Interviste

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Ivo Garrani

a cura di Gennaro Chierchia

 

Nasce ad Introdacqua, L’Aquila, nel 1924. Passa dal doppiaggio alla recitazione, prima in teatro, quindi in televisione e al cinema. Attore molto apprezzato dalla critica ha fatto della sobrietà il suo punto di forza. Tra le sue interpretazioni in teatro: “Zona torrida” di Leonviola (1948); “Il lutto si addice ad Elettra” di E. O’Neill, “L’abisso” di S. Giovaninetti, “Piccole volpi” di L. Hellman, “La macchina da scrivere” di Jean Coucteau (1948-49); “La regina e gli insorti” di U. Betti, “La pulce nell’orecchio” di G. Feydeau (1951-52); “Amici per la pelle” di P. Barillet e J. P. Grèdy, “Maman colibrì” di H. Batail (1953); “Giulio Cesare” di Giorgio Strehler (1954); “Corte marziale per l’ammutinamento del Caine” di H. Wouk, “Sacro esperimento” di F. Hockwalder (1954-55); “Il potere e la gloria” di G. Greene (1956); “Tè e simpatia” di R. Anderson (1957); “Come prima meglio di prima” di Luigi Pirandello (1957); “Sacco e Vanzetti” di Roli e Vincenzoni (1960). In televisone ha interpretato: “L’alfiere” di Anton Giulio Majano (1956); “Capitan Fracassa” di Anton Giulio Majano, “Umiliati e offesi” di Vittorio Cottafavi (1958); “L’isola del tesoro“ di Anton Giulio Majano (1959); “Delitto e castigo” di Anton Giulio Majano (1963); “Giornalino di Gianburrasca” di Lina Wertmϋller (1964); “Una donna” di Sibilla Aleramo (1970); “Jo Gaillard” di Aimèe Danis (1976); “Scandalo della banca romana” di Luigi Porelli (1977); “Quattro storie di donne” (1989); “Piazza di Spagna” di Florestano Vancini (1992); “L’ispettore anticrimine” di Paolo Fondato (1993). Al cinema: “Le diciottenni” di Mario Mattoli (1955); “Le fatiche di Ercole” di Pietro Francisi, “La morte viene dallo spazio” di Paolo Heusch (1958); “Morgan il pirata” di Primo Zeglio, “La maschera del demonio” di Mario Bava (1960); ”Ercole alla conquista di Atlantide” di Vittorio Cottafavi (1961); ”Il figlio di Spartacus” di Sergio Corbucci, ”Dieci italiani per un tedesco (via Rasella)” di Filippo Walter Ratti (1962); “Il Gattopardo” di Luchino Visconti (1963); “L’amante di Gramigna” di Carlo Lizzani (1968); ”Waterloo” di Sergej Bondarcuk (1970); “Bronte: cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno raccontato” di Florestano Vancini, “Un apprezzato professionista di sicuro avvenire” di Giuseppe De Santis (1972); “Holocaust 2000” di Alberto De Martino (1978); “Il pentito” di Pasquale Squitieri (1985); “Soldati – 365 all’alba” di Marco Risi (1987); ”Il muro di gomma” di Marco Risi (1991); “Nel continente nero” di Marco Risi (1992); ”Zora la vampira” di Manetti Bros. (2000).

 

Fin da subito lei si è mosso tra teatro televisione e cinema: perché questa scelta?

 

Perché quando si sceglie di fare questo mestiere si cerca di fare tutto.

 

Quindi per lei è indifferente passare dal teatro al cinema alla televisione...

 

Sì, bisogna adoperare tecniche diverse ma queste si imparano strada facendo; personalmente ho fatto teatro fino a quando non è nata la televisione e a quel punto ho intrapreso una carriera parallela di televisione e cinema. A dire il vero la mia carriera è inziata col doppiaggio, che era l’unico modo per guadagnare qualche lira dato che la guerra era finita da poco.

 

Recitare davanti ad un obiettivo è lo stesso che recitare su di un palcoscenico?

 

No, sono due cose completamente diverse.

 

Quali le differenze?

 

Recitare su di un palcoscenico significa interpretare un personaggio che uno ha creato dall’inizio alla fine, un personaggio che vive nell’arco di un atto e che l’attore vive intensamente e continuamente dalla prima all’ultima battuta. Il cinema, l’obiettivo, è un occhio qualsiasi che ti guarda; se ti capita di sbagliare non ti importa più di tanto perché lo rifai, il cinema è freddo, è più...

 

Più meccanico?

