Noir Story



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Interviste

Intervista a cura di Marco Mazzanti

L’appuntamento settimanale con le mie interviste non manca neanche stavolta.
Questo sabato, a fare quattro chiacchiere con noi, è Gennaro Chierchia, autore Albus con il romanzo “Filming Carmelo”.

Dunque, iniziamo con le presentazioni: chi è Gennaro Chierchia?

Non mi piace parlare molto di me, della mia vita privata intendo. Separo la scrittura da quello che faccio nella vita, anche se quest’ultima entra di prepotenza nella prima, a volte come un’onda altre a gocce. Diciamo che sono uno a cui piace inventare storie, che poi altro non sono che un pretesto per raccontare di me e del mondo in cui vivo.

Gennaro, prima di presentare il tuo libro, della tua formazione, ed in special modo della tua esperienza editoriale. So che hai pubblicato con diverse case editrici, e che hai, presso Kairós Edizioni, curato, pochi anni fa, l’antologia “San Gennoir”…

Sì, ho pubblicato racconti e poesie con diverse case editrici. “San Gennoir” è stata una bella esperienza. La prima volta da curatore. Si tratta di un libro di racconti neri su Napoli e la Campania, che annovera autori del calibro di Paolo Roversi e Maurizio de Giovanni. È un volume che mi ha dato tante soddisfazioni e fatto imparare molte cose sul mondo dell’editoria. Tra l’altro contiene un mio racconto di cui vado fiero, “Carmela”, giunto finalista al premio letterario “Storie a Mezzogiorno”.

Ebbene, parliamo quindi ora del tuo libro “Filming Carmelo”.

“Filming Carmelo. Una vita senza copione” è il mio primo romanzo, pubblicato nel 2007 dalla giovane casa editrice caivanese Albus Edizioni. Parla di un ragazzo ventisettenne che si è arrangiato spacciando droga e rubando, a cui un giorno viene offerto di fare della pubblicità e conseguentemente del cinema. È innamorato perso di Stella, ma lei nasconde una doppia vita. Il libro è un romanzo di formazione, perché il protagonista si evolve e prova a migliorarsi, sia sul campo lavorativo che emozionale. È un libro volutamente ironico e divertente, insomma nulla a che vedere col sangue che scorre tra le pagine di “San Gennoir”.

Com’è nato questo libro? Parliamo della sua genesi.

Come tutti i miei scritti, il libro è nato da un’ispirazione iniziale, che poi si è evoluta convincendomi e ha preso corpo. La stesura è durata circa quattro anni, perché nel frattempo pubblicavo racconti e ho curato “San Gennoir”. Mi piacerebbe avere tutto il giorno a disposizione per scrivere ma purtroppo non ho questa fortuna.

Un occhiello alla copertina… e al titolo ;)

Dissi a Paolo Cancello Tortora, il grafico, che in copertina volevo un collage di immagini presenti nel romanzo; avevo in mente come modello la copertina di uno dei dischi che amo di più degli U2, “Achtung Baby”; poi ebbi l’idea di racchiuderle in una stella, che è anche il nome della ragazza di Carmelo, il protagonista della storia. Credo che Paolo abbia lavorato egregiamente, il risultato lo avete sotto gli occhi. Il titolo del romanzo invece mi è stato ispirato dal documentario diretto da Orson Welles “Filming Othello”. Mentre l’editore ebbe la brillante intuizione di aggiungere “Una vita senza copione”.

Qual è il tuo rapporto con la scrittura?

La scrittura è per me innanzitutto un bisogno, uno sfogo. Anche se non racconto di me direttamente, nelle storie che scrivo ci metto dentro tutte le mie paure e le mie angosce, le mie ansie e le mie emozioni. Mi piace creare delle storie con una trama non banale, con personaggi colorati e carichi di personalità. I dialoghi ricoprono una parte fondamentale.

In Italia si legge poco ma si scrive tanto… così almeno si sente dire spesso nel mondo dell’editoria, specie quella piccola. Luogo comune o sottile (e paradossale) realtà? Cosa ne pensi?

Purtroppo è vero che in Italia si legge poco e che ci sono molte persone che sognano di pubblicare il proprio romanzo. Sarebbe opportuno che chi scrive legga molto; sia per il piacere di farlo, sia per migliorare la propria tecnica e mantenersi aggiornato sulle tendenze. Per quanto mi riguarda mi ritengo un buon lettore e sono sempre alla ricerca di un buon libro da leggere.

