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L’eredità di Bric

di Giacomo Gardumi

a cura di Gennaro Chierchia

 

Una buona trama, quella di questo romanzo. Peccato che però non sia stata sviluppata nel modo in cui uno si aspetterebbe. Perché se essa si basa su di un uomo che ha inalato un veleno letale alla scadenza delle ventiquattro ore il cui antidoto può sapere dove sia nascosto soltanto mettendosi in contatto medianico con il morto – il conte Bric del titolo – che glielo ha somministrato è, fuori di dubbio, una bella trama.

Uno si aspetta chissà quali diavolerie – è proprio il caso di dirlo – escogiterà il protagonista pur di salvarsi la vita invece… invece il romanzo si attorciglia su se stesso come un lungo serpente, spazzando via ogni possibilità di azione – a parte la frenetica ricerca dell’antidoto nel cimitero, non ricordo altri momenti adrenalinici in tutto il romanzo.

Ma la mancanza di azione non è – è evidente – una scelta non voluta dall’autore, semmai il perfetto contrario. Sembra che ciò che interessi al Gardumi sia fare i conti con il lettore, metterlo alle strette con i suoi infiniti ragionamenti che, per tornare alla metafora del serpente, stringono la sua mente in spire sempre più strette ed insopportabili, che girano su stesse più volte perché ripetono all’infinito lo stesso concetto in maniera o con esempi diversi.

Eppure.

Eppure il Gardumi è un asso della scrittura. Le pagine del suo libro, che spiattella a destra e a manca la questione della credenza nell’aldilà e dell’ateismo, delle prove scientifiche e dei contatti medianici, scorrono veloci tra le mani del lettore appunto grazie ad una scrittura felice, di facile comprensione e incredibilmente ipnotica.

Eppure.

Eppure quello che si legge non è per niente facile da assimilare/metabolizzare dato che costringe il lettore a confrontarsi con se stesso, con le proprie paure e le proprie certezze. Leggendo, non ci si può non chiedere se si è credenti o atei e, nel secondo dei casi, che cosa si farebbe al posto dello scienziato Nicola Pagani condannato a morte da un momento all’altro.

Nicola si è battuto per tutta la vita contro i fenomeni medianici, dicendo che erano tutte fesserie ma ora che ha le ore contate farebbe di tutto pur di vivere solo un altro giorno, anche credere in una qualunque identità, anche nel diavolo.

La verità è che il Gardumi ha scritto un romanzo scomodo – si veda l’incontro/scontro e mentale e fisico tra Nicola e il prete nella chiesa – che non dà nessuna risposta e che anzi ammucchia dubbi su dubbi, interrogativi su interrogativi, stremando il lettore, che quando chiude il libro tira un sospiro di sollievo, scoprendosi ancora vivo, in grado di respirare.

È l’effetto “Bric”. Un qualcosa che ti resta dentro e ti corrode lentamente, qualcosa di fastidioso di cui non avresti mai voluto fare la conoscenza, che si chiama “incertezza” o “dubbio” o “possibilità”, che tu sia credente o meno. Sembra di avere inalato il veleno assieme a Nicola e di patirne le medesime sofferenze, almeno finché si legge.

Perciò, come giudicare questo romanzo? Io dico che è un’esperienza insolita e che pertanto vada fatta. Ho letto che l’autore ha debuttato con un bellissimo romanzo: “La notte eterna del coniglio”. Sicuramente lo leggerò, soprattutto per riprendermi dall’effetto “Bric”.


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