Racconti

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L’ostia

di Giancarlo Tommasone

 

Dio si ruppe che avevo dieci anni. Il prete mi disse semplicemente che non esisteva perdono per chi non lo sapesse chiedere e mi gettò fuori dal confessionale. Nonna Assunta mi aspettava con il rosario tra le mani e quando mi chiese della penitenza lì per lì non ebbi il coraggio di dire niente.

Avevo dieci anni e già non c’era un dio disposto a comprendere i peccati di un bambino e a salvarlo dal fuoco eterno, a scaricarlo dal peso di piccoli furti, più che altro sfide infantili e teneri riti iniziatici a danno della tabaccheria e dell’emporio di via Malta, a comprenderlo per avere più di una volta pisciato nelle buste dell’immondizia facendole esplodere successivamente sulle tapparelle dell’amministratore di turno. Quante Avemaria chiese nonna Assunta di nuovo, mi feci coraggio, tre risposi e ci aggiunsi due Gloria tanto per apparire più credibile. I Gloria mi sono sempre piaciuti, da piccolo adoravo soprattutto la loro brevità. Il prete mi aveva cacciato, il prete della chiesa di Pompei, la chiesa delle due domeniche all’anno, la chiesa degli orfanelli… pensa agli orfanelli mangia fa il bravo non rompere le palle dormi e fai i compiti e pensa agli orfanelli, la chiesa preferita dalla nonna e con la messa cantata, che si metteva pure il foulard in testa la nonna e mio nonno le baciava la fronte dopo aver finito di riempirla di figli, dopo venticinque anni, la nonna indossava il foulard e cominciava a pregare sotto la pensilina della Vesuviana e nel treno. E il nonno che mi diceva adesso ti porto nella chiesa degli orfanelli così vedi come stanno i bambini più sfortunati di te e non mi chiedi di comprarti niente fuori dal santuario perché “sembrerebbe brutto” per gli orfanelli.

Dio si ruppe nella chiesa degli orfanelli. Che figura di merda Madonna mia, proprio lì. Dio che  vede un prete guardare nella grata del confessionale e chiedere l’atto di dolore ed io mio Dio mi pento con tutto il cuore e il prete mi pento e mi dolgo e io che ricomincio mi pento e mi dolgo dei miei peccati e il prete mi pento e mi dolgo con tutto il cuore e io che mio Dio mio Dio e mi impappino e il prete che si incazza, masturbatore vecchio e senza senso, e mi dice che debbo imparare il Vangelo, la dottrina, e che non mi può confessare che non vuole che non deve; e che mi prende per un braccio e dice torna quando avrai imparato l’atto di dolore ché io ho da salvare le anime di molti altri più volenterosi e debbo correre a masturbarmi prima della messa delle cinque e mezza. Dio vede tutto questo e si rompe, si deve rompere nella testa di uno che piscia dentro le buste dell’immondizia con la scritta comune di Napoli, che poi io abitavo a Portici e non so che ci facevano le buste del comune di Napoli e forse perciò ci pisciavo dentro io e i miei amici e le lanciavamo contro le tapparelle di tutti quelli che ci bucavano il pallone, ci cacciavano via dal parco perché non eravamo del parco e che ci vedevano insieme a mamma e papà e ci accarezzavano i capelli e poi ci buttavano le secchiate d’acqua al pomeriggio quando stavamo da soli, e facevamo’o burdell’, d’estate come d’inverno. Dio questo lo sapeva, lo vedeva, perché se non faceva attenzione ai bambini, mamma mi raccomandava sempre fa il bravo che Gesù ti guarda, si può sapere a chi doveva badare? Domanda senza risposta. Da piccolo però una risposta ce l’avevo, era per il fatto, secondo me, che dio ci lasciasse guardare da Gesù e noi irriverenti e certi della sua comprensione, legata soprattutto alla più giovane età, gli scappavamo sempre.

Qualcuno di noi scappò e finì pure sotto una macchina; dallo spavento cominciò a tartagliare per lo shock e divenne Giuvann’ ’o cacaglio, il balbuziente appunto. Gli disse bene a Giovanni quel pomeriggio di luglio, la 850 blu lo catapultò contro la saracinesca che usavamo come porta; la tapparella di ferro gli assorbì la testa con un rumore di carta stagnola, il sangue lasciò la sua impronta viva e calda. Nessuno di noi pensò alla morte, con gli occhi inseguivamo il pallone. Da piccoli si ha una chiarissima idea dell’eternità, io pensavo semplicemente come sono stupidi i grandi, muoiono; quando sarò grande non morirò mai.

