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La seconda prova

di Gennaro Chierchia

 

Quando scrivo mi pongo sempre il problema di fare meglio, meglio cioè di quanto ho già scritto. Quando scrivo un buon racconto ho paura di non farcela a scrivere qualcosa che lo eguagli o, addirittura, che gli sia superiore. Ci sono dei racconti che ho scritto che per me sono dei gioielli e che credo non potrò mai scriverne di altrettanto belli. Parlo soprattutto di un paio di racconti che ho scritto agli inizi, quando ripresi a scrivere “sul serio”. Racconti che per me sono una specie di cult e che, pertanto, sono intoccabili ed eterni nel tempo. Ho scritto altri racconti belli, ma che non reputo alla loro altezza, sono belli e basta. Ma forse anche alcuni di essi diverranno dei “cult”, deve solo passare un po’ di tempo. O forse no. Il fatto è che quando scrivo un buon racconto me ne accorgo subito che è un buon racconto, uno di quelli che farà breccia nei cuori di chi lo leggerà. Ne ho la quasi certezza. Perché spetta sempre agli altri, cioè a gente il più lontano possibile da me, gente che non conosco e che non conosce me insomma, a giudicare quello che scrivo. Ci ho questa fissa del giudizio, io, qualcosa che finirà per logorarmi il cervello o a farmi fare meglio. A provarci almeno. Credo sia questo l’atteggiamento che ogni scrittore che si definisce tale deve tenere verso ciò che scrive: un atteggiamento critico che lo spinga a sfornare opere sempre più alte, sempre migliori. Solo così, a mio avviso, si può fare della buona letteratura. Non adagiarsi sugli allori, insomma. Ci sono scrittori che scrivono un “cult” e che poi si rilassano, come a dire che quello che dovevano dare lo hanno dato e quindi ora hanno il diritto di dare sempre meno. Un atteggiamento giusto o sbagliato? Sicuramente sbagliato. Ma è pur vero che non si possono scrivere sempre dei capolavori. Perché quelli sono rari come i fiori nel deserto. Vuoi per l’ispirazione che ti prende per mano e ti accompagna per un sol determinato periodo della tua vita e poi ti abbandona tipo cane, vuoi per l’impegno che ci metti. Però l’importante è tentarci. E qui mi riaggancio allo scorso editoriale sulla differenza tra uno scrittore e uno che scrive, e cioè: uno scrittore che ha scritto un best-seller rischia di diventare uno che scrive. Ovvero, scritto il capolavoro, dopo mi limito a fare il bel compitino, che non entusiasma nessun lettore ma che non gli impedisce di comprare il libro. Così lo scrittore che campa “di rendita” sulla propria fama può impegnarsi sempre meno e non rischiare in ogni caso di perdere i propri lettori, i quali sperano che il loro beniamino possa, prima o poi, sfornare un libro simile a quello che, tanti anni prima, aveva regalato loro sì tante emozioni. Sinceramente preferirei scrivere cose via via sempre migliori che non una cosa che è un capolavoro assoluto e poi scrivere cose sempre più insipide, poiché questo sarebbe la testimonianza del declino della mia capacità di scrivere. Ecco perché, quando scrivo qualcosa che reputo buono, poi ho paura. Ecco perché quando uno scrittore esordisce con un libro che diventa un best-seller teme la seconda prova. Allora bravo a Enrico Brizzi tanto per fare un esempio che, dopo Jack Frusciante è uscito dal gruppo decise di pubblicare Bastogne, un libro che non aveva nulla a che spartire con quello che gli aveva dato fama e denaro, infischiandosene di tutto e tutti. E difatti Bastogne, come Jack Frusciante è uscito dal gruppo, è senza ombra di dubbio un “cult”.


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