 

Sì, più meccanico. A questo proposito le voglio raccontare un aneddoto: alcuni anni fa, mentre giravo un film, incontrai Mastroianni, che era impegnato sul set di “81/2” e gli domandai: «Com’è Fellini?», e lui mi rispose: «È un genio, però non ho ancora letto niente di 81/2». Quello che voglio dire è che il regista, nella maggior parte dei casi, ha già in mente quello che vuole e per ottenerlo usa qualunque mezzo. Qualcosa del genere è accaduto sul set de “Il processo di Verona” dove un attore napoletano, che doveva interpretare Bono e che non sapeva recitare, doveva affrontare una scena, nella fase della deposizione, in cui doveva arrabbiarsi: allora concordai con Lizzani che io lo avrei preparato ad entrare nella parte dicendogli cose strane sulla sua famiglia e su suo figlio. Così lui si arrabbiò e, preparata la scena, potemmo girare. Tutto questo per dire che nel cinema si può barare, nel teatro no: se sei un attore sei un attore, se non sei un attore non sei un attore, nel cinema è differente, puoi recitare anche se non sei un attore.

 

Infatti oggi abbiamo molti esempi di attori che non sono tali...

 

Non solo oggi, anche in passato, basti ricordare il Neorealismo.

 

Dicevamo teatro televisione e cinema: quale tra queste tre le ha dato maggiori soddisfazioni?

 

Il teatro soprattutto.

 

Come prepara i suoi personaggi?

 

Come preparo i miei personaggi? Be’, analizzandoli, studiandoli...

 

Ci mette tempo?

 

Sì. Ma se hai di fronte un buon autore sei facilitato, perché ci ha già pensato lui a scrivere i caratteri dei personaggi, li ha già definiti e, di conseguenza, te li suggerisce. Per cui, sfruttando le sensazioni ed i messaggi che ti trasmette l’autore e aggiungendo il tuo studio, la tua personalità, il tuo temperamento, alla fine nasce il personaggio.

 

Una critica apparsa su “Sipario” del novembre ‘56 la definiva, cito: «La logica dell’espressione. Parte da una premessa per arrivare ad una conclusione, fermo, deciso, duro, comprensivo, persuasivo, sempre attento a non incrinare l’ordine di una progressione verbale risolutiva. Egli è una presenza sicura nel nostro teatro così propenso al provvisorio...». La domanda è: come riesce ad ottenere tale compostezza recitativa pur interpretando spesso personaggi dalla psicologia inquieta e viva?

 

Io di fatto sono stato sempre definito l’attore sobrio per eccellenza, però questa è una cosa che a lungo andare mi ha anche un po’ scocciato.

 

Perché, in seguito è cambiato il suo modo di recitare?

 

No, il mio modo di recitare non è cambiato, la mia analisi è sempre la stessa, il mio modo di studiare è sempre lo stesso.

 

Una recitazione, la sua, non eccessiva, non eclatante?

 

Sì. Le uniche volte in cui mi sono divertito a fare l’eclatante, l’eccessivo, è nei film togati, cioè nei film in costume tipo “Le fatiche di Ercole”, che presentavano personaggi un po’ enfatici.

 

Anche il ruolo di Long Silver John ne “L’isola del tesoro” era un ruolo eccessivo?

 

No perché Long Silver John era un personaggio concreto, burbero ma buono, anche se qualche volta, è vero, sono andato oltre i limiti ma solo perché era il personaggio a richiederlo.

 

È questa compostezza recitativa, questa sua sobrietà nel rendere il personaggio a lei affidato che l’ha resa adatta anche per il cinema e la televisione?

 

Sì, anche se inizialmente è stato lo stesso un po’ difficile perché, pur essendo un attore abbastanza sobrio, un attore teatrale differisce da un attore cinematografico per tecnica: un attore a teatro parla a distanza di quindici trenta-metri dal pubblico mentre nel cinema un attore parla ad un metro, un metro e mezzo di distanza dalla macchina da presa.

 

L’attore ha più bisogno di farsi notare sul palcoscenico...

 

Esatto, per cui si tende ad allargare, a dilatare le cose quando le si fanno al cinema. Ricordo che al primo film che feci rimasi meravigliato al punto da domandarmi: «Ma che ho fatto?», perché dovetti recitare diversamente da come avrei recitato a teatro. Poi col tempo la televisione ci ha insegnato cos’era il cinema e difatti dopo la televisione molti attori hanno imparato a fare cinema, compreso me.

 

In base a quali criteri sceglie i ruoli da impersonare?

 

In genere non li scelgo, sì, me ne sono scelti alcuni ma, per esempio, quando, insieme a Sbragia, Marmocchi, Salerno e altri ho avuto una mia compagnia, quello che ci premeva scegliere erano le commedie mentre la scelta dei ruoli veniva da sé: se stava meglio a me un ruolo ero io a farlo, se stava meglio ad un altro era lui, per cui la distribuzione dei ruoli avveniva a seconda del tipo di personaggio da interpretare e dall’attinenza dell’attore a quel tipo di personaggio ma, ripeto, a noi erano soprattutto i testi ad interessare. E infatti abbiamo fatto dei testi stupendi, come il “Faust” di Goethe, “Strano Interludio”, “Caligola”. Ne “L’inizio assurdo” di Pavese, ad esempio, il ruolo di Pavese calzava più a Vannucchi e l’ha fatto Vannucchi, non c’era niente da fare.

