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L’educazione delle ragazze in Boemia
di Michal Viewegh
a cura di Gennaro Chierchia
Quando
per la prima volta ho preso in mano questo libro credevo che si
trattasse di un saggio dato il titolo. Invece parla di un
professore-scrittore (il personaggio è autobiografico) che viene ingaggiato
da un mafioso per impartire delle improbabili lezioni di scrittura creativa
alla figlia in crisi depressiva perché lasciata dal proprio moroso.
All’inizio per il professore sarà arduo penetrare il muro di silenzio di cui
è prigioniera la ragazza, ma col tempo riuscirà ad avere la sua fiducia e
addirittura ella si invaghirà di lui. Il mafioso, scoperta la relazione, licenzia il professore, che però convince la ragazza a
intraprendere la carriera di insegnante affinché possano continuarsi a
vedere sul lavoro. Ma il rapporto clandestino risulta insostenibile e i due
presto si dividono. Mentre il professore ritorna alla sua tranquilla vita
familiare e alla scuola, la ragazza gira per il mondo alla ricerca di
risposte, professando una fede via l’altra e cambiando continuamente fidanzati. Finché un
brutto giorno muore in un incidente automobilistico. Romanzo
autobiografico a detta dell’autore, strapieno di citazioni, che vuole strappare
il riso a ogni costo, saccente in parecchi passaggi, che mantiene un certo
interesse finché sboccia l’amore tra lui e lei. Poi non sembrano esserci più
idee né episodi degni di essere raccontati, perciò l’autore ha fretta di
chiudere e ci ficca in mezzo anche un racconto che ha pubblicato su
«Playboy» con protagonista la ragazza del libro. Rispetto al precedente
“Quei favolosi anni da cane”, più volte citato nella storia, questo romanzo
è molto inferiore; c’è troppo dell’autore e ci sono troppe citazioni che mal
celano un’ostentata cultura; inoltre la parte finale è trattata con
superficialità e non viene approfondito il male di vivere della ragazza, che
semplicemente muore suicida. Tanto paradossale da sembrare falso, cosa che
l’autore smentisce a più riprese. |