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La confraternita dell’uva

di John Fante

a cura di Gennaro Chierchia

 

Cambia l’alter ego dello scrittore di origini abruzzesi – l’altro è Arturo Bandini – ma non il succo – è proprio il caso di dirlo – delle sue storie tragicomiche.

Henry Molise è uno scrittore che vive a Los Angeles con la moglie Harriet e i due figli, Philip e Dominic. Tornato nel proprio paese natale, San Elmo, per evitare il divorzio tra i genitori, ci resterà finché il padre, Nick, non passerà a miglior vita ammazzato dal diabete.

“La confraternita dell’uva” è un lungo, romantico, struggente, irresistibile tributo di Fante al proprio padre, scalpellino esperto, instancabile bevitore di vino e donnaiolo impenitente. A mio avviso il suo romanzo più riuscito, compatto e misurato assieme a “Chiedi alla polvere”.

La bravura di Fante sta nel riorganizzare sotto forma di racconto la propria vita non prendendosi mai sul serio, trasformando anche gli episodi più insulsi e banali in quadri sublimi.

Nick Molise è l’uomo più odioso sulla faccia della Terra eppure il figlio Henry non può fare a meno di lui, tanto da tornare inconsapevolmente un adolescente. A cinquant’anni suonati accetta infatti di fare il manovale per il padre, il quale, settantaseienne, si è messo in testa di erigere un affumicatoio su nel freddo pungente delle Sierras.
Quanta grazia nel descrivere quell’uomo iroso eppure temerario che vuol dimostrare a se stesso di essere ancora vivo ammazzandosi di fatica su nelle montagne. Fante gli ha eretto un monumento fatto di parole stavolta, e non di mattoni.

Ci si perde nelle bevute che Nick e i suoi amici Zarlingo e Cavallaro fanno alla tavola del vinicoltore Angelo Musso, patriarca imbalsamato sulla sedia dalla vecchiaia e dal vino. Sembra di essere lì con loro, tra le vespe che ti ronzano intorno mentre sonnecchi, sbronzo di vino, con la testa tra le braccia sulla tavola. Un mondo di vecchi nostalgici che aspettano solo di tirare le cuoia e che hanno deciso di passare il tempo che gli rimane nel modo più dolce che conoscono.

In fin dei conti Nick Molise è un uomo sconfitto, che non ha avuto la gioia in vita di vedere almeno uno dei suoi tre figli maschi – ha anche una figlia, Stella – abbracciare la sua stessa professione di scalpellino, quella per cui ha dato tutta la vita e di cui andava orgogliosissimo tanto da portare periodicamente il figlioletto Henry in giro per la città a mostrargli tutte le sue creazioni, tra cui la biblioteca pubblica. Quello stesso edificio in cui Henry si appassionò a Dostoevskij e che lo spinse a diventare uno scrittore.

Quando arriva, inesorabile, la morte del vecchio Nick, Fante sa commuoverci come non mai. Al funerale paterno si riunisce tutta la famiglia, i vecchi rancori perdono consistenza e vengono ricacciati indietro come lacrime inopportune. Eppure, come fa con l’episodio del vitello rubato e macellato nella stanza d’albergo raccontato in “Chiedi alla polvere”, Fante non esita a smorzare la tensione narrandoci l’osceno tradimento che Henry compie a discapito della propria moglie a poche ore dalla morte del padre.

Si tratta di un’opera nostalgica e nonostante molte scene suscitino il sorriso si sorride a denti stretti, poiché ci si rende conto che quello a cui si sta assistendo è il dramma di una famiglia come ce ne sono tante nel mondo – forse è più opportuno dire “ce ne sono state” – ed è la descrizione di un mondo arcaico carico di sentimenti e di valori irrecuperabili nel marasma della modernità.


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