 

Per lei, quindi, è più importante scegliere il testo che il personaggio.

 

Sì.

 

Preferisce di più i ruoli da caratterista o quelli da protagonista?

 

Preferisco tutti e due. Quello che mi capita faccio: se mi capita di fare il protagonista faccio il protagonista... Io sono nato come caratterista perché ho avuto sempre questo fisico un po’ più grande della mia età; difatti a ventisei anni impersonavo il marito della Pagnani o il padre della Torrieri. A ventisette anni interpretavo Tiresia, ho fatto delle cose incredibili: personaggi con parrucca, trucco ecc... Sempre personaggi più grandi della mia vera età, tant’è vero che la gente mi si ricorda sempre così: con parrucca, vecchio ecc... E quando mi incontra per strada, mi dice: «Ma tu sei ringiovanito», e difatti ringiovanisco perché ero vecchio allora, vado avanti, ringiovanisco invece di invecchiare, come accade fatalmente.

 

In una sua biografia ho letto: «Garrani è attore di gusto controllato, duttile alla regia...». Le chiedo: quanto influisce la regia sul suo lavoro d’attore?

 

Dipende dal regista: se il regista è un regista importante, bravo, influisce eccome. Ad esempio: io ho lavorato con Luchino Visconti e le posso dire che era un regista eccezionale perché bastava che ti dicesse due cose e tu capivi esattamente cosa voleva e cosa dovevi fare.

 

Altri?

 

Lizzani, Florestano Vancini, Peppe De Santis, in televisione ho lavorato con Majano, Blasi, Bolti, quasi tutti comunque.

 

E lei era propenso a farsi guidare?

 

A me diverte: conoscere persone e registi diversi è sempre un’esperienza positiva.

 

Non si finisce mai di imparare.

 

Mai, non si finisce mai.

 

Lei ha lavorato anche con star americane del calibro di Kirk Douglas, Rod Steiger, Orson Welles, Max Von Sydow: è differente il modo di recitare americano da quello adoperato dagli attori nostrani?

 

Con Welles ho fatto “Waterloo” ma non ero mai in scena con lui, invece con Sydow, ne “Il pentito”, ho fatto una grossa scena drammatica. Le dirò: recitare in inglese per me è sempre stata una cosa abbastanza pesante perché conosco poco la lingua; imparo le battute e le recito, ma recitare con attori che parlano la propria lingua, naturalmente, è qualcosa di diverso. Ho fatto una decina di film in inglese, il primo di questi era sulla Bibbia e ricordo che, quando mi doppiavo, notavo che i miei occhi erano assenti perché recitavo sì in inglese ma traducevo mentalmente dall’italiano per cui era come se non fossi presente, come se fossi in trance; a quel punto mi son detto: «Be’ qui bisogna approfondire bene l’inglese». L’unica cosa che ho notato riguardo agli attori stranieri è che loro sono molto più professionisti dei nostri, sono persone al tuo livello, non c’è differenza, non c’è divo, tranne alcuni casi: con Rod Steiger sono stato benissimo, abbiamo giocato a tennis, parlavamo, con Burt Lancaster andavamo a mangiare la pizza la sera.

 

In quale film ha lavorato con Burt Lancaster?

 

Ne “Il gattopardo”, io facevo il colonnello Pallavicini.

 

Tra tutti i personaggi da lei interpretati qual è quello che più le appartiene?

 

Tra tutti quelli che ho fatto forse quello che mi appartiene di più è l’avvocato Lombardo, che compare in “Bronte: cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno raccontato”. Ho amato tanto questo ruolo perché fa un po’ parte della mia mentalità, della mia natura.

 

Nella sua attività di attore cinematografico lei spazia dalla denuncia sociale al film storico all’horror: cos’è che la spinge a sondare nuovi territori e a prendere parte a storie sempre diverse?

 

La curiosità. La curiosità fa parte dell’attore, l’attore è curioso di natura, gli interessa sempre diversificare le cose. Per quanto riguarda la denuncia sociale, al cinema purtroppo non ho fatto granché, ho fatto più denuncia sociale in teatro, da “Sacco e Vanzetti” in poi, che nei film.

 

Di “Sacco e Vanzetti” esiste anche una riduzione cinematografica, lei ha partecipato anche a quella?