Progetti in campo?

A novembre 2008 è uscita l’antologia di racconti da me curata: “Lavoro in corso”, sempre per i tipi della Albus Edizioni. Raccoglie racconti a volte divertenti, a volte amari, che indagano a trecentosessanta gradi il mondo del lavoro. A febbraio 2009 uscirà un’antologia noir contenente un mio racconto; sono molto contento perché è la prima storia tra tutte quelle che ho scritto con protagonista un killer professionista che vede la luce su carta. Poi sono circa a metà stesura del mio secondo romanzo.

Una domanda, ora, che non pongo da tanto, ai miei intervistati: se il mondo fosse di un colore, questo colore quale vorresti che sia?

Il mondo è già colorato e pieno di colori. Va benissimo com’è. Non riesco a immaginarmi un mondo di un solo colore: sarebbe piatto e noioso.

Fonte: http://www.mmushroom.splinder.com (14/02/2009)


Intervista a cura di Chiara Bertazzoni

La vita è tutta un film? Pare proprio che sia vero, ma...senza copione

“Filming Carmelo. Un vita senza copione” (libri/5436) è il titolo del romanzo di Gennaro Chierchia, l’autore che questo mese ospitiamo nel nostro salotto letterario. Non si tratta di un noir, un thriller o un giallo, ma di un romanzo che merita spazio per la sua originalità e per la sua capacità di essere esageratamente sopra le righe, ma senza, per questo, risultare falso o stonato. Vista la preponderanza del tema cinematografico, anche in questa intervista porteremo avanti il parallelismo tra scrittura e cinema, in una sorta di commistione tra le due arti, entrambe care all’autore. Non ci dilunghiamo oltre con l’introduzione, lasciamo la parola all’autore che, sulla scia di qualche spunto svelerà i misteri della sua opera.

Partiamo dalla definizione: “Filming Carmelo” a che genere appartiene?

È essenzialmente un romanzo di formazione, sulla falsariga dei romanzi decarliani, mi viene in mente per esempio “Treno di panna”, il suo primo. Anche lì si narrava di un ragazzo in terra americana in cerca di fortuna e di realizzazione personale. Però è anche una storia d’azione, perché Carmelo ne combina di cotte e di crude, sia nella vita di tutti giorni, sia sui set dove recita di volta in volta. È anche una storia d’amore, anche se esula dai soliti cliché. Perciò “Filming” è un po’ un ibrido tra queste tre cose.

Il prequel: da dove nasce l’idea del romanzo?

“Filming Carmelo” è, come gran parte della mia produzione letteraria, frutto di un’emozione, di un innamoramento istantaneo, che poi mi ha convinto a mano a mano che procedevo nella stesura e che perciò è andato avanti, un po’ per conto suo, un po’ grazie alla mia tenacia. Infatti l’incipit del libro (e non solo) corrisponde a quello che ho buttato giù quando ho cominciato a scrivere il romanzo; e quando ho cominciato a scrivere il romanzo avevo in mente questo personaggio (che ancora non sapevo che si sarebbe chiamato Carmelo) che guardava assorto, estasiato, la sua ragazza che leggeva distesa sul divano; mi piaceva questa “sequenza” e così sono andato avanti, non sapendo tutto quello che avrei scritto, a cosa sarei andato incontro. Credo che tutte le cose migliori che ho scritto siano nate così, senza che io sapessi fino in fondo dove sarei andato a parare. Con questo voglio dire che deve piacere prima a chi scrive ciò che si getta sulla carta, affinché poi possa piacere agli altri, e questo piacere a mio avviso si misura con la passione con la quale una storia si comincia e si porta avanti. Una sola volta ho provato sul serio a fare la scaletta di un racconto, per provare a vedere come si scrive “da professionisti” (almeno così dicono in giro) e il risultato mi ha deluso enormemente. Perché secondo me progettare a tavolino una storia la soffoca, le tarpa le ali, non le dà l’opportunità di spiccare il volo.

Quindi in un certo senso, si può dire che “scrivi a soggetto”?

