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La memoria dell'acqua
di Antonio Messina
a cura di Nino Passalacqua
Ogni qualvolta prendo fra le mani una
nuova produzione letteraria istintivamente sento il bisogno di dare risposta a
due domande:
-
perchè scrivere un libro ?
-
e perchè leggerlo ?
La risposta alla prima domanda, ne
sono certo, è già nella mente di tutti voi: l’autore di un’opera letteraria scrive perchè sente prepotente il bisogno di dare sfogo ai propri sentimenti, di
dare corpo alla propria fantasia, di comunicare le proprie sensazioni, le
proprie emozioni, i propri pensieri .
E’ quanto mi è venuto di pensare
scorrendo le pagine dell’opera di Antonio Messina, “La memoria dell’acqua”,
edita dalla Casa Editrice “Il Foglio” di Piombino.
Conosciamo già Antonio Messina,
quale autore di un romanzo, “L’assurdo respiro delle cose tremule” (Ed.
L’autore libri, Firenze), di racconti vari e di liriche pubblicate in diverse
antologie.
Con “La memoria dell’acqua” ancora
una volta Antonio si ritrova protagonista di un evento letterario per essersi
sottoposto coraggiosamente alla fatica della composizione di una raccolta di
racconti.
Dico coraggiosamente perchè,
purtroppo, l’arte del raccontare, e la conseguente gioia del leggere, è in
decadenza. La causa è certamente da ricercare nella crisi della ricerca
dell’intimità interiore, che esce ogni giorno di più dal nostro costume per
accordare la preferenza, sia all’interno delle stesse mura domestiche, sia,
soprattutto, nei luoghi di consumo del tempo libero, alla televisione, ai mass
media in genere, agli spettacoli psichedelici, che stordiscono l’uomo,
svuotandolo spesso dei suoi pensieri e dei suoi sentimenti.
La nostra educazione intellettuale,
forse per una sorta di eccessiva fretta della storia, non ha trovato un
passaggio sufficientemente ampio per evitare ai più un salto brusco dalla vera
cultura al fenomeno giornalistico, pubblicitario e cinematografico che tocca i
sensi, ma sfiora appena i sentimenti e fa guerra all’immaginativa.
Ha colto bene il nocciolo della
questione una letterata francese, Jeanne Cappe: “i nostri contemporanei,
ella dice, non hanno fede se non in ciò che vedono; considerano
l’immaginazione come la nipote povera della ragione, una nipote un po’ pazza e
farneticante, riservata tutt’al più ai ragazzi”.
E’ a questi contemporanei che il
nostro Messina sembra rivolgersi con questa sua opera, per indicare loro la via
che porta al vero godimento estetico, alla vera felicità.
La raccolta, che prende il titolo dal
primo componimento, comprende nove racconti: i primi tre lunghi e compositi,
intrisi di elementi filosofici e fantascientifici; gli altri sei brevi e
concisi, veri e propri flash su fatti e stati d’animo proiettati in un mondo di
sogno.
Tutti e nove, comunque, sono
accomunati da un continuo ruminare di pensieri, di sensazioni, di emozioni, che
il Messina sente di dover confidare, di dover gridare a tutti perchè si sappia,
si aprano gli occhi, si ponga rimedio; oppure perchè si canti, si inneggi
all’amore, si promuova l’”uomo del cuore”.
Egli parte da una tragica
constatazione: nel nostro mondo, luce e tenebre si combattono; fuoco e terra,
caldo e freddo, amore e odio (secondo il modo di pensare dei filosofi presocratici) si scontrano, anche in noi stessi.
Ne “La Memoria dell’Acqua”, a
pag 31, fa dire amaramente a Thana, la protagonista femminile:
“La verità è che non riusciamo ad
accettare la parte malata di noi; quanti segreti e orribili desideri agitano i
nostri sogni, quanto odio coviamo. La ragione ci ordina di essere saggi,
caritatevoli, buoni con il prossimo e invece tradimenti, guerre, ingiustizie,
potere e denaro, carriera ...”.