 

No, noi facemmo “Sacco e Vanzetti” al Parioli di Roma con la regia di Sbragia: io ero Vanzetti, Volontè era Sacco, Salerno il giudice, Valeria Valeri la moglie di Sacco, c’era Tranquilli e tanti altri. Quando Montaldo ne fece un film, volle Volontè per il personaggio che interpretavo io a teatro. E Volontè disse che per la parte di Sacco, il suo personaggio a teatro, il più giusto sarebbe stato Cucciolla; con noi lui faceva Amedeo, faceva lo spagnolo. Mi ricordo che nel film di Montaldo c’è una cosa rubata da noi nella scena dell’esecuzione sulla sedia elettrica.

 

Quale?

 

Quella dell’abbassamento della luce. Ricordo che io e Volontè eravamo avvolti dalla luce in questa scena stupenda di Zuffi, fermi, con niente intorno, e a un certo punto zzzzzum!

 

(mostrando una foto di scena di “Sacco e Vanzetti”). È forse questa la scena in questione?

 

No, questa è quella dell’interrogatorio del giudice: questo era Salerno nella parte del giudice. Nell’altra, invece, noi eravamo qui, in questa stessa scena, senza Salerno però, noi due soli nel momento della sentenza e dell’esecuzione sulla sedia elettrica. Eravamo in piedi e a un certo punto la scena si illuminava e si sentiva la voce dell’esecuzione, poi zzzzzum! Era la tensione che alla fine si abbassava perché l’assorbivamo noi. Quella fu una scena di Zuffi molto bella.

 

Crede che ci sia una spaccatura tra il modo di recitare al cinema oggi e quello dei suoi inizi?

 

Non credo, non credo che ci sia molta diversità tra il modo di recitare di ieri e quello di oggi, c’è diversità nel modo di riprendere: la regia oggi è diversa da quella di quarant’anni fa, molto molto diversa, ma il modo di recitare no. Forse ci si modifca anche nel recitare però in funzione del regista, cioè è il regista che ti fa modificare alcune cose.

 

C’è una attore a cui lei si è ispirato, almeno agli inizi?

 

No, nessuno. Ho avuto come maestro Cervi, del resto la prima compagnia importante di cui ho fatto parte è stata la sua, quella con la Pagnani, che era una delle più grosse compagnie italiane del periodo. Con lui ho condiviso delle esperienze importanti, soprattutto a livello umano. Sono stato con lui tre anni ed è stata un’esperienza davvero incredibile: mi consigliava, mi diceva un sacco di cose, parlavamo, era un uomo davvero eccezionale. Gino Cervi, lo ricorderò sempre.

 

Nel ‘58 “Le fatiche di Ercole” diede il via al filone italiano dei peplum, un genere cinematografico a cui lei ha partecipato più volte accanto a Steve Reeves e che ebbe molto successo di pubblico. Nel ‘60 Mario Bava diresse quel capolavoro dell’horror che è la “Maschera del demonio” e a cui Positif dedicò la copertina e i Cachiers du cinèma una recensione d’elogio. Oltre alla bravura, per un attore è importante anche saper scegliere i film da interpretare?

 

Lo sa che “La maschera del demonio” è uno dei film che mi ha reso popolare in Inghilterra? Io ho fatto ultimamente un film di Ricky Tognazzi sulla mafia, lo abbiamo girato a Palermo, a Roma, e in questo film c’era un aiuto regista inglese che mi disse: «Signor Garrani lei è molto conosciuto in Inghilterra per “La maschera del demonio”», io ne ero allo scuro. Quello con Bava è stato un incontro veramente felice, lui era uno dei datori di luce più importanti che abbia conosciuto. Con lui ho fatto un’infinità di film: dai film in costume come “Le fatiche di Ercole” a “Orsi Grigi”, “La maschera del demonio”, ecc...

 

Prima di diventare regista Bava era direttore della fotografia?

 

Era direttore della fotografia, ma più che altro era specializzato nei trucchi cinematografici, era bravissimo negli effetti speciali. Ricordo infatti che in una sequenza di un film a Cinecittà, forse proprio “Le fatiche di Ercole”, lui ricostruì un modellino su un vetro che, messo in una prospettiva sembrava un castello e che in realtà non era; era molto molto bravo. Ritornando alla sua domanda, posso dire che più di tutto sono riuscito ad interpretare molti primi film di filoni: “Le fatiche di Ercole” inaugurò il film in costume, “La maschera del demonio” quello horror, e “La morte viene dallo spazio”, in cui Bava era datore di luce, fu il primo film di fantascienza fatto in Italia.

 

Per cui è importante per un attore saper scegliere i film da interpretare...

 

Sì, ma nel mio caso devo confessarle che è stato casuale, non è che ci pensassi. Oggi sto più attento perché credo che il nuovo cinema risieda nei nuovi registi, mi piacerebbe moltissimo lavorare con loro.