Direi di sì, o meglio sono i personaggi che “recitano a soggetto”. Per esempio se tu costringi i personaggi a fare una determinata cosa in un capitolo, mentre loro ne vorrebbero fare altre, finiscono per non dare il meglio di sé. I personaggi, tanto per restare nel gergo cinematografico, hanno bisogno di improvvisare, di dire la loro come e quando gli piace, per non risultare banali e scontati. Essi devono muoversi e reagire per ragioni di causa-effetto e non perché si è decisi a priori di fargli fare una determinata cosa.

Quindi è corretto definirti il regista della tua storia?

In una recente intervista ho già paragonato il mio ruolo di scrittore a quello di regista cinematografico, perché quando scrivo una storia io ho il potere di far muovere i personaggi come voglio, ma facendoli improvvisare, cioè facendoli andare contro la logica e seguendo l’istinto, questo è un bene e bisogna che succeda quanto più spesso affinché il lettore resti sorpreso e interessato. Magari sarà più difficile portare avanti la storia, perché si rischia di ingarbugliarla, ma se si riesce a procedere in questo modo l’effetto è assicurato. Se ho iniziato il romanzo è anche grazie all’amore che nutro per la settima arte: il cinema. Già il titolo, “Filming Carmelo”, è un omaggio al docufilm “Filming Othello”, del grande Orson Welles. Il romanzo è frutto di mie reminiscenze cinematografiche e di citazioni, e mette in scena la vita di un attore, o almeno di uno che prova a fare l’attore. Tutto il romanzo si avvale di quello che ho imparato leggendo annate di «Ciak» e dizionari di film; ascoltando Enrico Ghezzi in t-shirt bianca che parla fuori sincrono all’interno di “Fuori orario. Cose mai viste”. Avevo del materiale in testa, non avevo bisogno di fare ricerche e di documentarmi per scrivere un romanzo credibile sul cinema, così ne ho approfittato. Il romanzo è venuto da sé, anche se con non poche difficoltà.

Il making of: tempi di lavorazione, stesura, problematiche..

Come ho già accennato il romanzo, nonostante la spontaneità della stesura, non ha avuto una gestazione facile, soprattutto riguardo ai tempi di lavorazione. Infatti ho cominciato a scriverlo di getto e ho continuato ad andare avanti per parecchie settimane, finché a un certo punto mi sono fermato. Ora non ricordo perché mi sono fermato, so solo che a un certo punto ho ripreso in mano il romanzo e l’ho continuato. Questo tira e molla si è ripetuto parecchie volte fino alla parola “Fine”. Così da quando ho scritto il primo capitolo a quando ho terminato l’ultimo sono passati circa quattro anni. Questo in parte si spiega perché mi sono perso dietro ai racconti e alle poesie che nel frattempo ho pubblicato in svariate antologie, ma mi sono perso anche dietro a progetti di raccolte di racconti, che non ho mai pubblicato e racconti inediti che conservo gelosamente. Inoltre di mezzo c’è stata anche la raccolta di racconti “San Gennoir”, che ho curato per la Kairós Edizioni, che tra lancio del progetto e chiusura del libro mi ha portato via circa otto mesi. Insomma, “Filming Carmelo” è passato attraverso tutto questo mare di parole, ma alla fine è arrivato in porto. Ci sono state anche delle problematiche prettamente narrative che hanno ritardato la conclusione del romanzo: la prima riguardava la questione se inserire o no il secondo episodio del tentativo di furto della moto di Olmo; la seconda, se documentarmi e dilungarmi sulla parte americana del romanzo; la terza, avere la fine sotto gli occhi e non accorgermene. Per quanto riguarda la prima problematica ho scelto di inserire il secondo episodio del furto, ma solo dopo un periodo di grande incertezza, dovuto al fatto che in ogni caso dovevo ripetere una stessa sequenza e quindi bisognava che la rendessi originale, almeno quanto la prima; sulla seconda, siccome non sono mai stato in America, volevo documentarmi a fondo su questo Paese, non capendo che ne sapevo abbastanza per scriverne, anche in virtù del fatto che sia la parte italiana che quella americana sono ambientate volutamente in luoghi imprecisati; quanto all’idea di dilungarmi l’ho abbandonata in corso d’opera in quanto mi sono reso conto che non ce n’era bisogno, che la parte americana doveva durare poco rispetto a quella ambientata in Italia. Quanto alla terza problematica, be’, è quella che mi ha portato via più tempo e che mi ha fatto disperare maggiormente perché i capitoli dodici e tredici che raccontano in modo riassuntivo le vicende di Carmelo in America assomigliano a un diario, così mi venne in mente la “brillante” idea di inventarmi un diario che Carmelo scriveva di nascosto, su cui appuntava le cose che gli capitavano durante il giorno. Questo per giustificare questi due ultimi capitoli presenti nel romanzo, che proprio non riuscivo a vedere come capitoli, e che invece lo erano, anche se più brevi e, come ho già detto, riassuntivi. Insomma ho scritto il dodicesimo e il tredicesimo capitolo e il finale-intervista e poi sono tornato indietro, inserendo dei diari di un’unica pagina tra un capitolo e l’altro lungo tutto il romanzo. Qualcuno era pure simpatico, ma nel complesso non mi convincevano, erano forzati, così li ho eliminati. Solo allora ho compreso che non ce n’era affatto bisogno e che i capitoli dodici e tredici erano dei veri e propri capitoli. Insomma: avevo la soluzione sotto gli occhi e non la vedevo. O forse, inconsciamente, non volevo terminare il libro perché ormai era da troppo tempo che lo scrivevo; era divenuto una parte di me che non volevo abbandonare.

