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Racconti |
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L’appuntamento di Enrico Luceri
Devo terminare al più presto il racconto che ho promesso all’editore. Non sarà difficile, perché ho già appuntato sul quaderno la trama che voglio sviluppare, poi ho scarabocchiato i tratti caratteristici dei personaggi. Insomma, ho dato loro la vita, come un padre. Ma io non sono un padre qualsiasi, perché posso dare anche la morte, a quei figli di carta che genero di continuo, una morte violenta, perché scrivo storie dure, di sangue, paura e delirio. Io sono uno scrittore di thriller. Ecco, sono come quel dio mitologico che divorava i suoi stessi figli, finché essi non si ribellarono. E lo uccisero. Scrollo il capo, e sorrido, perché mi accorgo che mi sto comportando come un personaggio dei miei romanzi. Afferro una bottiglia di vino, la stappo e verso mezzo bicchiere. Prima di sorseggiarlo, ne esamino in controluce il colore rubino e aspiro un paio di volte l’aroma intenso. Soddisfatto, poso il bicchiere accanto al portatile, sfoglio il quaderno di appunti e tengo il segno infilando una matita fra le pagine. Sgranchisco le dita, mentre il cursore lampeggia sul foglio bianco di Word. Cerco con gli occhi l’astuccio con i sigari toscani e l’accendino d’oro che mi ha regalato mia moglie. Sono pronto, concentrato come un atleta ai blocchi di partenza. Ripasso mentalmente la frase, poi le mie dita cominciano a sfiorare i tasti, come seguissero una musica che solo io posso sentire. L’uomo anziano fissa accigliato il suo volto riflesso nello specchio. Con una mano tiene fermo il colletto della camicia, con l’altra aggiusta il nodo della cravatta. Versa sul palmo qualche goccia di lavanda e se la passa sulla guance rugose, prima di controllare il velo di brillantina fra i capelli bianchi pettinati con cura. Soddisfatto, spalanca un armadio e sfila dalla stampella un cappotto color cammello, che indossa a fatica, borbottando. Si calca in testa un feltro grigio ed esce di casa senza voltarsi indietro. Valentina si alza dal divano, sul quale ha cercato inutilmente di assopirsi. Si passa una mano tremante fra i riccioli ramati, poi lungo la tempia, fino ad un angolo delle labbra. Abbassa il capo e cerca di trattenere le lacrime che sente spingere dietro gli occhi spalancati. D’impulso, corre in bagno e fruga freneticamente in un cassetto, afferrando alla rinfusa tubetti di rossetto, cipria, fard e cosmetici. Si trucca attentamente, davanti allo specchio, spaventata dal pallore del suo viso delicato. Poi un sorriso forzato piega gli angoli della sua bocca: ora le mani non tremano più. Si chiude alle spalle la porta della villetta, sale in macchina e parte sgommando. Il bambino annoda i lacci delle scarpe da ginnastica ed infila la felpa, lo sguardo fisso sul poster del suo calciatore preferito. Non vuole voltarsi, alle sue spalle c’è il letto, e lui adesso ne ha paura, di nuovo. Ha paura di non riuscire ad addormentarsi, da solo, nel buio di quella cameretta, come un tempo, quando c’erano i suoi genitori. Ma loro non ci sono più, lui vive con la zia, e li ha dimenticati, come le ombre che vedeva sulle pareti bianche, in quelle lunghe notti insonni. Dimenticati fino ad oggi, quando qualcosa li ha fatti risorgere nella sua mente, e forse le figure in chiaroscuro che danzano sulle mura sono proprio quelle dei suoi genitori. Soffocando un singhiozzo, il bambino scappa dalla stanza. La zia Maria socchiude gli occhi e fissa il quadro con il volto dolente di Gesù, il cuore palpitante posato sul palmo della mano trafitta dai chiodi. Mormora una preghiera, le mani giunte, i capelli grigi raccolti in una crocchia, le pantofole di feltro che sfiorano il pavimento polveroso. Lascia che le sue dita magre sfiorino l’orlo liso della gonna, prima di alzarsi