 

Infatti l’anno scorso lei è stato nel cast di “Zora la vampira”...

 

Sì, “Zora la vampira”. È un buon film, però credevo che sarebbe venuto meglio, che sarebbe stato più importante. D’altronde l’argomento che tratta è particolare.

 

Oggi si parla tanto di televisione diseducativa: ciò è in forte contrasto con i programmi per ragazzi da lei interpretati come “Il giornalino di Gianburrasca” e “Jo Gaillard”. Crede che la televisione di oggi possa influire negativamente sulla crescita di un ragazzo?

 

Ci credo perfettamente, sono convintissimo che la televisione, oggi, è ad un livello talmente basso sia culturalmente che educativamente che secondo me rovina la gioventù dei ragazzi. Io ho fatto “Il giornalino di Gianburrasca” ma l’ho fatto con una regista come la Wertmϋller, che era di uno spessore importante. Quanto a “Jo Gaillard”, togliamoci tanto di cappello...

 

In “Jo Gaillard” era presente anche il problema ecologico, si affrontavano tematiche importanti...

 

Il regista di “Jo Gaillard” era la Marieud, Marieud Christian Jacques, dici niente. Erano tredici film fatti in Francia, abbiamo girato il mondo, siamo arrivati ovunque.

 

Il ruolo da lei interpretato ne “Il giornalino di Gianburrasca” le ha dato molto successo...

 

Era un ruolo divertente, mi ha divertito moltissimo, perché si trattava anche di cantare, no? Io e la Valeria Valeri facevamo il padre e la madre di Gianburrasca, della Rita Pavone. Lì c’era una rosa di personaggi e di attori incredibile, da Tofano a Paolo Ferrario a Bice Valori, un’infinità.

 

Quale importanza ha la cronaca nei suoi lavori cinematografici e televisivi?

 

Be’, la cronaca ha avuto importanza nei primi tentativi di teatro impegnato, tipo “Sacco e Vanzetti”, “Oppenheimer”, che era incentrato sulla bomba atomica, e parecchi altri. Per quanto riguarda il cinema, be’, non è che io possa scegliere i film a cui partecipare: mi chiedono di fare un film e io lo faccio, ecco. Certo sto attento a fare quelli che a me piacciono di più.

 

Però le propongono spesso cose belle...

 

Non sempre.

 

Ma in buona parte dei suoi film è presente la cronaca, la denuncia sociale...

 

Certo, certo. Ultimamente ho fatto un film per la televisione in due puntate, si chiama “Senso di colpa”, di Massimo Spano, e le posso dire che è molto molto molto bello, scritto molto molto bene. Il mio personaggio era molto bello e nella storia sono presenti dei messaggi sociali.

 

Lei ha lavorato più volte con Risi: com’è nata questa collaborazione?

 

Risi è un ragazzo particolare, un ragazzo importante, un ragazzo preparato, spensierato, che non pensa solo al lavoro ma pensa anche a divertirsi. Io ho una casa al villaggio Tognazzi, dove ogni anno facevamo, finché non è morto Tognazzi, un torneo di tennis, il cui trofeo era il famoso “Scolapasta d’oro”, che tra l’altro una volta ho vinto, ebbene lì erano invitati molti registi e attori e tra loro c’era anche Risi il quale, dopo avermi conosciuto, mi disse: «Ah Garrani, ho una cosa per te che ti farò fare», e da allora ho lavorato con lui in tre film. Adesso so che deve realizzare un film all’estero, gli voglio telefonare perché voglio andare con lui.

 

I tre film in cui ha lavorato con Risi sono: “Soldati”, “Il muro di gomma” e “Nel continente nero”?

 

Sì.

 

Lei ha conosciuto anche il padre di Marco, Dino Risi?

 

Sì, ho fatto un film col padre. Dove ho fatto un film con Marco ho fatto un film col padre. Si chiamava “L’amante”, c’era un’attrice straniera, forse francese, non ricordo: quando non mi toccano io li parcheggio.

 

Crede nel cinema come mezzo per scuotere la coscienza civile?

 

E sì, ci crederei, ma purtroppo non scuote niente...

 

Quindi la sua risposta è negativa...

 

No, non è negativa, è positiva. Quello che voglio dire è che purtroppo non si riscontra nella gente lo stesso impegno che si mette nel fare un film impegnato. Un film che scuote le coscienze è uno sforzo immane, che poi, purtroppo, non si traduce in una contropartita utile, efficiente.

 

Uno dei suoi ultimi lavori è “Zora la vampira”: quanto è importante l’ironia nel cinema oggi?

 

L’ironia è formidabile, è la chiave, io amo molto l’ironia tant’è vero che ho un figlio che la usa molto: Tony Garrani. Non so se lei lo segue, la mattina, in televisione, conduce “Cominciamo bene”.

