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La finale di Pietro Lotti
«Buonasera, telespettatori. Tra poco incomincerà la grande finale di Champions League. Una partita che entrambe le squadre aspettano, ormai da venti giorni, con il fiato sospeso; vogliono giocare, vogliono, usando un eufemismo, togliersi il pensiero. Tutti si aspettano molto da queste due squadre, ci aspettiamo una partita ricca di emozioni, una partita corretta ma maschia, dove nessuno vuole perdere. Lo stadio è esaurito in ogni ordine di posto, si prevedono gli ottantamila paganti, un incasso incredibile. I biglietti erano già esauriti da una decina di giorni e anche dai bagarini trovare un biglietto è impossibile. A seguire l’incontro non ci saranno solo la nostra emittente, ma anche quelle di cento paesi. Tutti vogliono godersi lo spettacolo. Dai, ragazzi, fateci divertire».
Così tuonano tutti i cronisti delle finali, vogliono vedere grandi partite, vogliono, come il pubblico, vedere grande spettacolo, ma non sanno cosa passa per il cervello dei calciatori, dei presidenti, degli allenatori, non sanno cosa c’e’ dietro una finale? Dei pensieri dei calciatori si sa molto, loro più facilmente sanno esprimere le loro emozioni, e in campo possono sfogarsi, invece i presidenti, gli allenatori cosa pensano? Quali sono i loro sogni e i loro incubi? Per una volta, non viaggeremo insieme ai calciatori, ma insieme a chi non entra in campo con una maglietta e dei calzoncini corti, a chi soffre stando dietro. Viaggeremo insieme al presidente e allenatore di una squadra di provincia che riesce ad arrivare in finale e insieme al presidente e all’allenatore di una squadra fortissima con calciatori bravissimi coi piedi. Emozioni diverse, stati d’animo diversi.
Il Presidente
Cominciamo questo viaggio insieme al presidente di una squadra che con gli sfavori dei pronostici è arrivata in finale. Il presidente, a mezz’ora dall’inizio della partita, è nel suo ufficio, un ufficio piccolino con un tavolo e una sedia rotta da un piede, un ufficio di una squadra non molto ricca. Il presidente è seduto su quella sedia, non è partito con la squadra, aveva paura del viaggio in aereo ed era rimasto nel suo ufficio. Era solo e pensava. Pensava alla vittoria della sua squadra, pensava ai festeggiamenti in paese, tutti che gli davano la mano, tutti che gli dicevano grazie, poi pensava alla sconfitta, alla delusione dei tifosi, alla sua delusione. Sì era stato bello arrivare in finale, ma arrivare ad un passo dalla coppa e poi tornare a mani vuote sarebbe stato un fallimento. Cominciò a pregare, non pregava da anni, ma come gran parte di noi credenti, solo quando si vuole qualcosa si comincia a pregare. Guardava ripetutamente l’orologio: mancavano venti minuti all’inizio dell’incontro, la televisione era accesa, ma ormai lui era lontano mille miglia dal suo stanzino. Quasi per scaramanzia, spense la tv e decise di non accenderla fino al fischio finale dell’arbitro. Sarebbe stato avvertita della vittoria o dalla sconfitta dalla sua segretaria. Prese una matita e cominciò a tamburellare sul tavolo, ormai era più teso lui che i suoi calciatori e pensando a loro quasi pensò che sarebbe stato meglio perdere. Se vinceranno, vorranno un aumento di stipendio, e a lui chi glieli dava i soldi, mica era il presidente del Chelsea, lui era un semplice presidente con una passione per il calcio. Poi riflettendo pensò anche che se avessero perso non poteva prendere il premio di trentamila euro che spettava alla squadra vincitrice, e allora meglio vincere. Quasi rise di aver sperato di perdere, riguardò l’orologio, ora mancavano dieci minuti. Continuò il suo viaggio mentale e arrivò al giorno in cui rilevò la squadra dal vecchio presidente che era morto, un presidente ch’era amato dal pubblico più dei calciatori. E dopo la morte del presidente, il pubblico da lui si aspettava molto, e lui li aveva accontentati. «Sono arrivato in finale. – esclamò – Cosa vogliono di più da me?». Il pubblico voleva la coppa. Ma questo non dipendeva da lui, ma dall’allenatore e dalla sua squadra e soprattutto dalla fortuna.