cautamente dalla sedia. China il capo davanti all’immagine sacra e si allontana a passetti. Sua madre inorridirebbe se la incontrasse per strada, con il golfino pieno di rammendi e quelle pantofole scalcagnate. Ma la mamma è morta da tanti anni che ormai è solo un ricordo sbiadito. Salvo il file, poi allungo le gambe sotto la scrivania e stiro la schiena, per sgranchire le ossa indolenzite. Mi alzo soddisfatto: quasi tre pagine, in poco meno di un’ora. Afferro con una mano il bicchiere vuoto e con l’altra il piattino colmo di cenere dei due sigari che ho fumato. Tutte le finestre di casa sono chiuse, eppure una corrente d’aria, debole come un sospiro, agita il mucchietto di cenere, sollevandolo in una piccola nube scura che cade lentamente sul pavimento, descrivendo spirali che rimango a fissare affascinato. Scrollando il capo, poso bicchiere e piattino in cucina, prima di tornare con scopa e paletta per raccogliere i frammenti sparpagliati per terra. Per un istante ho voglia di accostare l’occhio allo spioncino, perché ho la sensazione che dietro la porta di casa ci sia qualcuno in attesa. Mi sorprendo sempre più spesso a pensare come i personaggi delle mie storie e questo non va bene. Torno nello studio e mi siedo davanti al portatile, incerto se fumarmi un altro sigaro. Stanno calando le prime ombre della sera di un giorno di fine autunno. Il vecchio cammina a passi pesanti, avvolto nel cappotto, una mano davanti alla bocca, per proteggerla dall’aria fredda, e l’altra stretta alla falda del cappello, per evitare che una ventata lo faccia volare via. Gli occhi stretti dietro gli occhiali, la bocca piegata in una smorfia di profonda irritazione, sente la rabbia crescere dentro di sé. Che vergogna, costringere un povero vecchio come lui ad uscire con un tempo simile, c’è da buscarsi un raffreddore, se non di peggio. Ma adesso gli faccio vedere io, non sono certo arrivato alla mia età per avere paura di lui. Gli dirò in faccia quello che penso, agitandogli davanti un dito minaccioso. Come ti permetti?, gli griderò, se sarà necessario. Pensi di uccidermi, vero, ma stai attento, perché io… Valentina guida attenta nel traffico intenso, la fronte corrugata e l’espressione imbronciata di una bambina. Adesso glielo dico, pensa, sarò decisa, non ho intenzione di pregarlo. Scuote il capo, le mani strette attorno al volante, e singhiozza piano. Non è vero, forse lo supplicherò, perché ho paura. Non voglio morire, sono ancora giovane, e finora la vita mi ha dato più dolori che gioie. Un’infanzia tanto serena quanto breve, lacerata da quel fratellino che venne a rubarmi l’affetto dei miei genitori. Un’adolescenza trascorsa in quel posto orribile con le persone vestite di bianco che mi chiudevano nelle stanze dalle pareti imbottite. Poi lui, l’uomo della sua vita. Un amore grande, improvviso, bruciante. Soli, loro due, e nessun altro. Lui, però, adesso vuole un figlio, che mi ruberà il suo affetto, come fece il fratellino con i miei genitori. Lo odio. Mi vendicherò, gli infliggerò le sofferenze che ho provato da quando sono nata. Sembra tutto facile, ho previsto tutto, ma adesso ho paura perché ho capito che qualcuno ha deciso tutto questo a mia insaputa. Ha deciso che alla fine morirò, e non voglio, non è giusto. Il bambino attraversa cautamente la strada, le mani nelle tasche della felpa, le scarpe da ginnastica che sembrano volare sopra le strisce pedonali. Quando si accorge che le ombre sul muro sembrano quelle dei suoi genitori, pronti a rimproverarlo, si blocca in mezzo alla strada, saltellando via un attimo prima che un automobilista lo investa in pieno. Chiude gli occhi e li riapre, sbattendo le palpebre. La facciata dell’edificio è una massa compatta di tenebre, fredde come le lenzuola di quel letto in cui non riusciva a prendere sonno. Il bambino sa che non deve morire, per