 

In effetti il cognome mi ha fatto pensare ad una possibile parentela...

 

È mio figlio, e quando faceva la trasmissione con Mirabella in R.A.I., ha fatto dei personaggi veramente importanti, scritti da lui, inventati da lui, con un senso di humour e di ironia veramente incredibili. Non dico che l’abbia presa da me, perché l’ironia ce l’ho ma non l’ho mai estrinsecata, in un certo senso, ma comunque una venatura c’è.

 

L’ironia è anche l’unico modo per combattere i mali di ogni giorno...

 

Come no, infatti.

 

In questi mesi il cinema italiano si sta prendendo una piccola rivincita sulle superproduzioni americane: è secondo lei un segno di ripresa?

 

Io penso di sì, credo che stiamo vivendo un secondo Neorealismo, non inteso come movimento ma come ripresa del cinema italiano. Credo molto nei nuovi registi.

 

Un nome?

 

Non ne voglio fare perché se ne fai uno poi non ne fai un altro. Tanti comunque, tanti, tanti, ci sono dei film di una bellezza unica.

 

Cosa ne pensa di Benigni?

 

Be’, Benigni è un genio nel vero senso della parola. Adesso sta preparando questo “Pinocchio”, che immagino cosa deve essere, perché “Pinocchio” è veramente un personaggio universale, un personaggio nel quale puoi riscontrare tutto: la vita, la bellezza, la morte, la filosofia, tutto, tutto, c’è tutto dentro, è veramente un personaggio unico.

 

La vita di un attore è fatta di tanti sacrifici e non è detto che questi sacrifici vengano giustamente ricompensati: cosa consiglia ad un aspirante attore?

 

Questa è una domanda difficilissima perché io sono vissuto in un periodo in cui fare l’attore era un’altra cosa dal farlo oggi, per cui per me fare l’attore significa impegnarsi in una certa direzione, fare un certo tipo di spettacolo in proprio. Oggi il teatro è sovvenzionato, il teatro non ha più quell’autonomia che avevamo noi: noi facevamo gli spettacoli nostri, ci impegnavamo economicamente anche, avevamo una sovvenzione, certo, ma veniva dopo, a seconda di quello che avevi fatto. Oggi fare teatro, che poi significa fare teatro stabile, significa... Non dico proprio essere impiegati statali, ma quasi. Non vedo più il rischio che avevamo noi nel fare teatro...

 

La passione...

 

...La passione, il rischio, l’intensità di lavoro. Oggi è un po’ più all’acqua di rose, ma non solo il teatro, anche la televisione è su questa strada.

 

Si tende di più ad inseguire il successo facile...

 

Sì.

 

La sua è una carriera invidiabile, ma c’è ancora un personaggio che vorrebbe interpretare?

 

Be’, sa, alla mia età (ride). Di personaggi da interpretare ce ne sarebbero tanti ma non ne ho neanche più la forza e la voglia. Ho sempre aspirato di arrivare a fare Velier o i vari Riccardi shakespeariani, c’è anche un personaggio di Pirandello che amerei fare ma ormai è finita perché, oltretutto, se mi offrissero di creare una compagnia e di fare uno di questi personaggi qui, ci penserei due volte. Sia perché non so se ne ho la forza, la resistenza, diciamo così, fisica di farlo, sia perché non so se ho la volontà di allontanarmi di nuovo per tre quattro cinque sei mesi da casa: preparare le valigie e tutto il resto... Quando ero più giovane era un divertimento, oggi è una fatica, è veramente una fatica per me, per cui preferisco fare le cose più calme, come la televisione: adesso sto facendo “Un posto al sole”...

 

Lei sta facendo “Un posto al sole”?

 

Sì, sto facendo “Un posto al sole”.

 

È per questo che si trova a Napoli?

 

Sì, se sono qui a Napoli è per registrare “Un posto al sole”. Interpreto un bel personaggio, un personaggio nuovo, un nonno, un ex colonnello dei carabinieri, divertente.

 

Lei ha cominciato prestissimo: crede che anche altri attori di oggi possano fare una carriera come la sua?

 

Perché no. Sì, dico sì perché glielo auguro, ma in effetti è difficile perché quando io ho cominciato, una compagnia faceva otto, dieci, dodici commedie all’anno e quindi, dopo un anno, un attore aveva fatto otto, dieci, dodici esperienze. Oggi un attore iscritto ad una compagnia fa una commedia all’anno, due al massimo e questa è la sua esperienza annuale, per cui ci deve impiegare anni anni e anni per avere sulle spalle l’esperienza che mi sono guadagnato io in tre, quattro anni.

 

Qualcosa di eccezionale...