L’allenatore
L’allenatore era, invece, seduto negli spogliatoi insieme alla squadra; mancavano dieci minuti all’inizio della sua finale. Ora tutto il suo anno si giocava in novanta minuti, novanta minuti di sofferenza e di speranza. Cominciò a diramare la formazione: optò per una squadra votata intermante all’attacco, scelse un offensivo tre-quattro-tre, almeno anche se avesse perso avrebbe perso osando e dando spettacolo. La squadra che schierò in campo era la squadra-base, la squadra che schierava in campo ormai da sette mesi, quando aveva cominciato la sua avventura su questa panchina. Guardò uno ad uno i volti dei suoi calciatori, tutti erano tesi, tutti volevano alzare la coppa dalle grandi orecchie, ma la partita non sarebbe stata per niente facile, anzi bisognava combattere su ogni palla. Anche lui era molto teso, era alla sua prima finale, avrebbe preferito mille volte giocare che soffrire in panchina, almeno giocando si sarebbe sfogato, invece in panchina non poteva far nient’altro che sperare. Caricò a mille la squadra, si disse sicuro che ce l’avrebbero fatta, sprizzava una sicurezza stranissima, eppure in realtà nel suo io stava soffrendo. Non avrebbe scommesso neanche un centesimo, se sette mesi prima qualcuno gli avrebbe detto che avrebbe disputato una finale di Champions League, e invece ora era lì, ad un passo dalla coppa. Sarebbe diventato l’allenatore dell’anno, già si pregustava i titoli dei giornali che esaltavano la sua figura, fino a pochi mesi prima non era nessuno e invece… All’improvviso cominciò anche a pensare alla sconfitta, sarebbe un duro colpo per lui, aver fatto trenta e non trentuno. Erano dieci notti che non dormiva, ormai era diventato insonne, aveva delle borse sotto gli occhi che si vedevano lontano un miglio, all’improvviso anche una lacrima gli rigò il viso, il suo capitano gli andò vicino e gli asciugò la lacrima. «Non si preoccupi, mister, vinceremo». Sembra facile! Anche l’altra squadra vuole vincere, l’altra squadra visto il livello tecnico dei suoi calciatori deve vincere.
Il Presidente
Il presidente di questa squadra non era per nulla nervoso, anzi sentiva già sua la coppa. «Al mio ritorno prepari una festa in città. – disse al sindaco della città – La Coppa è già nostra». Considerava la sua squadra imbattibile, «Non possiamo perdere», continuava a ripetersi. Il presidente era sicuro della vittoria, perché la sua squadra era di livello superiore agli avversari, era una squadra che doveva assolutamente vincere quella coppa. «Ho speso tanti soldi che non posso perdere», continuava a ripetere ad ogni giornalista che lo intervistava. E, a dir la verità, aveva ragione. Aveva speso molti milioni di euro per comprare i calciatori più validi, i calciatori che potessero condurre questa squadra sul tetto d’Europa, aveva come allenatore il migliore del mondo, un allenatore che era alla quarta finale in carriera, finali tutte vinte. Si sentiva sicuro e fiero della sua squadra, ma tutti sapevano che se avesse perso, molti calciatori sarebbero stati cacciati a calci nel sedere insieme all’allenatore.
L’allenatore
Quando si vince a vincere sono i calciatori, quando si perde invece è colpa degli allenatori che non fanno giocare bene la squadra. Ma cosa può fare un allenatore se la squadra non gioca bene, sono i calciatori che danno i calci al pallone, non l’allenatore. L’allenatore della squadra favorita della finale era, come il presidente, sicuro della vittoria. Era alla sua quarta finale, e ormai era sicuro di essere l’allenatore più bravo del mondo. Le sue squadre giocavano il miglior calcio, scambi brevi, ottime triangolazioni, buon possesso di palla e facilità nel segnare. Anche in questa squadra, era riuscito a creare questo spettacolo, i suoi calciatori avevano subito saputo adattarsi al suo calcio, ed erano contenti del proprio allenatore. Anche lui era contento della squadra, ed ora cercava di portarla al primo successo in carriera. Non pensava al domani, lui pensava solamente alla gara. Aveva preparato questa partita da molti giorni, aveva visionato e fatto visionare ai suoi calciatori tutte le videocassette della squadra avversaria, conosceva tutti gli schemi tattici degli avversari. Sapeva perfettamente cosa i calciatori avversari avrebbero voluto fare in campo, sapeva in anticipo ogni loro movimento, per lui il cacio era ragionamento, «Il calcio si gioca con la testa non con i piedi», continuava a ripetere. Diede gli ultimi suggerimenti, poi come faceva prima di ogni gara importante, lasciò lo spogliatoio, andò in bagno e cominciò a pregare.
Finalmente l’arbitro fischiò, le squadre dovevano entrare in campo.
Ora scusatemi, vado a prendere posto in tribuna, anch’io vado a godermi lo spettacolo. |
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