che hanno del marito – padre – uomo infallibile e quindi energico, impetuoso, persino travolgente nella sua forza carismatica. Lo zio invece è un animale di questa terra. Docile e sensibile. Sempre pieno di attenzioni per la cognata ed il suo nipotino. Anche se Irene è perdutamente innamorata di Marco, forse persino grata al Signore che un uomo come lui possa averla scelta fra tante pretendenti. E Mattia è ancora nella fase in cui il suo papà è un eroe.

Lui ha potuto costruirsi una vita felice, con accanto una compagna. Io no.

Che cosa non darei pur di avere vicino una donna come Irene, per condividere le gioie e le difficoltà della vita, ed un bimbo come Mattia, il naturale prolungamento della mia esistenza, che mi faccia sentire più lontano il pensiero della morte!

Impossibile…

Tutto questo fino a qualche giorno fa, quando ho ricevuto una telefonata.

Era l’ospedale. Mi dicevano che finalmente, dopo tanti anni, avevano trovato un donatore compatibile. E dovevo recarmi immediatamente da loro, se volevo cogliere questa opportunità!

Un’unica questione: il cuore era quello di mio fratello!

 

Era andata così, mi aveva raccontato mia cognata: Marco aveva deciso di fare dei lavori di bricolage in casa, mentre Irene e Mattia erano in ferie al mare e lui rimaneva in città a lavorare. Era su una scala per attaccare una mensola. Deve aver perso l’equilibrio. È caduto ed ha picchiato la testa. Aveva in tasca il cordless. Deve aver fatto appena in tempo a chiamare il cellulare di Irene, che era in memoria, prima di morire.

Irene ha visto il numero della loro abitazione, ma dall’altro capo non parlava nessuno.

Ha capito subito che doveva essere successo qualcosa ed ha telefonato al vicino di casa chiedendogli di entrare a vedere se Marco si era sentito male.

L’amico della villetta accanto ha chiamato l’ambulanza. Ma ormai era troppo tardi. Al pronto soccorso potevano constatare solo il decesso.

Irene non aveva osato aggiornami per il timore di spaventarmi. Quando era arrivata al policlinico aveva trovato già il cardiologo che aveva la lista delle persone compatibili per il trapianto. Al primo posto c’ero io!

 

Ora sono qui. Con nel petto il cuore di mio fratello che batte.

Irene sembra aver superato il dolore forse anche per questo. A volte mi chiede di appoggiare il suo orecchio al mio torace. Lei si china su di me e sembra addormentarsi abbracciandomi. Le guardo i capelli e sento il suo profumo, mentre la sua testa si alza e si abbassa al ritmo del mio respiro. La immagino socchiudere gli occhi, stretta da un abbraccio d’amore, anche se la musica che sente non è la mia. Io l’amo. Ma l’amo di un affetto diverso da quello che offriva mio fratello. Io l’amo con umiltà e devozione.

Mattia è ancora spaventato. È troppo piccolo per capire il significato di quel trapianto. Ma i bambini sanno dimenticare se si offre loro la mano dell’amore.

Loro si fidano di me, della mia disponibilità, della mia forza, ora che ho nel petto il cuore dell’uomo più energico che hanno conosciuto. Se solo sapessero che quell’uomo l’ho ucciso io!

 

«Se vieni da me a darmi una mano… Mentre Irene è in ferie, voglio sistemare alcune cose senza averla in giro per la casa con il bambino», mi aveva detto un giorno. L’aveva fatto come al solito per farmi sentire utile, per farmi sentire importante.

«Tu tienimi la scala, – aveva esordito – vado su io». E già, perché io sono handicappato! Sono un rifiuto della società! Per mettere una mensola a 2 metri da terra e fare quattro gradini mi può scoppiare il cuore! «Tienimi la scala…». «Tienimi la scala…». L’utilità di tutta la mia fottuta vita è tenere una fottutissima scala a te! In modo che tu possa ancora una volta essere qualche gradino sopra di me!