L’opera nasce, quindi, dal bisogno
di dare una risposta ai problemi esistenziali, di comprendere la ragione del
male, di trovare una soluzione agli affanni umani, provocati dalla tecnologia e
dalla scienza. Così sentenzia Melibeo ne “La memoria dell’acqua”.:
“Gli uomini credono che solamente
con la ragione si possa mutare il destino e, infine, annullare la morte ...
pensano che il progresso porterà pace e prosperità ... Questi insani di mente
non hanno immaginazione, sono solamente profeti del nulla. Io invece affermo che
i mondi si costruiscono con la fantasia” (pag. 14).
I racconti filosofici (“La memoria
dell’Acqua”; “La Piuma degli Angeli”; “Polvere nel Vento”),
vogliono essere delle metafore filosofiche della ricerca di un mondo perduto,
di un mondo in cui regnava l’armonia, l’innocenza, lo stato di natura, la
purezza dei sentimenti, di cui l’acqua conserva la memoria nella sua
trasparenza.
Questi tre racconti propongono
ognuno un personaggio, un Io Narrante, in profondo conflitto col mondo, di
cui non sopportano la spietatezza,la competitività, l’odio.
E’ il mondo dei “vinti” di verghiana
memoria ?
Tutt’altro.
Messina intona, sì, un canto di
dolore, ma a questo fa seguire un canto di speranza: “Il nostro mondo è un
oceano di sofferenza, solitudine, dolore, un sentire ombroso che spesso dilania
l’animo. Ad ogni modo c’è ancora una speranza” (pag )
I “vinti” di Verga alla fine si
lasciano travolgere dal destino, opponendo soltanto una dignitosa
rassegnazione. Gli “antieroi” messiniani, invece, cercano la rinascita in un
mondo migliore, opponendo alla forza deleteria dell’intelletto, la forza del
sentimento e dell’istinto, che trova nell’elemento primordiale dell’acqua la
scaturigine dell’armonia, condizione essenziale della felicità.
Da questa aspirazione nasce il
bisogno di “altrove”. Di volta in volta il protagonista del racconto si
proietta in un mondo fantastico, collocato fuori del tempo, oltre lo spazio,
verso il mare, verso la sorgente della vita, in cui ritrovare il proprio stato
di natura.
Per Estasio, ne “La memoria
dell’acqua”, questo mondo sarà Egretus, un pianeta magico da cui può partire
l’armonia del mondo; per Amir, ne “La Piuma degli Angeli”, si tratterà di
una sorta di “Città del Sole”, governata dagli Eletti, monaci che con la
preghiera avevano contribuito ad edificare una nuova civiltà di pace e
prosperità; per il viaggiatore anonimo, in “Polvere nel vento”,
sarà Silent, il pianeta dei gerani rossi, dove il silenzio concilia la
meditazione e l’estasi.
Mondi diversi, accomunati però, da
tre elementi ricorrenti: l’acqua come lavacro purificatore e simbolo della
verginità della natura, l’amore come calore che aggrega e fortifica, la donna
come guida alla rinascita spirituale.
La figura femminile, infatti, ha un
ruolo importante nell’economia della salvezza.
Thana, ne “La memoria dell’acqua”,
Erula, ne “La Piuma degli Angeli”, Foglia di Luna, in “Polvere nel
vento”, incarnano l’essenza del mondo, assicurano il realizzarsi
dell’armonia, si fanno guida spirituale all’uomo.
Si può rintracciare in tutto questo un’eco della concezione della donna del Dolce Stil Novo: la donna come “angelo
disceso da cielo in terra a miracol mostrare” ?
E’ difficile dirlo.
Certo è che in Messina la “donna” e l’”amore per la donna” appaiono come “via” per raggiungere la felicità, per
arrivare a Dio.
Ne “La Piuma degli Angeli”, il
monaco Ezachiel, dopo aver tentato di convincere, invano, Amir ad abbandonare
la passione per Erula, la Danzatrice del Sacro Fuoco, alla fine lo incoraggia a
cercarla:
“ Devi trovarla, anche se si
tratta di un sogno ... Solo adesso ho compreso la portata del tuo sentimento. Se
non la troverai, forse, non potrai mai ascoltare la voce del mio Dio”
(pag. 55).