 

Di veramente eccezionale. Con la Torrieri-Carraro sono stato due, tre anni e avrò fatto venti, venticinque commedie, compresi molti successi. Successi che ho ottenuto anche con altre compagnie importanti, come con la Tedeschi, la Riva, la Solari, Borelli, Calvano, Teresa, compagnie incredibili.

 

Lei è stato notato inizialmente da Bragaglia che le fece fare una tournèe in Sicilia...

 

Inizialmente successe questo: stavo facendo un’esperienza con una compagnia di guitti nella tournèe “Scavalcamontagna”, cioè si chiamavano “guitti” ma non erano guitti, un’esperienza di molti mesi in meridione, in Calabria, in Puglia ecc... Quando appresi la notizia della morte di mio fratello in Russia e dovetti lasciarla per tornare a Roma. Tornato a Roma, era il ‘46, non trovai niente da fare poi, fortunatamente, attraverso una casualità, perché la mia vita è fatta di casi, il conte Giannuzzi volle formare una seconda società di doppiaggio, perché allora c’era una sola società di doppiaggio, la C.D.C., oggi ce ne sono 36, che si chiamava O.D.I. e che formammo io, Lupi, Foà ecc... E così cominciai subito a lavorare in doppiaggio. Guadagnai e, dopo un anno, un anno e mezzo di doppiaggio, per cui ero già solidamente impostato, mi telefonò un mio amico, che mi disse: «Senti Ivo c’è da fare una bella commedia, vieni a farla con me alle Arti, facciamo una settimana». «Che cos’è?», gli chiesi, io avevo una voglia di recitare incredibile, e lui mi disse che si chiamava “Zona Torrida”: in questa commedia tutto si svolgeva su un atollo e ricordo che c’era Porelli, Betrone, la Cardi, Salvo Randone ecc... Una compagnia abbastanza importante. Durante lo spettacolo, tra gli altri personaggi che mi videro, ci fu questo Bragaglia che mi telefonò e mi disse: «Senti Ivo, quanto vuoi?», al che gli ribattei: «Che significa “quanto voglio”?», e lui: «Quanto vuoi? Io ti voglio far fare il primattore con me nelle celebrazioni del ‘48 a Palermo».

 

Le Celebrazioni teatrali del Centenario 1948?

 

Sì, allora gli domandai: «Ma di che si tratta?», e lui: «Si tratta di fare otto nove dieci commedie in tre mesi, fai il primattore con me», e io accettai, lasciai il doppiaggio per un periodo e andai a Palermo. Si trattava di una serie di spettacoli delle Celebrazioni che cominciavano con “L’idillio di Teocrito” di Giullo D’Alcamo e continuavano con Pirandello, “Yerma” di Garcia Lorca e ancora “Sualo” di Soldati, Savinski ecc...

 

(legge un articolo sulle Celebrazioni teatrali del Centenario 1948 tratto da “Sipario”)

 

...E conobbi la Carla Calò infatti...

 

Che era dilettante...

 

Era dilettante, sì. Facemmo “Anna Christie”. Poi facemmo G. Gay, “L’opera dei quattro soldi”, che non si chiamava “L’opera dei quattro soldi”, si chiamava “La veglia dei Lestofanti”.

 

(indicandolo) C’è scritto.

 

Ah, eccolo qua, “La veglia dei Lestofanti”, da cui è tratto poi “Lopera dei quattro soldi”, nella riduzione di Brecht. Le spiego: “L’opera dei quattro soldi” di Bertold Brecht si avvaleva delle musiche di Kurt Weill, invece Bragaglia, che era un pazzo, un pazzoide, un geniale, ci fece fare “La veglia dei Lestofanti” da cui Brecht aveva tratto “L’opera dei quattro soldi” con le musiche di Kurt Weill, cioè ci fu questo innesto incredibile, e ciò grazie a Bragaglia, che era un pazzo, era un pazzo, era un geniale, basta dirle che Bragaglia, durante il fascismo, fece passare O’ Neill per oriundo italiano per poterlo rappresentare al suo teatro, che era quello delle Arti, dove lui mi aveva visto. Lui aveva il teatro “degli indipendenti”, il Teatro delle Arti. Bello questo articolo, di chi è?

 

È tratto da “Sipario” ma non credo ci sia scritto il nome dell’autore. (giro la pagina) E questo è un articolo su “La sconosciuta di Arras”.

 

Ah, “La sconosciuta di Arras”, e questo fu il debutto perché, fatta questa cosa qui, Bragaglia, che doveva essere regista della compagnia successiva, che era la Torrieri-Carraro, disse alla Torrieri, che era una sua carissima amica: «Guarda, prendete questo attore perché questo è un attore importante», così mi scritturarono e debuttammo con “La sconosciuta di Arras”.