Forse sapevo già, quando stavo andando a casa sua, che l’avrei ucciso e mi sarei impossessato del suo cuore. O forse è stato quando l’ho visto lì, ritto sul piedistallo della sua infallibilità! Anche nel bricolage… Mentre io ero ai suoi piedi, con le braccia aperte a “tenere la scala”! È lì, forse, che ho pensato a tutta la mia vita! E c’è voluto veramente poco, perché era tutta uguale, monotona nella compassione anche di quell’ultima pietosa inutile richiesta di aiuto.

Se avessi pensato ad Irene mi sarei fermato. O forse è proprio perché ho pensato a lei che ho capito che era quella la via giusta per avere il suo cuore in tutti i sensi.

Ho tirato la scala verso di me con tutta la forza che avevo. Mi sono scansato. Lui ha aperto le braccia per trovare un appiglio. È caduto picchiando la schiena e la testa. Era mezzo intontito e si massaggiava il viso, quando mi sono chinato su di lui e l’ho colpito con il martello. Forte, deciso, implacabile. L’atto ginnico più intenso che abbia compiuto nella mia inesistente carriera di sportivo!

Ho sentito un suono strano. Come uno scoppio attutito. Il rumore della morte che si impossessava di mio fratello. Mi stavo specchiando con la mia colpa su un lago di sangue scuro.

Ho pulito subito il martello e l’ho riposto nella cassetta degli attrezzi. Su uno spigolo di un tavolo accanto alla scala ho spalmato un po’ di sangue e di materia che era uscita dal cranio.

Delitto perfetto? Certo. Ma come fare in modo di essere sicuri che il cadavere giungesse in tempo in ospedale per il trapianto e non venisse ritrovato magari il giorno dopo, ormai in avanzato stato di putrefazione?

Ho preso il cordless ed ho schiacciato la memoria 1, il cellulare di Irene. Ho poi nascosto il telefono nella sua tasca non appena aveva risposto.

Che cosa poteva essere intuito? Marco non era morto sul colpo, ma aveva fatto appena in tempo a premere il pulsante sul ricevitore e poi era spirato. Oppure, nella tragica fatalità, durante la caduta, il cordless che aveva in tasca era stato schiacciato ed era partita la chiamata verso la moglie, con la condanna a morte.

Nella concitazione di salvarlo, di fronte ad un inequivocabile incidente, nessuno avrebbe indagato più a fondo.

La situazione si era equilibrata. Dopo 37 anni di sofferenze, ora toccava a me essere felice e cominciare finalmente a vivere!

 

Ora loro sono miei ed io sono loro.

Siamo una cosa sola. Quello che ci unisce è il cuore di una vita che non esiste più.

Stiamo imparando ad amarci, a capirci, a sentirci meno soli.

Mi sento più forte, invincibile, persino eterno. Pieno di doni da offrire alle persone che amo. Pronto anche alle sfide più ardite.

Ho conosciuto il sorriso, ma non quello che si fa per compiacere le persone che sono intorno a noi. È la felicità che è tale perché senza paura ma colma di futuro.

 

Ieri sono andato in ospedale.

Un controllo di routine, a quattro mesi dall’intervento.

Nell’ambulatorio c’erano il cardiologo che mi ha operato ed un altro medico che non avevo mai visto. È stato quest’ultimo a parlarmi ed a farmi un sacco di domande su mio fratello e su di me.

Perché ho deciso ad operarmi a 37 anni? Che domanda!

L’aspettativa di vita si era allungata. Avrei potuto vivere chissà quanti anni ancora. Sembravo aver superato la parte più difficile dell’esistenza con il mio cuore malato. Perché volerlo sostituire?

Che domanda ancora…! «Faccio parte di una lista… È da quando sono bambino che mi dicono che senza un cuore nuovo posso morire da un momento all’altro… E poi è stato l’ospedale a chiamarmi!».

E ancora domande…

Per un attimo ho pensato che si trattasse di un poliziotto.

Non è così. Mi svela di essere il medico curante di Marco. Da alcuni mesi mio fratello si era sottoposto a degli esami. Gli avevano trovato una malformazione congenita al cuore.

Una cosa diversa dalla mia: un lume della valvola cardiaca si chiude progressivamente più il cuore è sottoposto a sollecitazioni. Per uno sportivo una cosa del genere può risultare fatale. Per Marco, che aveva praticato tanto esercizio fisico, voleva dire avere solo un anno di vita.


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