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L’amante di Simonetta Santamaria (racconto secondo classificato al concorso letterario Noir Story) (racconto vincitore del concorso letterario Consiglia Un Racconto)
Ti ho trovata, finalmente. Ce ne ho messo di tempo, ma n’è valsa la pena. Tempo e pazienza. Sono doti che non mi difettano. Non più. Ora so chi sei. Conosco il tuo nome, so da dove vieni e dove abiti, che macchina hai, che lavoro fai. So come sei, quanti anni hai; posso anche lanciarmi in una stima approssimativa delle tue misure. Ed eccoti qua, ti guardo dalle foto che ti ho scattato mentre esci da casa. I lunghi riccioli neri mossi dal vento, le gambe scattanti avvolte nei jeans. Bel sedere, devo ammettere; si vede che sei americana. Qui, il portiere ti porge il grosso mazzo di fiori. In questa gli sorridi, in quest’altra invece ti si legge in viso la solita perplessità: ma chi può essere? Solito biglietto, solita calligrafia sconosciuta:
Il Principe
Perfetto. Sfioro la tua immagine su carta Kodak. Io so. E so anche che non hai detto nulla di tutta questa storia ad Enrico. Hai paura che non ti creda. Chi di tradimento ferisce, di tradimento perisce, baby. Bene. È un mese che ti sto tampinando. Ho trasformato la tua casa in una serra ed il tuo cervello in un contenitore traboccante di curiosità. Geniale. È giunto il momento di soddisfare le nostre brame. Stiamo per incontrarci.
«Buongiorno, sono Letizia Deritis». «Piacere, Nancy Ellwood. Cosa posso fare per lei?». «Ho bisogno di un corso full immersion di inglese. Io però lavoro, così cercavo un’insegnante di madre lingua disposta a darmi lezioni private». «Nessun problema. L’istituto mette a disposizione delle aule per l’intero pomeriggio al di fuori degli orari di lezione. Lei preferisce lezioni singole o di gruppo?». «Singole, senza dubbio». «Perfect. Sono libera i giorni dispari dalle diciotto alle venti». «Benissimo. Quando posso iniziare?». «Anche subito». «Magnifico. Allora ci vediamo oggi pomeriggio alle diciotto».
«Ciao, darling! Dove sei?». «Sono in macchina, amore. Ho un appuntamento in cantiere. Ci vediamo nel pomeriggio? Mia moglie inizia un corso di non so cosa…». «Damn! Oggi non posso, ho una lezione privata! Per cena?». «Non so, dovrei inventare un’altra scusa». «Uffa, Enrico! Mi
sono rotta di questa situazione! Sono mesi che andiamo avanti così! Avevi
promesso che le avresti detto di noi!». «Hai deciso quando partirai?». «La prossima settimana. Prima vado e prima torno». «Tre mesi sono tanti, honey. Mi mancherai da morire!». «Anche tu mi mancherai. Ti amo troppo, baby». «I love you too. Cerca di venire, stasera».
«Ciao». Ecco che rientra. La solita voce smorta. «Ciao, tesoro. Com’è andata la giornata?». «Stancante. Niente di particolare. E tu? Hai iniziato quel corso di…». «Computer, Enrico, computer. Sì, l’ho iniziato. Ho un’insegnante molto brava». «Ah, una donna? Strano». «Tu non hai idea di cosa sono capaci le donne, tesoro. Hai impegni per stasera?». «Veramente ci sarebbe una cena con i colleghi per discutere gli ultimi particolari prima della partenza…». La solita scusa. Tutto troppo solito perché vada bene. Mi avvicino e gli sfioro il davanti dei pantaloni. Una volta bastava un tocco per farlo eccitare. «Allora, il tempo che ci resta potremmo impiegarlo in un altro modo», gli sussurro maliziosamente in un orecchio mentre mi slaccio la camicetta. «Sì… no… Quando torno, semmai…», biascica e scivola via dalle mie spire. La solita storia. Da quant’è che non facciamo sesso, Enrico ed io? Non dico l’amore, quello non lo facevamo già più da una vita, ma almeno c’era il sesso. Okay. Sangue freddo. Ricomporsi. Lui non deve sospettare. Lui deve partire tranquillo. Vai, caro, vai. Vai, che qui ci penso io. Ho dodici settimane di tempo.
