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Racconti |
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L’isola nella testa, ricordo e bisogno di odori e passi lenti di MariaGiovanna Luini
Potrei raccontarvi l’odore. Sa di gasolio e pesce e spazzatura lasciata al sole. E verdura e pane fresco, in qualche angolo. In fondo. Al negozio delle pizze sempre pieno dove prendi il numero e assaggi prima ancora di afferrare. Con il naso in festa e lo stomaco che piange e i sensi che non possono staccare. Porti via il pacchetto e lo stringi, e c’è qualcosa in più per la strada fino alla barca. Qualcosa che hai chiesto e pagato colpevole perché non potevi resistere. Annusi. Mastichi veloce e cancelli il sugo dal viso. Potrei disegnare i passi sulle pietre grandi e lisce, dove si scivola se non si sta attenti e si guardano i bambini con le canne da pesca seduti tra il muro e i pescherecci vuoti: i pescatori arrivano presto, scaricano barili di pesce prendendo gli spada tra le braccia come amanti o padri o fratelli. Mettono casse e plastiche bianche sui piccoli Ape che fanno tre metri, giusto il tempo di arrivare. Ai ristoranti o alla pescheria. Che è lì, sul porto, piena di liquame e sangue e acqua di mare sfuggita alla pancia dei pesci. Morti. Ho provato a fotografarli, questi pescatori da operetta, ma qualcuno (un vecchio dal viso cotto e scuro) ha detto che no, non si può fare. «Si vendono le fotografie ai giornali», ha mugugnato senza guardare. Perché ero donna. Perché nell’isola è fatale diventare un cartone di stella, anche per i pescatori che fanno finta di abbracciare gli spada. E contano i soldi nascosti al primo muro. Sceneggiata per turisti che ci credono. Perché vogliono. Comunque. Mattina presto e arriva la nave, e vomita gente se è sabato o domenica. Oppure osserva placida e aspetta l’aliscafo. Con la Finanza e i cani che annusano la droga. Attracca in là, nobile e veloce. Fuori dal tempo, qui. Ci sono fischi e suoni e piccoli gommoni. «Fermati, accosta, c’è manovra, vedi?». Ci sono persone che premono per scendere. E respirare l’odore. E controllare il meteo e gli avvisi ai naviganti. E chiedersi che cosa faccia il bar vuoto con le piante e i tavolini e la musica, nell’angolo buio in basso, dove l’acqua arriva e le barche dormono tirate in secca. Potrei dire il corso e la gente. La passeggiata sopra il porto, dopo la salita dove si scostano le pietre a punte e tagli (premono sulla pianta dei piedi se hai le ciabatte) e si sospira alle macchine scassate che suonano e spingono. «Ti devi spostare, vado a un chilometro, porto il dottore che fa tre settimane con la signorina». Vanno lontano: cinque minuti buoni. All’albergo in cima, quello che guarda il mare dall’altro lato, con Erasmo che ti coccola e cucina per te l’aragosta quando è l’ultima sera e suo figlio che sa di pesca e barche e vita, e sorride come non sa fare chi non vive. Nell’isola che dorme e se vuole si sveglia. Con le immagini che vorrei toccare. E c’è il cimitero, poi. Dei pensieri solitari. Dei passi lenti la mattina, e le lapidi strane scritte a mano per le donne morte giovani. O i bambini. O la tedesca pazza che amò l’isola e adesso guarda il golfo, amore forzato scritto su pietra piccola. Lei che come me si perse, credo. Lei che non ha fotografia. Potrei dirvi gli sguardi. Di chi non c’è mai stato e pensa di essere in un’isola come tante, quelle stuccate e messe bene come un teatro di posa. Un giocattolo che devi usare e lasciare lì per ritornare alla città all’autista al pranzo giapponese ordinato con il computer. Ci sono gli occhi di chi torna e getta l’ancora perché è vicino, ma la vacanza si fa in altri luoghi altra aria altri porti. Che non abbiano