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Lansia da prestazione

di Gennaro Chierchia

 

Uno scrittore scrive meglio, o peggio, quando sa che la sua opera sarà pubblicata per certo? È, questo, un discorso diretto soprattutto agli autori esordienti, che spesso scrivono senza avere la certezza della pubblicazione, dovendo essi “combattere” ancora con le case editrici. Immaginarsi, chessò, Umberto Eco che deve trovare un editore! Altroché, secondo me gli pubblicherebbero anche la lista della spesa, qualora la compilasse. Ma per un autore esordiente, che magari ha anche diverse pubblicazioni alle spalle (racconti, poesie o anche romanzi), farsi pubblicare è comunque un’incognita. Allora non gli resta che mettersi a scrivere nell’incertezza di sapere che il suo lavoro sarà pubblicato o meno. Però… è un bel dubbio… soprattutto se si pensa che ciò che si scrive non si coglie da un albero ma abbisogna di tempo e fatica e… dosi infinite di pazienza! Ma se invece questo stesso scrittore avesse la certezza della pubblicazione, tipo gli fosse commissionato di scrivere un racconto per un’antologia, allora credo che il suo atteggiamento cambierebbe verso ciò che scrive, e potrebbe essere essenzialmente di due tipi: quello entusiasta, ovvero lo scrittore esordiente è così contento che la sua opera sarà pubblicata che riceve immediatamente nuovi stimoli e scrive al meglio delle sue possibilità; quello entusiasta ma in preda al panico, cioè lo scrittore esordiente è sì contentissimo di scrivere il racconto per l’antologia ma allo stesso tempo teme di non riuscire nell’impresa, di deludere colui che gli ha commissionato il racconto e di partorire, alla fine, un’opera misera. C’è anche un terzo atteggiamento che ora mi viene in mente: quello dello scrittore esordiente tronfio che non si sforza minimamente di scrivere un racconto decente perché per lui tutto quello che esce dalla sua penna è un capolavoro. A questa categoria si affianca anche lo scrittore professionista, che è ancora peggio, perché questi è professionista e quello che scrive nemmeno lo si deve giudicare. Ma lasciamo perdere i “professionisti” (cioè, in pratica, quelli che vendono i libri e appaiono in televisione) e torniamo tra i “comuni mortali” scrittori esordienti. Il secondo degli atteggiamenti qui sopra menzionati è, ahimè, davvero una brutta bestia. Esattamente lo scrittore esordiente è affetto dall’ansia da prestazione (sì, proprio come quella che si ha quando si va a letto con una bella donna e si teme di fare cilecca) così quando si mette all’opera comincia a sudare e a pensare e butta giù di getto e poi cancella e si tira i capelli, fissa il muro e fa chissà cos’altro. È un po’ quello che succede quando si “deve” scrivere un’opera successiva a un’altra che ha avuto grande successo, temendo di non esserne all’altezza (e la maggior parte delle volte è così). Ma anche l’atteggiamento dello scrittore tronfio che, al contrario, non si spreme neanche un po’ per scrivere, è un bel (si fa per dire) caso da analizzare, perché produce un’opera di scarso valore. Allora la domanda resta: è meglio avere la certezza della pubblicazione o scrivere senza averla? Anche perché tutti gli scrittori, per forza di cose, hanno cominciato senza avere la minima certezza della pubblicazione finché non hanno pubblicato (sembra un po’ scemo come discorso, però…). E guarda caso queste loro prime pubblicazioni risultano sempre le migliori di tutta la loro carriera, o comunque occupano in essa un posto significativo. Lo stesso discorso lo si potrebbe estendere ai cantanti che pubblicano il loro disco d’esordio, o ai registi che dirigono il loro primo lungometraggio. Dietro tutte queste belle, e riuscite, opere prime, non c’è la sicurezza della pubblicazione (leggi anche del successo, del riscontro di pubblico e di critica) eppure sono le più genuine e le meglio costruite, in definitiva, le migliori. Allora cos’è che distingue queste opere? Cosa le caratterizza e le rende, in ogni caso, “speciali”? Questo: il lavoro e la passione che c’è dietro, la voglia di “farcela”, di sfondare, di pubblicare, di farsi conoscere. Pertanto chi scrive per sé (questo non significa scrivere il proprio diario, attenzione, ché a nessuno importerebbe un accidenti a meno che non si confessino cose un “pochino” piccanti come ha fatto Melissa Panarello), cioè chi scrive senza preoccupazioni, senza impedimenti né limiti, ma solo mosso dalla voglia di esprimersi, ha la meglio su chi, invece, scrive pressato da esigenze editoriali e di marketing. E alla base di tutto questo cosa c’è…? Ma la tanto agognata (e ahimé sempre più bistrattata) ispirazione! Insomma la voglia di scrivere una storia perché ci si sente di scriverla.


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