 

(legge la sua filmografia)

 

“Ragazze da marito” è il primo film che ho fatto, lo abbiamo girato a Capri con Eduardo de Filippo... “Il gobbo”, bel film.... “I grandi condottieri” è il primo film in inglese che ho fatto... “Maddalena”, il cui regista era incredibile... “L’affare della sezione speciale”, di Costa Gravas, un regista formidabile... “Gli esecutori” lo abbiamo girato in America”... “Holocaust 2000” lo abbiamo girato in Africa”... “Il pentito” in Italia...

 

(indicando un titolo: “Giulio Cesare” di Herbert Wise) Lei lo ha doppiato?

 

Onestamente non me lo ricordo: io ho smesso nell’85 di fare doppiaggio, per cui può darsi che l’abbia doppiato. Di doppiaggi importanti ho fatto: un film tratto dal romanzo di Moravia, “Gli indifferenti” e uno tratto da “ Il bell’Antonio”, in cui doppiavo rispettivamente Rod Steiger e Pierre Brasseur. Anche poco tempo fa ho fatto del doppiaggio perché, alcuni registi amici miei, ricordandosi delle qualità, del tipo di voce che ho eccetera mi hanno contattato. Ultimamente, ad esempio, mi telefonò Florestano Vancini, che mi disse: «Senti Ivo, devi doppiare questo film su Mussolini», e così doppiai l’attore tedesco che faceva Mussolini. A proposito, io ho fatto tre Mussolini: uno in televisione, uno in teatro, che si chiamava “Il fattaccio del giugno” dove alla prima del Valle mi tirarono le uova...

 

È fatto anche di questo il teatro...

 

Sì. Ma furono i fascisti a tirarmi le uova perché avevo fatto in televisione questo Mussolini in cui c’era Zatterin, mi ricordo, che fermava le azioni degli attori e gli chiedeva un giudizio sul personaggio e allora io, prendendomi le mie responsabilità e scaricando la R.A.I., dissi sul mio personaggio delle cose che pensavo da me e che scatenarono l’ira di Dio...

 

Offese...

 

...Offese... I fascisti mi menarono a Pescara, mi tirarono le uova alla prima del Valle, del “Faust”, mandarono quasi duemila lettere minatorie a mia madre, cose cattive insomma.

 

(legge una sua biografia tratta da “Il dizionario dello spettacolo del ‘900”)

 

Con la compagnia di Tamberlani feci, nel ‘43, una tournèe intitolata “Scavalcamontagna”. Si trattava di una ventina di commedie, cambiavamo palcoscenico ogni giorno, ogni sera, perché, naturalmente, portavamo gli spettacoli nei paesi. Con la Morelli-Stoppa feci uno spettacolo al rientro, nel ‘46, quando ebbi finito con la compagnia di Tamberlani. Tornato a Roma per la morte di mio fratello, trovai una situazione abbastanza critica, non c’era niente da fare, ma un giorno mi telefonò Quarra, che era un amministratore, e mi disse: «Garrani, c’è una piccola parte da fare in una ripresa a Milano»; per farla breve accettai e di che cosa si trattava? Di “Arsenico e i vecchi merletti”, una commedia che il regista Ettore Giannini aveva già rappresentato a Roma prima della guerra; la rifletteva col rientro a Milano della Dina Galli. La Dina Galli è un’attrice milanese che è stata un mito, per farle un esempio, la sera della prima, adesso non ricordo se all’Odeon di Milano, comunque, quando entrò la Galli ci furono sette minuti di applausi, che le giuro sono interminabili. In questa commedia, oltre alla Galli, c’era Morelli, Stoppa, Pisu, Grilli, Barnabò, Benvenuto, una compagnia incredibile.

 

(scorre la filmografia dei film mitologici che ha interpretato)

 

“Il figlio di Spartacus” lo abbiamo girato in Egitto.

 

Cosa mi dice di Steve Reeves?

 

Steve Reeves lo conosco bene. Pensi che fu proprio lui a volermi per “Il figlio di Spartacus” di Corbucci, perché con lui avevo già fatto “Le fatiche di Ercole”, e un altro film. Lui disse: «Voglio Ivo Garrani vicino a me per questo film».

 

(osserva la locandina del film di Vailati “Ercole e la regina di Lidia”)

 

Lei ha fatto anche questo?

 

Forse sì, perché con Vailati ha fatto tanti film.

 

Purtroppo a volte capita che il suo nome non compaia su tutte le pellicole da lei interpretate.

 

Sì, ma certe volte sono stato anche io a volerlo.

 

(visiona alcune foto di scena tratte da “Sipario”)

 

Lei ha mai lavorato con Gassman?

 

Eravamo amici ma non ci siamo mai incontrati sul palcoscenico.

 

(legge l’articolo su “Tè e simpatia”)

 

Fu la prima recita di Luca Rondoni.

 

Intervista rilasciata il 7 febbraio 2001.


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