Eppure di bambini ne morivano anche alla mia età e quando ne chiedevo e domandavo del perché li avessero lasciati morire e dell’utilità della loro nascita la nonna mi parlava di angeli e di aneme ’o priatorio e si segnava eterno riposo dona loro….e si ricordava e stava in silenzio, si ricordava dei tre figli morti bambini, morti troppo piccoli pure per essere dei bambini. La nonna si ricordava e non parlava, persa a pulire e tagliare peperoni nel suo camice blu, il solo con il quale io riesca a pensarla.

Quando facevo una domanda del genere, quando ancor oggi mi capita di farla una domanda del genere, c’è sempre il camice blu e l’odore dei peperoni, e le fotografie che non ho mai visto dei tre bambini morti, morti troppo piccoli per una foto, regalati a mia nonna giusto il tempo di farla partorire con dolore e ricordarle del peccato originale. Sentivo sussurrare di Patrizia, di Davide e di Lucia e li vedevo piccoli, gli occhi neri come i gamberi, chiusi nelle scatole di cartone e cercavo di capire dove fossero stati portati, chi avesse accolto il loro pianto mai espletato, le dita livide e leggere che non strinsero niente altro che un addio, le labbra consacrate per sempre al silenzio.

Aneme ’o priatorio, angeli capitati sul mondo, capitati perché e secondo quale dio, quale progetto. Eterno riposo dona loro… ammènn. Ammènn amen cosissia. Ci penso ancora a Patrizia a Davide a Lucia le poche volte che vado al cimitero e potrei cercarli, chiedere di loro, e ogni volta mi dico la prossima volta, stanno bene dove stanno, non potrebbero parlare, non potrebbero dirti niente lo stesso. Che si cercano a fare i morti se non hai che da ricordare occhi di gamberi, punti fissi nel cartone, fasce bianche e volti che non hai mai visto? Non sono mai venuti nemmeno in sogno, o a spaventarmi di notte o a tirarmi i piedi nel letto; ma questo è per il fatto, ho sempre creduto, che più di loro, nella mia famiglia, non fosse morto nessuno, nero dentro e nero fuori, silenzio prima e dopo, silenzio ricevuto, silenzio dato; il ventre di nonna Assunta, povero amplificatore di tre piccoli silenzi. Per questo quando se ne parlava lei rimaneva zitta, e cambiava stanza per restare da sola e intuivo dona loro ammènn e nient’altro; stare zitta le ricordava la loro voce.

Pompei, il rosso e il grigio della stazione, il volante giallo strappato con le preghiere al nonno imbronciato e superattivo, che conosceva tutto di tutti e che restava in piedi a vegliarci pure durante la messa scrutando gli affreschi come se da un momento all’altro potessero caderci addosso. Ho uno strano sapore ancora in bocca, è quello dell’adesivo delle buste da lettera, una linea magra di pane raffermo e inconsistente, per certi tratti bianco e insipido come il riso bollito, per altri la sfoglia sottile che ricopre il panforte ma né dolce né salato, proprio come doveva essere l’idea di Cristo che viene tout court ad abitarci dentro. Una visita silenziosa, impalpabile, neutra, un’ombra che sa il peccato e lo cancella e che grida sollievo e martirio, che penetra le ossa e pone sullo stesso piano e ti dice oggi non morirai e porgerai l’altra guancia, e non avere paura del buio perché io sono la luce che ti illumina il corso. Pompei, l’ultima volta che Cristo mi entrò dentro; non disse niente, non avvertii l’onnipotenza, non sentii dirmi oggi non morirai e porgerai l’altra guancia ed ebbi paura del buio come non l’ho mai avuta. Me lo ricordo il cielo appena usciti dal santuario, me lo ricordo caldo ma il colore è svanito; è come se guardassi una cartolina in bianco e nero con il giallo dei volanti e nient’altro. Del resto il passato è sempre così, bianco e nero con uno, al massimo due particolari colorati. Decisi quel giorno, dopo il gomito chiuso nella mano destra di un prete, dopo il gomito spinto nella perdizione senza appello e senza una voce che mi richiamasse indulgente e ripetesse insieme a me la formula del perdono, che avrei potuto mordere Cristo, masticarlo affamato, spingerlo da un molare all’altro con la lingua e deglutirlo senza il lasciapassare di una confessione riuscita. Peccato su peccato, sferrare un inutile schiaffo dopo una slavina di mazzate ricevute; sferrarlo a freddo e per ultimo per poi scappare a nascondersi perché sarebbero venuti certamente a cercarlo uno scomunicato di dieci anni. L’avrebbero trovato.