Montaggio: trama, incastri, susseguirsi di episodi…

La trama di “Filming Carmelo” è semplice: parla di un ex spacciatore di marijuana e ladruncolo che un giorno, per puro caso, viene ingaggiato da un agente che lo inoltra nel mondo della TV e del cinema, ma che lo abbandona prima che possa fare il salto di qualità. Al centro della vita di Carmelo c’è anzitutto la sua ragazza, Stella, di cui è perdutamente innamorato. È l’unica persona che per lui conta davvero. Farebbe di tutto per lei e perciò perde anche di vista la propria carriera cinematografica, barcamenandosi tra una produzione a basso costo e l’altra. Quando è sul punto di perdere anche lei Carmelo capisce finalmente che deve rimboccarsi le maniche per dare una svolta alla propria vita. Qualche recensore ha detto che “Filming Carmelo” è un romanzo-sceneggiatura. Confermo. Nel senso che tutto quello che scrivo è fortemente influenzato dal linguaggio cinematografico, sia per quanto riguarda la costruzione dei dialoghi, sia per quanto riguarda il susseguirsi degli eventi e l’azione che cerco di inserire negli episodi che narro. Tutto questo perché non mi voglio annoiare quando scrivo né voglio annoiare il lettore. Questo principio è stato alla base di quest’opera che doveva essere accattivante, trascinando cioè il lettore di capitolo in capitolo senza possibilmente farlo sbadigliare. Insomma il mio primo romanzo doveva essere di facile lettura e godibile, come i miei migliori racconti. Ci ho messo molta ironia, ma questa è connaturata al tono della storia. Monica Florio su l’«Avanti!» ha paragonato il romanzo (giuro che non ci avevo pensato finché non l’ho letto) al film culto dei fratelli Cohen “Il grande Lebowski”. Trovo il paragone molto azzeccato: Drugo è molto simile a Carmelo e viceversa, ma anche il tono del film è molto simile al tono che ho usato in “Filming”. Come pure le sperimentazioni stilistiche presenti nel film possono paragonarsi a quelle che ho introdotto io nel romanzo. Pertanto si tratta di una storia che procede in successione, un evento che ne causa un altro, la causa-effetto che accennavo prima. I personaggi agiscono in base a quello che gli capita, perciò tutto è relativo, tutto dipende da quello che essi provocano con le loro azioni, spesso improvvisando. Non ho mai avuto ben chiara la fine del romanzo se non fino all’ultimo. D’altronde il sottotitolo del libro è esplicativo in questo senso: “Una vita senza copione”. Non è solo Carmelo che campa alla giornata, è la storia tutta che va avanti fino a chiudersi magicamente, come se fosse essa stessa e non l’autore a decidere che è arrivato il momento di metterci il punto.

A questo punto direi che è fondamentale parlare degli attori: Carmelo, il protagonista.