E qui si innesta un discorso che
sarebbe interessante approfondire, se non altro perchè mi trova su posizioni
diverse rispetto a quelle di uno dei critici dell’opera, Fortuna dalla Porta,
relativamente al valore della religione nella economia della salvezza dell’uomo.
Mi limito, intanto, a far parlare
l’autore attraverso la lettura di brani del racconto “La Piuma degli
Angeli”:
“A Olm la gente sembrava davvero
felice ... La gente aveva intuito la vera essenza della vita ... “Il desiderio
di Dio ha cambiato questa gente; io ho solo fatto la mia parte”, disse umilmente
Ezachiel” (pag. 50)
“Il monaco aveva intuito la
portata del mio dolore ... Ezachiel sapeva che il mio desiderio d’amore
m’avrebbe salvato dall’inferno (pag. 58).
“ Quando l’ultimo respiro
(di Adia, padre di Wuri)
volò via, e la luce sparì, trovai la forza per congiungere le mani e sussurrare
qualche parola; chiesi ad Ezachiel di pregare per me il suo Dio” (pag. 65).
“In quel mattino dell’ultimo
giorno, la luce dell’alba era più intensa del solito. Le colline sembravano di
velluto e il frangersi delle onde sull’arenile ricordava il suono di mille
violini. Una pioggia lenta scendeva dal cielo ... Non ci fu bisogno di altre
parole ... la strinsi forte, poi mi incamminai verso la Porta
(la Porta degli Angeli) ...
Vedendo l’Eletto attendermi sul colle ebbi uno svenimento e caddi sul terreno. Mi svegliai dopo alcune ore, felice e riposato. Ezachiel era al mio capezzale e
sorrideva ... Allungai la mano ... afferrai con due dita una piuma che era
penetrata
nella stanza.
- E’
la piuma degli Angeli, Ezachiel ?
- Lo
è
- Dove
siamo, Ezachiel ?
- Gli Eletti ti hanno scortato
oltre la Porta: qui troverai la pace.
- E’
stato solo un sogno, Ezachiel ?
- Chi
può dirlo, Amir; soltanto Dio è in grado di capirlo. Riposa ora, ne parleremo
domani” (pag. 75).
Che cosa aggiungere ?
“Il desiderio di Dio (che)
ha cambiato questa gente”; “essere salvato dall’inferno”; “congiungere
le mani”; “chiedere di pregare”; “oltrepassare la Porta degli
Angeli” (dove si) “trova la pace”, mi sembrano elementi
sufficienti per affermare l’importanza attribuita dall’autore alla religione nell’opera di redenzione dell’uomo.
In questo senso il Messina lo si
sente vicino alle correnti spiritualistiche contemporanee che si richiamano
all’interiorità, contro le forme dell’illuminismo e dello scientismo.
Nel gruppo dei sei componimenti brevi
ancora una volta ritroviamo il tema ricorrente caro al Messina: l’amore
purificatore.
E’ il caso di
- “Desiderio
d’amore”,, un bozzetto in cui la “trama”, si fa per dire, si sviluppa tra un
“Così conobbi Fabula ... “ e un “Adesso sono vecchio ...”;
- “Il
Violoncello”, la storia di
un medico e una ragazza malata che si ritrovano innamorati al suono di un
violoncello;
- “Sei
qui”, una straziante scena di due innamorati divisi dalla morte.
Ma, assieme a questo, tanti altri
motivi strettamente legati al filone principale della ricerca del “paradiso
perduto”.
Così, ne “Il Suono Violato”,
Messina si scaglia contro i privilegi ottenuti senza alcun merito, contro il
trionfo dei mediocri posti a comandare le sorti del mondo, e auspica una società
basata sulla meritocrazia.
“Non so se sugli altri pianeti,
dice il Saggio Saabir, i poeti, gli scrittori, gli artisti amministrano
il potere, ma se così non fosse sarebbe una vera catastrofe, perchè solo gli
uomini illuminati possono garantire pace e prosperità” (pag. 131)
Sembra di sentire l’eco del pensiero
di Platone che, nella sua “Repubblica”, affidava il governo del popolo ai
filosofi, agli uomini illuminati, appunto. Ma tant’è !