mucchi di fili intricati che basterebbe una scintilla, e acqua che manca e devi rubare. Al vicino che tanto se ne frega. E il “venga, dottore” fino alla riva, e l’elica che tira su sabbia ma nessuno ci fa caso. Porti dove il vento di levante non ti svegli alle tre, non ti butti giù dal letto per correre a Chiaia di Luna con le barche che cozzano e spiaggiano se sono sotto i dodici metri. O anche sopra, dipende dalla stagione. Perché ti fermi dove c’è posto e dove Dio ti dice. Ci sono occhi di chi ama, anche. L’isola dei galeotti, di chi fa scivolare un giornale fuori dal mucchio per riprenderselo quando hai già pagato. Di chi vede e non dice niente. E ruba sull’affitto del gozzo. Oppure te ne regala uno più grande, messo a posto proprio ieri. E dopo cinque sei sette dieci anni sussurra: «Tu torni sempre», e regala un euro di mozzarella o una settimana di noleggio, o cambia la scheda del telefono se l’hai persa ma solo perché sei tu e conosci qualcuno e hai scritto dell’isola. Hai scritto del bisogno di esserci. E respirare. E accarezzare i gatti. I gatti. Potrei scrivere dei gatti. Sono magri e aspettano. Come quello bianco e nero nel vicolo a mezza salita. Puoi camminare accanto alla banca, sfiorare il municipio e guardare l’uomo lacero con lo stereo acceso (strano e solo e sporco, adottato dal paese), poi infilarti a destra nel vicolo stretto per raggiungere la scala e salire ancora. Fino all’albergo di Erasmo. Nel vicolo, proprio lì, ci sono case belle e bianche, e il gatto nero con le pezze. Si alza e guarda, arriva alle caviglie con le fusa per mangiare. E lo vorresti portare via, ma capisci che aspetta e non si muove. Perché è di quel pezzo di isola. Come le pietre storte e vecchie. Come la libreria. Il Brigantino. Ci sono le mappe, le disegnano mentre cammini statico e distratto e guardi i titoli. E cerchi non sai cosa. Maneggi tocchi e aspiri. Le storie di Savino, sull’isola dei rifugiati. I ricordi di professori e direttori di posta. Le fotografie di Palmarola (sempre le stesse). E le fiabe di una pazza che scrive a Chiaia di Luna, in rada. Nella notte inutile di sospiri. Potrei scrivere il gusto, anche. Il sapore delle cicerchie che nessuno sa che cosa siano, e come le mangi qui non esiste. I paccheri grandi e molli e pieni di scampi. O gli antipasti sui tavolini vecchi dove non puoi prenotare, e ti butti e litighi appena si alza qualcuno. Con il tonno fresco e il pomodoro e i peperoncini che non puoi dimenticare. E forse è vero che Gianni Agnelli veniva qui, e neanche lui poteva. Prenotare. Nemmeno Gianni prenotava. Forse. Potrei cantare il gusto degli spaghetti in fondo al paese, prima della galleria per Santa Maria, nell’albergo con il pontile e gli yacht che ti fregano i parabordi quando cadono in mare. «Scusi, quello è mio», disse un uomo indicando un pallone che da Enros era andato all’altro pontile. Da Gennarino. E un altro uomo ricco e grasso e sbudellato, stravaccato su un quindici metri con l’anello al mignolo, disse ridendo: «No, è mio. Non vede che è legato sulla mia barca?». E zittì la moglie con uno sguardo. Fiacca abitudine che fa sorridere. O piangere, se non è giornata. Potrei tingere l’isola di ricordo, credo. Come la vista dei faraglioni a Lucia Rosa, e la donna che vola e piange e ama. Mentre cade e muore. E il mare pieno di stelle e pesci e rocce rosse di sangue, cunicoli da abbracciare attenti alle murene. O la sabbia polverosa e bianca di Forte Papa, deserto che nessuno vede con i mortaretti della sera prima e la roccia a picco. Scavata sotto. Che crollerà, forse. Ma non oggi. Potrei dire. Ancora. Oggi. Ma il cuore è fermo. All’isola del faro antico. |
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