ora, almeno, perché qualcuno potrebbe avere bisogno di lui in futuro, per altre storie, però vuole sapere se deve convivere con il rimorso per sempre, o se infine troverà la pace, accogliente come un letto soffice e caldo, dove si scivola nel sonno senza accorgersene. La zia Maria è ferma all’angolo della strada, le mani sul viso, come se piangesse. Prega per l’anima di sua nipote, davanti alla statua della Madonna. Angela, Angela mia, se è destino che io debba morire, ebbene, così sia. Ma tu, ragazza mia, non avrai quello che vuoi, riuscirai solo a perdere l’anima. Cercherò di salvartela, a tutti i costi, Angela mia, perché qualcun altro ha deciso la tua dannazione. Sono vecchia e stanca, sono nata già così, e così morirò, perché questo è il destino che mi è stato dato. Le mie forze non bastano. Però ce la farò, lo convincerò a salvarti. Salvo ancora una volta il file. Sbadigliando, sfoglio distrattamente il quaderno con gli appunti presi in questi anni, ripensando al giorno in cui scrissi il primo. Chissà come mi sentivo, se ero felice, se faceva caldo. O freddo, come stasera. Mentre il vecchio china educatamente il capo davanti a Valentina, che ricambia con un sorriso nervoso, la zia Maria accarezza i capelli del bambino. Quando il portone si spalanca davanti a loro, spinto da una forza invisibile, entrano in fila indiana, senza una parola. Giunti sul pianerottolo, si scambiano un’occhiata silenziosa. Questa è la prima trama: l’immagine del vecchio avvolto in un cappotto color cammello che torna a terrorizzare il figlio. Era davvero lui, il padre, il misterioso persecutore, o si trattava di un diabolico complotto? Anche adesso, quando lo rileggo, provo l’inquietudine di quando la scrissi. Accarezzo la superficie ruvida del sigaro, mentre giro le pagine del quaderno, fino a che incontro Valentina. Povera ragazza, un’ombra con l’impermeabile nero, il cappello calato sugli occhi, il coltello in pugno che sguscia lungo i vicoli, finché solleva il capo e la cascata di riccioli ramati scivola giù. Due occhi scuri che sembrano bruciare di una luce febbrile in un volto pallido, a malapena ravvivato dal fard, persi dietro una vendetta atroce preparata con cura e destinata a concludersi tragicamente. Quanto tempo dopo ho scritto il racconto del bambino che non voleva dormire da solo? La mamma paziente e il padre collerico, le urla dei loro continui litigi, la minaccia di non azzardarsi ad uscire dalla sua cameretta, o sono schiaffi. Poi due ladri penetrano in casa, e, scoperti dai genitori, perdono la testa e tutto si fa convulso: la mamma crolla senza un grido, mentre il padre corre verso la porta della cameretta, da cui potrà fuggire in giardino. La porta che il bambino ha chiuso la porta dall’interno, ubbidiente agli ordini dell’uomo, che scivola sul pavimento, lasciando una scia rossa sulla parete. Mentre i ladri fuggono, il bambino dorme sereno nel suo lettino, dopo aver vinto finalmente la paura del buio. Accendo il toscano, aspirando un paio di boccate finché la brace rossastra assume una consistenza compatta. Chiudo il quaderno e lo poso in equilibrio sul bordo della scrivania, ma subito cade sul parquet. Allungo un braccio e lo raccolgo, sbirciando le righe scritte con la mia grafia sottile. Ah sì, la zia Maria, quella vecchietta tanto devota, rifiutava ostinatamente l’idea che Angela, la piccola, dolce Angela, la bambina dai capelli d’oro, fosse diventata una tossica, disposta ad assassinarla per mettere le mani sui suoi risparmi. Ho voluto bene alla zia Maria, e mi è sembrato di accontentarla quando le ho permesso di salvare l’anima di quella nipote tanto amata quanto scapestrata. Un rumore dietro la porta di casa. L’ho percepito distintamente, qualcuno si è fermato sulla soglia, senza bussare. Spengo il sigaro e percorro silenziosamente il corridoio. Tendo l’orecchio, ma