Fantastico. Tre sole settimane e già siamo entrate in confidenza. Un che fai e che non fai buttati lì, tra una regola d’inglese e l’altra. Ho fatto la parte della buona amica. Lo sapevo che ti saresti aperta, che avresti parlato: sei sola e triste. E vulnerabile. «Sei sposata, Nancy?». «No. Ho un uomo, però». Faccio la gnorri. «Americano?». «No, italiano». E sorride. Sorride anche con gli occhi, che le si riempiono di luce. Un moto d’ira mi attanaglia lo stomaco. Calma. Stiro un sorriso anch’io. «Si vede che ne sei innamorata», mi sforzo di pronunciare. Che frase idiota. «Oh, yes! Ma è una storia difficile». Eccola qua. Lei tace, guarda altrove. Sta valutando se confidarsi o no. Lo so che vuoi parlare, piccola Nancy. Forza, puoi fidarti di me. Mi guarda, sorride di nuovo. «È sposato», sfagiola alla fine. «Oh, capisco. Dev’essere dura». «Lo è. È quasi un anno che va avanti questa storia!». La lascio parlare. «Ora è partito per un viaggio di lavoro. Mi ha promesso che al suo ritorno dirà finalmente tutto alla moglie. Il loro è un rapporto già finito da tempo, perciò non mi faccio tanti scrupoli. Enrico non la ama più». Altro moto d’ira. Quel nome… «Ne sei proprio sicura?». «I don’t know. Io so solo quello che mi racconta. È come se temesse il confronto con lei. Credo sia una donna dalla personalità molto forte». Sacrosanto. Nancy fa una smorfia addirizzando la schiena. Mi alzo e le poggio le mani sulle spalle. Sussulta. Con naturalezza, inizio a massaggiarle il collo. È tesa, contratta, ma dura poco. La sento ammorbidirsi sotto il tocco sapiente delle mie dita. La imbecco: «Hai mai pensato di solleticare la sua gelosia facendogli credere, che so, di avere un corteggiatore?». Mi guarda per un attimo, incuriosita. Funziona. «Gosh! In effetti… ci sarebbe pure!». Ma no! Davvero? «C’è un pazzo che da un mese non fa altro che mandarmi mazzi di fiori!». «Lo conosci?». «No, non so chi sia. Nei biglietti si firma soltanto Il Principe. Che vorrà dire, poi…». Mai letto Machiavelli? No di certo: sei americana, tesoro.
L’assenza di Enrico mi fa gioco. Sette settimane e sono riuscita a diventare la migliore amica di Nancy. Usciamo insieme, ceniamo insieme ed insieme facciamo shopping, come dice lei. Sette settimane e si sono incontrati soltanto quattro volte. Non credo che Nancy sia un’amante migliore di me. Non ne ha lo stile, è troppo perbenista. Ma è una questione di principio. Mancano cinque settimane al ritorno di Enrico. Devo sbrigarmi.
Nove settimane. «Damn! Sono stufa!». «Si vede. Che hai?». «Enrico… ci stiamo vedendo così di rado! Io non ne posso più di vivere così!». «Hai ragione», le dico scostandole un ciuffo ribelle dal viso. Mi attardo tra i suoi capelli. Nancy sembra essere ormai assuefatta ai miei gesti delicati. E posso finalmente azzardare l’ipotesi che non le dispiacciano affatto. «E il tuo ammiratore misterioso?». «Continua a mandarmi fiori. Se almeno capissi chi è!». «Scoprilo». «E come?». «Lasciagli un messaggio dal portiere. Non è a lui che consegna i suoi regali?». Nancy riflette. «Non mi sembra corretto nei confronti di Enrico, però». «Non è corretto neanche che lui ti tenga sospesa così. Deve fare una scelta, ormai. E se non si decide, allora Il Principe gli darà un piccolo incoraggiamento. Fidati». Nancy ride, una scintilla di malizia scocca nel suo sguardo. «Why not? In fondo non c’è niente di male!». È fatta. Ora posso ridere anch’io.
Undici settimane. L’incontro è fissato. Stasera. Sono riuscita a farla elettrizzare come una scolaretta. L’appuntamento è da Nardi’s, uno dei ristoranti più chic della città. Abbiamo scelto insieme il vestito. Le ho consigliato quello nero di seta con le bretelle sottili, lo scollo morbido e audace che lascia intravedere il suo seno generoso. Che accoglie proprio lì, nell’incavo, un delizioso pendaglio d’oro e lapislazzuli.
Nancy sta per uscire di casa quando ecco che nota il biglietto infilato sotto la porta. È incuriosita. Lo raccoglie. Lo legge. «Gosh! Che diamine significa?», esclama mentre spalanca la porta. Ed è lì. L’uomo è davanti a lei. Elegante nel suo doppio petto grigio scuro, ravvivato da una sciarpa di seta bianca. Non riesce a vederlo in viso perché nascosto dall’ennesimo mazzo di fiori. Lei è visibilmente imbarazzata ma divertita allo stesso tempo. «Good Lord! Andiamo, la smetta con questo giochetto! Mi ha incuriosita abbastanza, non crede?». L’uomo abbassa il mazzo di fiori, adagio, per assaporare ogni istante. Imbarazzo e divertimento svaniscono all’istante. L’incredulità cala sul viso e negli occhi di Nancy, greve come un sudario.
