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Racconti |
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Jimbo di Raimondo Miraglia
Il mio nome è Frederick Anton e sono nato nel paese più ricco al mondo, la sua superficie è baciata da un sole caldo ed è benedetta da ampi e gorgoglianti fiumi, la terra è verde, fertile e regala coltivazioni abbondanti e pregiate, il sottosuolo poi è colmo di ogni ben di dio, come oro, petrolio e diamanti. Insomma questo spazio di pianeta, questa piccola fetta di universo regalata agli esseri umani è stata concepita e creata per il benessere e la felicità dei suoi abitanti, una pietra preziosa donata a chi avesse avuto la fortuna nei tempi remoti di stabilirsi qui per fondare una civiltà prospera e senza problemi. Il mio nome è Frederick Anton ma tutti mi chiamano Jimbo, non so perché, so solo che in tanti mi chiamano così in questi giorni, mi urtano, mi chiedono aiuto, mi raccontano storie fantastiche, c’è anche chi mi urla contro, ma io faccio finta di niente. Ci sono alcuni nuovi amici con me in questo viaggio, ma non solo; tanti volti sconosciuti hanno imparato in fretta il mio nome, Jimbo. «Ehi Jimbo come va oggi?». «Bene signore, bene, grazie». Io non sono mai stato molto bravo con i nomi, dimentico tutti i nomi che mi vengono detti, quando ero bambino a volte dimenticavo anche il mio, forse è per questo che mi hanno dato un soprannome. Comunque io cerco sempre di essere gentile proprio perché mi sento in colpa per aver dimenticato la parola che contraddistingue una persona, mia madre ha provato per anni a farmi ricordare i nomi ma non ci è mai riuscita, povera donna, diceva che ero troppo distratto, troppo preso da altre cose per concentrarmi sulla realtà di chi mi stava intorno, cose che però lei non riusciva a comprendere, ad osservare. «Forse perché non le vedi mamma, ma ci sono. Per me ci sono, sempre», rispondevo ingenuamente. In ogni caso mia madre in una cosa è riuscita, è riuscita a darmi una buona educazione ed una discreta dose di creanza, nel mio quartiere c’è ancora qualcuno che mi chiama Lord Jimbo. «Una volta o l’altra l’educazione ti salverà la vita», mi ripetevano in famiglia, io ero figlio unico, l’unico figlio, ed era strano esserlo, perché il mio paese è anche ricco di bambini. E così io giocavo da solo in casa e non legavo molto con gli altri, forse perché ero troppo educato ed in tanti non erano abituati al mio modo di esprimermi o forse perché mia madre non voleva mi sporcassi di terra e fango come tutti. Ma era così, era necessario fosse così e tanti bambini non avevano altro da fare, io sì, studiavo. Poi è venuto un momento in cui anch’io non ho avuto nulla da fare, speravo fosse venuto il momento di ricoprirmi di terra e fango e corsi da tutti quelli che conoscevo per farlo insieme. Mi risposero che ero stato troppo, troppo distratto ancora una volta, il tempo era passato ed io non me ne ero accorto. L’epoca della terra e dei giochi, della spensieratezza e del fango era finita.
Con il passare dei giorni mi feci molti amici, più di quanti ne avessi mai avuti, trascorrevano il tempo con me, finalmente non ero più solo e stavo così bene, con amici e nella mia amata casa, nel mio ricco paese, dove tutti di conseguenza siamo ricchi, potevo essere più felice? Non sentivo di desiderare niente altro, inoltre avevo sempre i miei pensieri, i miei sogni, a donarmi ogni benessere interiore, così come tutte le cose che intorno a me fiorivano occulte agli sguardi superficiali delle persone. Eppure i miei genitori erano tristi, non li capivo. Un giorno in casa nostra venne un signore alto, molto alto, vestito di beige e con un cappello di paglia, era una giornata calda ed avevo sonno, un sonno beato e sereno. Il signore parlò a lungo, davvero a lungo con mia madre, ovviamente non posso ricordare il nome di quell’uomo nonostante io stia parlando di un fatto accaduto non più di una settimana fa, è che sono distratto ma a me sembrava che non ci fosse bisogno di tante parole per esprimere un concetto dal poco senso pratico. «Ho saputo che Jimbo è cresciuto».
Una volta ho visto un film, un bel film americano, la serata fu piacevole, trascorsa con vecchi amici che sapevano tutto di me ed io di loro; qui con me non ci sono più ma di loro riesco a ricordare perfino i nomi, avevano scolpito dentro di me il loro passaggio in questa vita. Allora ero sereno e pieno di speranze, proprio come le bianche case californiane del film, con quelle stanze magnificamente arredate ed illuminate, dove delle tende pregiate svolazzano dai terrazzi nelle notti d’estate. Mia madre prese dei soldi mentre nascondeva delle pesanti e grosse lacrime, e li consegnò a quel signore così distinto, poi con una mano rapida cancellò dal suo viso il pianto e la tristezza, poi mi lanciò uno sguardo accusatorio come faceva spesso: «Che male ho fatto nella vita?». «Che c’è mamma?». «Se solo tu non fossi stato tanto distratto, tanto diverso… avresti cambiato il mondo!».
Qualche goccia d’acqua scivola via sulla mia pelle, celate nel fragore delle onde infrante sento delle voci attorno a me davvero strane, non sono solo i nomi ad essere difficili ma tutte le parole, ed anche il cuore della gente che mi sta seduta vicino è diverso da quello che conoscevo dalle mie parti. Solo pochi giorni fa il signore tornò, si ripresentò formalmente ma questo per me non faceva alcuna differenza, notai solo che era vestito in maniera differente, con abiti più malandati ed al posto del bel cappello di paglia c’era un berretto blu sulla sua testa grigia. Mia madre mi diede uno zaino e mi baciò dicendomi di andare con quell’uomo, mio padre invece non sapevo che fine avesse fatto ormai da mesi, da quando prese un fucile dal baule vicino al mio letto ed uscì di casa con delle persone dal volto buio.
«Jimbo, siamo quasi arrivati. Muoviti con la tua roba!». «Mi scusi ma cosa devo fare? Signore». «Dannazione! Se tu non fossi un tipo tanto educato ti avrei già buttato a mare!». «Vede signore, io mi godevo semplicemente la vita, al mio paese». «Non c’è più tempo per questo Jimbo. Non c’è più tempo», mi disse un amico sorridendo amaramente. «Fate presto voi due, prima che arrivi qualcuno a prendermi dovete scendere!». La costa spagnola era bella e molto vicina, e così la mia nuova vita. Un nuovo nome mi è stato anche dato quando ho toccato terra ma non so se riuscirò a ricordarlo: clandestino. «Forza Jimbo, pensa alla tua famiglia, tua mamma è sola ed ha bisogno dei soldi che le manderai». Pensai che per mia madre dovevo trovare la forza di non essere più tanto distratto. «Non mi chiamo più Jimbo amico mio. Il mio nome è Frederick Anton Kon e sono nato in Camerun». |
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