dalla porta non filtra alcun rumore. Mi chino sullo spioncino, un occhio spalancato e l’altro chiuso. Il pianerottolo è deserto. Il vecchio misura a passi lenti lo studio, gettando uno sguardo distratto ai volumi disposti nella grande libreria. Il bambino si è alzato sulle punte dei piedi ed a bocca aperta fissa il tavolo con il trenino di ferro. Forse vorrebbe allungare una mano per cercare di metterlo in moto, ma un’occhiata severa del vecchio lo blocca. La zia Maria annuisce con un sorriso mesto alle immaginette dei santi posate accanto alla stampante. Lo sapevo, pensa, che in fondo è un bravo ragazzo, mi ha lasciato salvare l’anima di Angela. Valentina sfiora con le dita i tasti dello stereo: sembra uguale al suo, quello che lei e il marito ascoltavano la sera, sorseggiando un bicchiere di vino. Soli e felici, finché lui, l’uomo che si è affacciato adesso sulla soglia della stanza, non ha deciso altrimenti. Devo riposare qualche giorno, staccare totalmente, forse sono un po’ esaurito. D’improvviso, sento calare in me una grande tristezza, una ragnatela che paralizza i miei sensi. Vorrei piangere, ma sono così tanti anni che non lo faccio, da essermi scordato cosa si prova. Il tempo ha prosciugato le lacrime, come un lago che adesso è solo un bacino arido, con qualche barca arenata qua e là. Da quando ho scoperto che scrivere mi piaceva, ed ho cominciato a riempire il quaderno di appunti, come una sorgente sotterranea che sgorga impetuosa dopo tanto scorrere, non sono più riuscito a smettere. Alla fine di ogni storia mi sento appagato, felice, ma anche stremato, come se avessi fatto l’amore tanto a lungo da perdere la cognizione del tempo. Il vecchio si passa una mano sui capelli lucidi di brillantina, mentre si sventola con il cappello, incurante delle lacrime che rigano il volto pallidissimo di Valentina. Il bambino si avvicina alla donna e le sfiora con un dito, timidamente, i lunghi capelli. Gli occhietti scuri della zia Maria, pungenti come capocchie di spillo, fissano il volto imbronciato del vecchio, a lungo, prima di allungare una mano diafana, solcata da vene azzurrine. Imprevedibilmente, lui posa il feltro sulla scrivania e stringe quelle dita fra le sue. Ci hai creato e usato, poi ci hai gettato via, come marionette cui siano stati tagliati i fili. Ma noi ci ribelliamo, come quelle divinità mitologiche che insorsero contro il padre che li divorava. E lo uccisero. Ho freddo e sonno, adesso bevo un altro bicchiere di vino e me ne vado a letto, il racconto lo finirò domani, e poi smetto davvero, almeno per un po’ di tempo, o finirò per impazzire. Spengo il computer, mi alzo e me ne vado, dopo aver lanciato uno sguardo stanco allo studio deserto. Sulla soglia, resto pensieroso, una mano che cerca a tentoni l’interruttore della luce. Ecco, mi è venuta un’idea diversa per finire il racconto, migliore di quella originale. Sì, mi piace, è meglio che prenda un appunto. Mi volto, lentamente, sicuro che qualcuno mi stia fissando. Osservo senza emozione i volti delle quattro persone: il vecchio ha la solita espressione imbronciata, Valentina sorride, i capelli color del rame che risaltano sul pallore del volto, il bambino strizza gli occhi, come se una luce lo abbagliasse, la zia Maria fissa un punto lontano, che solo lei può vedere. Il vecchio scrolla il capo, come volesse dire: vedete? Lo avevo previsto. Se ci uccide, muore con noi. Mi siedo nuovamente alla scrivania ed accendo il portatile: a pensarci bene, è meglio che lo scriva direttamente, il finale, piuttosto che scarabocchiare un appunto. Mi sento meglio, la stanchezza mi è passata all’improvviso, scivolata via, un velo di polvere sollevato da un soffio d’aria debole come un sospiro. Sorrido, fissando le quattro fotografie allineate sul ripiano della libreria. |
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