Queste mie riflessioni, sulle
motivazioni dell’autore, spero siano servite a rispondere anche alla seconda domanda iniziale: perchè un lettore dovrebbe accostarsi a “La memoria
dell’acqua” ?
Spero, quanto meno, che siano servite
a suscitare la curiosità di accostarsi al libro, se non altro per verificare la
fondatezza delle mie considerazioni.
Ad accrescere tale curiosità, vorrei
azzardare, ora, alcune impressioni relative alla forma .
Ho notato, per esempio, con piacere
che i racconti filosofici del Messina sono contrassegnati da ritmo, da misura,
da proporzione nella organizzazione della trama narrativa. Una trama, per la
verità, nè ferrea nè vincolante, così come non risultano ferrei e vincolanti gli
elementi del pensiero filosofico, giocosamente manipolati per rispondere
all’economia delle storie.
A mio modo di vedere la consistenza
di questi racconti, oltre che nel messaggio e nella corposità delle storie, sta
anche nei momenti descrittivi, quasi sempre di notevole intensità espressiva,
che si dispongono come le tessere di un mosaico nel quale alla fine la figura
appare chiara nei suoi contorni.
Affidàti ad
una prosa suadente e cullante, le descrizioni ci parlano
- di
“luoghi prossimi alle favole, laddove i cavalieri viaggiano tra le correnti
sulla groppa di cavalli alati”
(pag. 16) in “La M.d.A.”;
- di
“venti che serpeggiano tra dirupi innevati (pag. 22) in “La M.d.A.”
- di
“Cieli che sembrano coperte di raso” (pag. 41) in “La P.d.A.”;
- di
“una magica luna che nella notte immobile cambia il colore ai gerani”
(pag. 82) in “P.n.V.”;
- di
una “nuova musica (che) percorre il tempo e il suono grave e
appassionato del violoncello sgorga possente (pag. 117) in “Il V.”;
- e
di mare ... onde ... ruscelli ... pioggia ...
acqua ... acqua ... e ancora ... acqua ...nella cui memoria
Estasio e Thana “avevano intinto frammenti dell’anima” (pag. 26)
in “La M.d.A.”.
Il Messina non disdegna anche
l’ossimoro (una forma retorica che consiste nell’accostare ad una parola
un’altra di senso contrario).
Il suo uso, però, non risulta
artificioso e sgradevole; che anzi, nella descrizione di un mondo di sogno e di
irrazionalità anche
-
la “quiete che agita il cuore”
(pag. 29),
- il
“silenzio urlante” (pag. 65),
e altre espressioni del genere,
appaiono pertinenti e consoni.
Così è dei suoi momenti descrittivi:
essi, pur rappresentando un mondo di sogno, non appaiono sfumati e sbiaditi.
Le sue donne, ad esempio, non sono
figure eteree, evanescenti, diafane; sono creature in carne ed ossa, forse per
ricordare che la bellezza non è soltanto un ideale.
Sentite come introduce il personaggio
femminile de “La Memoria dell’Acqua”:
“Thana attendeva; la vidi da lontano,
una figura esile ed elegante, agitare verso di me le mani. Era di corporatura
media, con degli occhi bellissimi, sormontati da folte sopracciglia; in basso,
il mento rendeva imbronciate due labbra carnose; il colore della pelle ... già
il colore della sua pelle”
(pag. 20).
Parimenti felici risultano le
composizioni brevi, quelle nelle quali il Messina sviluppa un concetto
attraverso un dialogo fitto fitto tra due o più personaggi, un dialogo
incalzante che via via va dipanando un fatto, un’immagine, un sentimento.
Con poche pennellate egli sviluppa
una complessa trama narrativa, un complesso di retroazioni, che pur restando fra
parentesi, portano allo scoperto il mistero.
***
Il tutto lascia trasparire una
formazione umanistica dell’autore, che si traduce in una forma elaborata, ma non
artificiosa; una forma che spesso, e per qualità lessicale e per strutturazione
sintattica, si eleva a livelli poetici. |