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Jugband Blues di Olga Campofreda
Questa mattina alle cinque mi sveglia il silenzio delle colline di Londra. Una donna con troppi amanti, Londra. Ti smuove dal sonno del primo giorno come una moglie devota baciandoti di luce, appena può si concede poi alla prima rock star di turno, gli promette un regno. Io queste cose le so bene... come per un matrimonio le accetto, come in un matrimonio in cui lo sposo ama troppo l’adultera l’attendo tornare da me, alla mia assenza-presenza dal mondo. E nasce un certo contrasto tra le colline, la luce e la stanza. Dal letto immobile osservo intorno le pareti umide come di grotta. A terra ancora i giornali di troppi anni fa. Libri. Da un po’ mi sono messo a dipingere. Non sono ancora riuscito a creare la trasparenza. Colori, colori e quadri ovunque, sparsi sul pavimento, pendenti dalle pareti, traboccanti dai mobili, dove tutto è pieno e sembra cadermi addosso, collasso di oggetti su se stessi. Mi alzo in piedi e non c’è spazio per muoversi nella stanza, e le cose vorrebbero dirmi «vai via intruso», come se l’oggetto estraneo fossi io e non loro. Piccoli insediamenti di non vita che prendono possesso della mia e mi cancellano. Faccio attenzione a camminare fino alla finestra senza sfiorare nulla, perché il mio passaggio non lasci tracce, mi faccio largo in punta di piedi tra i pochi pezzetti di pavimento liberi e raggiungo quasi le tende quando perdo l’equilibrio e poggio il piede sinistro su un mucchio di carta di giornale e qualcosa, lo sento, si è rotta per sempre. È buio ancora. Tocco la carta come tumulo di tomba. Vado a scavare verso quel crack di rottura definitiva, di morte. Sollevo i giornali come coperchio di un’arca. Se fosse un film si sentirebbe nella sala il mio respiro affannato, il rumore dei fogli spostati febbrilmente dalle mie mani, veloci, spaventate. Più affannoso il respiro quando sembra prendere forma dagli abissi di macerie del tempo un indizio di immagine di cartone, i colori cupi di terra. Se questo fosse un film ora si sentirebbe solo il mio battito intenso. Lo riconosco. Tiro fuori dall’involucro i frammenti del disco in vinile e li tengo tra le mani come si tiene un’ostia pallida. Lo ricordo e al ricordo una risata esplosa rimbalza contro le pareti cariche della stanza.
5 Giugno 1975. Ci siamo arrivati. Vigilia della partenza del nostro secondo tour americano. E dovrebbe esserci qualcosa intorno ad elettrizzare tutto ma ogni cosa è vuota e fredda, nessuno è qui veramente. Lo noto nel volto forzato di Roger. Alla musica sta come un padre troppo anziano che tra le rughe si impone un sorriso, quando l’ultimo figlio lo invita ad entrare nel gioco. Ha scritto una canzone che parla di questo, del sentirsi lontani e sospesi da tutto. Precipitare nel buio. Parla di occhi come buchi neri dopo l’esplosione di un sole, parla di un segreto, raggiunto troppo presto, di lacrime versate alla luna. Anche se non lo dice, il suo pensiero è a Syd. Lo osservo mentre le dita scivolano lentamente sulle corde del basso, e nell’aria vibra un suono di gong orientale, solennità del mondo dopo l’Apocalisse, quando niente ha senso, neanche la bellezza. Sono passati otto anni dall’ultima volta che suonammo insieme, noi e Syd intendo. In realtà se fosse dipeso da noi, quella volta non sarebbe neppure dovuta esistere. Ma ricordo come se fosse ora, come se fossi lì: passò ore intere fuori la sala di registrazione, ci attendeva, ore intere come un estraneo o un bambino tenuto fuori dai discorsi, dalle faccende degli adulti. Alla fine gli concedemmo una traccia nell’album. Una era abbastanza. In quegli anni la pazzia di Syd era andata peggiorando progressivamente, sapevamo tutti che non sarebbe mai più tornato lo stesso. Il più delle volte cadeva in un silenzio profondo, durante i concerti era introvabile e veniva spesso sorpreso a vagare per la città, qualunque fosse, quando avrebbe invece dovuto essere sul palco, a suonare. A poco, a poco si è lasciato scomparire. Credo che Roger si senta colpevole per averlo allontanato. Credo che Roger si senta impotente o egoista o ingrato. Quella volta gli concedemmo una traccia, una sola… credo fosse il suo addio definitivo. Chiamò alcuni musicisti dell’Esercito della Salvezza che si trovavano negli studi ad Abbey Road quel giorno, li invitò a suonare. Non fornì loro nessuna indicazione, una cosa qualunque disse, e a giudicare dalle registrazioni non eseguirono neppure ogni volta lo stesso pezzo. Quella volta come un profeta, annunciava un addio.
Sfioro ciò che resta del vinile con le mani che mi tremano, emozione, rabbia o paura. Si è paura, la sento. Sofferenza, bruciore, ansia. La risata si ferma e scatto di colpo quando qualcosa dall’alto mi bagna una mano- ed è l’umidità del soffitto o una goccia di sudore o una lacrima. Sulla copertina consumata scorro con l’indice l’ordine delle canzoni, mi fermo sull’ultima, la settima. Jugband blues era la mia canzone.
«È terribile pensare che voi mi sentiate qui adesso – gli dissi – io non ci sono, non ci sono più».