«Oh, my God! Letizia! Che ci fai tu qui? Che significa…». «Per te. – le dico porgendole il mazzo di fiori – Entriamo?». Lei mi segue smarrita come un cagnolino che non sa dove andare. Mi siedo sul divano ed allento la cravatta. Questi vestiti mi stanno scomodi. Le faccio cenno di sedersi accanto a me. Lei obbedisce. La guardo a lungo. I lunghi riccioli le si appoggiano sulle spalle nude, il contrasto fra il nero dei capelli e la pelle chiara è fantastico. Era proprio così che la volevo. «Tu? Non capisco…». «Sei bellissima, stasera. Più di quanto avessi immaginato consigliandoti questo vestito. – le sfioro il braccio, un gesto familiare, ormai – Il Principe è stato un piccolo stratagemma per arrivare a te. Come le lezioni d’inglese. Perdonami, ma se mi fossi dichiarata apertamente tu mi avresti di certo respinta. Il Principe ha lavorato per me, per così dire». «Io non capisco… non so cosa dire…». «Non dire nulla, allora». Mi avvicino. Le accarezzo i capelli. Nancy si irrigidisce. Fa per scostarsi ma io le trattengo il capo. «No, please…». «Ssh». Le poggio un dito sulla bocca. Seguo il contorno delle sue labbra e poi giù, sul collo, fino al pendaglio d’oro rosso e lapislazzuli. Sento la pelle d’oca. Sposto la mano sul suo seno, delicatamente. «Sei così morbida», le dico. Nancy chiude gli occhi. Non puoi resistere, baby.
Ho superato me stessa. Un appagamento al di sopra di ogni comprensione. Ma il mio piacere ha un sapore diverso. Il sapore della vendetta. In fondo lei non è stato altro che un mezzo per colpire Enrico. L’ho ripagato con la stessa moneta. Lui mi ha allontanata, rifiutata, relegata in un cantuccio ogni giorno più piccolo. E tra una settimana mi avrebbe abbandonata. Mi ha mortificata nell’essere donna non desiderandomi, non toccandomi, non lasciandosi toccare. Il sesso era l’ultimo, l’unico contatto vero tra noi. Sarebbe stato troppo facile fargli la classica scenata, troppo umiliante supplicarlo di tornare. L’ho giocato sul suo stesso terreno. Gli ho tolto l’oggetto dei suoi nuovi desideri. Gliel’ho carpito, sedotto, violato nel modo più subdolo. Subdolo come lui con me. Povera Nancy, vittima incolpevole, tutto sommato. Vittima della nèmesi. Ha voluto sapere perché proprio Il Principe. «È il titolo di un trattato di Niccolò Machiavelli, un letterato italiano del XVI secolo. – le ho spiegato – Non sto a sciorinarti i contenuti; l’importante è il messaggio che la sua opera diffonde». «E quale sarebbe, questo messaggio?». «“Il fine giustifica i mezzi”, baby». «Non capisco». Non capiva ancora. «Vuol dire che se ritieni giusta una cosa, automaticamente anche il modo per ottenerla è giusto». Era onesto che Nancy sapesse la verità. Che io, in realtà, non mi chiamavo Letizia Deritis ma Fiorenza Martinez, un nome troppo particolare per essere dimenticato. Infatti lei mi ha riconosciuto subito. Fiorenza Martinez in Bertini, per la precisione. Moglie di Enrico Bertini. Suo amante. Le ho spiegato che non avrei mai potuto consentire a nessuno di prendersi qualcosa di mio. Enrico meritava una punizione esemplare. Avrebbe saputo che la sua Nancy era un’infida lesbica doppiogiochista e allora l’avrebbe ripudiata senza pietà. Non si sarebbe più fidato delle altre donne. Solo di me. Ed io sarei tornata al centro dei suoi desideri. Per sempre. Facile. Ma poi ho letto nei suoi occhi il disprezzo. Ha urlato. Mi ha colpita, mi ha sputato in faccia. Ma più di tutto, non ho retto quell’espressione carica di disprezzo. Non potevo più guardarla. Per questo ho preso il cuscino. E forse gliel’ho premuto troppo forte sul viso perché, ad un certo punto, ha smesso di respirare. Non volevo farlo. In fondo mi piacevi, eravamo diventate amiche, amanti. È stato bello fare sesso, con te. Ma tu non hai capito. Pazienza. Tra una settimana torna Enrico. |
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