Quel giorno masticai Cristo nello stesso modo in cui consumavo il pranzo quando le prendevo prima di mangiare e mi si chiudeva lo stomaco ma dovevo per forza ingoiare tutto quello che mia madre mi metteva davanti. Rabbia umida e primordiale, come solo i bambini sanno provare; le gote diventavano rosse e si rigavano di pianto, mangiavo a testa bassa, lamenti brevi e prolungati, mi aspettavo che da un momento all’altro avrei trovato il coraggio di sputare tutto via e di battere il pugno sul tavolo; mi immaginavo il piatto nell’impatto, che saltava di un metro per diventare una risma di cocci irregolari sporcati dal sugo della pasta. Ma alla fine piangevo soltanto, piangevo e basta. Era strano sentirmi accanto le lacrime come se qualcuno le versasse al mio posto. Era strano e insopportabile perché volevo appropriarmene e possederle completamente. Mi è sempre capitato così ogni volta che ho pianto in modo soddisfacente, rumoroso, ferino. Amo le lacrime che verso, sento che mi lubrificano, avverto pienamente la loro funzione; so che tentano di attutire la sofferenza, l’attrito dello sconforto, della tristezza. Attrito, sofferenza, sconforto, tristezza, parole piene di erre e zeta, piene di trr zzz sst; parole nero-grigie da opporre a goccia, pianto, acqua, di contro fluide e trasparenti, necessarie, per me indispensabili. Il dolore più acuto lo provavo soltanto quando finivo di piangere. Solo allora avvertivo la sconfitta nella lotta, il viso era arido e mi mancava il respiro.

Il respiro mi è mancato più volte da bambino, almeno fino ai dieci anni; a volte lo trattenevo apposta per misurare il fiato che possedevo e competere poi con i compagni di gioco quando ci avrebbero portati al mare, in gare di apnea che finivano sempre con occhi rossi e tosse salata. Altre volte invece, la maggior parte delle volte, mi è capitato di perderlo davvero e di sperare di non trovarlo più. Succedeva soprattutto a casa vecchia. Succedeva nel giardino, di fronte all’autostrada, succedeva con la schiena appoggiata ai pali dell’Enel o sulla sbarra di ferro sulla quale mi dondolavo o giocavo all’equilibrista, percorrendone il dorso con i piedi, mezzo metro da terra. Accadeva che pensassi ad una frase, forse una delle prime udite alla messa o lette nel Vangelo, nella Bibbia chissà. Cenere sei, cenere tornerai. Continuavo a ripetere cenere sei cenere tornerai, mi dicevo sei cenere diventerai cenere, bosco bruciato, foglio bruciato, carbonella, squame abbrustolite, esito e scorza scottata dalla fiamma.

Cenere, cenere, cenere, cenere; si spalancava l’immagine ancestrale del mio nulla. Precipitavo nel giallo ocra, sabbioso palcoscenico paglina, avvertivo i volti di quelli che allora identificavo come i patriarchi che mi spiegavano senza parole e senza sguardi la mia essenza di cenere. Gli occhi stretti erano il biglietto del viaggio, il biglietto necessario, più li serravo, come si stringe il tagliando della giostra in mezzo al palmo, più vedevo chiaro e riuscivo a capire cenere sei cenere tornerai; niente tempo, righe gialle ai lati dello schermo, cinema scope in verticale, niente spazio, nessuna parola, fotogrammi di bronzo. Durava un attimo, capivo tutto, poi dovevo respirare e dimenticavo, dimenticavo pure che mi fosse mancata l’aria. Aprivo gli occhi.

Sono a Pompei, ho ricevuto l’ostia. Il volante giallo a forma di coniglio, i denti bianchi disegnati male, qualcuno, forse mia zia che mi stringe le dita e sorride; fa caldo, è settembre. Da poco mi hanno detto che non sono più un bambino, mi hanno fatto intuire che morirò, da mezz’ora ho la consapevolezza che gli adulti che muoiono non sono stupidi, da poco ho la certezza che ho perso l’idea chiarissima dell’eternità. Ho dieci anni, credo ciecamente alla Befana ma comprendo, gli occhi aperti alle colombe bianche, comprendo che Giovanni sarebbe potuto morire; ho gli occhi aperti, mi soffermo sul sangue sul petto della saracinesca, sui cinque punti al cranio biondo, sento le grida della madre, quasi si scaraventa dal secondo piano in strada. Ho l’odore d’asfalto sopra i palmi; dieci anni, sette, luglio, settembre. Il pallone è rimbalzato via, non c’è spazio nella cartolina in bianco e nero, dove pure la 850 non è blu ma grigio scuro, non c’è spazio per la macchia arancione che slitta e tenta di distrarci dalla vista di Giovanni. Ho gli occhi aperti, nessuna chiazza arancione ingabbiata, nessuna scritta Super Santos, solo FIAT 850, PASSO CARRABILE, VOTA CARDANO.


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