E mi guardavano spauriti e quel terribile rumore intorno, assordante, di banda. Come una triste festa di paese, e io ero la reliquia del santo, la statua, loro i flagellanti, le vecchie in preghiera, gli esorcisti, i sani.
Io un Cristo resuscitato e loro, increduli, erano Pietro. I loro sguardi mi penetravano come dita nel costato.
«E vi sono grato di aver gettato via le mie vecchie scarpe e avermi invece accolto qui, vestito di rosso».
Il mondo ci schiaccia, pensavo. Voglio fuggire. Decidono loro capite? Siamo quello che vogliono loro! Niente ha senso! Ostinarsi a pensare che esista un percorso... siamo contaminati! Scompaio lentamente dalla scena, sono polvere.
«E mi chiedo chi allora possa aver scritto questa canzone. Non mi importa se il sole non splende, se nulla mi appartiene, se sono a disagio con voi qui, ora».
Ricordo l’attimo esatto in cui pronunciavo queste parole, come fosse una festa, paradosso della danza macabra della verità. Gridavo dentro. Gridavo- Perché non capite??!?!
«Che cos’è esattamente un sogno, che cos’è invece solo uno stupido inganno…?».
Ma a quanto pare la risposta non l’hanno ancora trovata, mentre fuori mi chiamano pazzo mi graffio da solo l’anima con il vero senso delle cose, quello che non c’è. Dicono alla televisione che i Pink Floyd sono ad Abbey Road. Dicono che sarà un grande disco, il prossimo. Che domani vi aspetta l’America. L’ultima volta eravamo insieme- io nella mia presenza-assenza, quando sapevo che la consapevolezza avrebbe fatto male, troppo male, e per questo simulavo la vostra sanità malata. Menti mutilate sono quelle di chi non si pone domande e vive. Di chi crede che la felicità possa esistere come materia prima e la cerca col dito sulla tavola degli elementi. La televisione parla di me, dicono che sono pazzo. Syd Barrett è già morto, dicono. Io non posso far altro che essere triste per loro, per Roger, Nick, Richard... sì, anche per David. Triste per chi scrive i giornali e per chi li legge, per chi accende la televisione e per chi alza il volume e sospira «Povero Syd!». Sono loro i pazzi. I drogati. La felicità è barriera, è morfina di verità, è il limite che porta l’uomo ad essere soltanto un uomo. Comodo ingannarsi, folle tornare indietro una volta che il velo è squarciato. Sono triste per i miei amici.
Continuiamo a provare i nuovi pezzi per farli funzionare al tour in anteprima. Sembrano buoni, ma a quanto pare ci stiamo dando troppo dentro per un qualcosa che non sentiamo. Continuiamo a provare «Shine on» ancora e ancora e ancora, ma ogni volta Roger si ferma, come se il movimento delle dita non seguisse la voce, come se la voce non riuscisse a stare in equilibrio sulle note. Siamo tutti un po’ nervosi. «Si fa una pausa», lo dice Nick, esausto, fermando i piatti della batteria. Si alza e accende una sigaretta, trascinandosi una scia di fumo fino alla porta dello studio, verso i divani oltre il vetro. Attraverso la porta ancora aperta ci lancia un’occhiata strana, stupita. Oltre il vetro vediamo solo la sua sigaretta accesa, sospesa. Sta parlando con qualcuno, gesticola. «Chi lo ha fatto entrare?». I fonici non lo sanno, ridono. C’è un uomo seduto sul divano che guarda nel vuoto, ha in mano una busta di plastica e uno spazzolino da denti. È pallido. È grasso. Sprofonda nei cuscini e sembra un Buddha malato. «Deve essere il custode dello studio», dice uno dei ragazzi. «Assumono sempre tipi strani…», sussurra qualcuno. Era seduto lì da circa un’ora, aveva ascoltato le prove. «Beh, che te ne pare?». Richard gli si siede accando, gli dà una pacca sulla spalla in segno di confidenza o di scherno. Una voce strana come di un rantolo esce da quello strano spettatore pallido, un fantasma. «Mi sembra tutto un po’ datato, che ne dite?». Vedo gli altri lanciarsi occhiate stupite, lo sguardo che va da quella figura trasandata, aliena, ai volti dei compagni, al mio. C’era qualcosa in quel viso, di familiare, di noto ed inquietante al tempo stesso. Incuteva lo stesso silenzioso rispetto, la stessa paura che suscita la vista di un malato terminale, paura o pietà. Aveva tutto il corpo completamente rasato: capelli, sopracciglia, barba… un uomo allo stadio primordiale, fetale quasi. Eppure nella sua voce… qualcosa… «Roger… ma è….», mi voltai verso Roger, vidi che già i suoi occhi si riempivano di lacrime. Il respiro sospeso. «…Syd…», sospirò piano, come se gli mancasse la forza di pronunciare quel nome.
Ero tornato per l’ultima volta da loro. Come otto anni fa. Non sembrarono felici di vedermi, inizialmente credo non mi avessero neppure riconosciuto. È stato David il primo a capire chi fossi, proprio lui che mi conosceva di meno, lui che aveva preso il mio posto. Pensavo avrebbero capito le mie ragioni. Pensavo che almeno loro... ma no, no... anche loro continuano a credere alla storia della mia pazzia. Come se esistessero le basi per dire cosa è realmente normale. Tornando da loro speravo di trovarli diversi, ma sono ancora prigionieri del sogno.
«Che cos’è esattamente un sogno, che cos’è invece solo uno stupido inganno…?», canto a voce bassa nel silenzio spettrale che si è creato intorno. Ma a quanto pare la risposta non l’hanno ancora trovata... |
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