Per descrivere Carmelo prendo a prestito le parole che Luciana Marchese ha pubblicato su «Caivanopress»: “Carmelo è un burbero, un disonesto, un disincantato, un uomo tutt’altro che integro, che vive improvvisando (da qui senza copione) e fa della necessità di sopravvivenza l’unico valore possibile, un personaggio negativo riabilitato e riscattato attraverso il suo grande amore per la giovane studentessa che lo arricchisce di una dolcezza inaudita, inaspettata, tirando fuori il lato più vero e più umano di lui, quello più commovente, quello in cui ciascuno di noi può riconoscersi al di là delle differenze caratteriali, sessuali e sociali: ricco-povero, buono-cattivo, leale-sleale, uomo-donna”. Credo sia un’ottima descrizione del personaggio. Infatti Carmelo diventa un agnellino di fronte a Stella, perde tutte le proprie difese, tutto il cinismo che lo caratterizza. Tanto Carmelo è cattivo e menefreghista nei confronti della società tanto è servizievole e succube nei confronti della propria ragazza.

Quanto del regista c’è in Carmelo?

C’è molto di Carmelo in me, per esempio una certa ingenuità e la sfiducia nel genere umano. Ma anche la facile arrendevolezza nei confronti di situazioni negative e, di contro, l’entusiasmo da cui si fa prendere quando qualcosa gli riesce particolarmente bene. Carmelo è anche il mio alter ego, uno capace di fare cose che io, onestamente, non farei mai.

La spalla: Olmo.

Olmo è uno dei migliori amici di Carmelo, assieme a Teo. Mentre, però, Teo rappresenta il passato di Carmelo e la sua parte “illegale”, Olmo rappresenta il presente di Carmelo e la sua parte “legale”. Infatti Olmo è uno stuntman professionista, che si guadagna il proprio pane onestamente e che ha una paura enorme di trasgredire la Legge. La sola cosa che fa di “male” è fumarsi uno spinello di tanto in tanto, per il resto è un tipo tranquillo, che sopporta le sfuriate della fidanzata. È un ingenuo e non si rende conto che è proprio Carmelo a cercare di fregargli la sua preziosa Harley Davidson; per lui Carmelo è davvero il suo migliore amico. Ma Olmo fa anche da angelo custode di Carmelo, per esempio quando prova a evitare di raccomandarlo (per responsabilizzarlo) al regista Bob Kinski rendendosi irreperibile, e quando, in America, cerca, inutilmente, di tenerlo alla larga da Lotar, il suo ex agente, e di non farlo recitare nel film “di sicuro successo” che questi gli propone.

La femme fatale: Stella.

Stella è la ragazza di Carmelo, almeno così appare all’inizio. È, come asserisce Carmelo stesso, una cometa, io aggiungo, in questo caso, sfuggente, perché è sempre e comunque irraggiungibile, come ogni oggetto del desiderio deve essere. Sì, è una femme fatale, perché è per colpa sua (o grazie a lei, dipende dai punti di vista) che Carmelo decide di dare una svolta alla propria vita. Se Carmelo, infatti, non avesse scoperto la sua doppia vita ora non se ne starebbe scorrazzando in limousine traghettato da Olmo. È una femme fatale perché, come ho già sottolineato, ella ha un potere enorme su di lui, gli fa fare quello che vuole, e questo grazie alla sua bellezza inaudita. Stella si chiama così perché la sua luce abbacina la vista a Carmelo, che quindi smarrisce la propria strada e non si impegna nella propria carriera d’attore. Le “femmine” nel romanzo non sono mai delle figure totalmente positive: c’è la Signora mangia uomini che pensa solo a soddisfare i propri appetiti sessuali; c’è Angela, che se la prende continuamente col suo fidanzato Olmo e c’è Stella, che in realtà non è per nulla come appare.

La “produzione”: come sei arrivato alla pubblicazione?

La Abus Edizioni, la casa editrice che ha pubblicato “Filming Carmelo”, è una realtà nuova, che ha cominciato la sua attività nello scorso maggio. Conosco l’editore da prima che aprisse la casa editrice e, quando l’ho saputo, ho sottoposto il romanzo alla sua attenzione. Mi disse di averlo letto in una giornata e che gli era piaciuto molto, soprattutto, era arrivato alla fine senza annoiarsi. Siccome lui era convinto della mia opera e io cercavo un editore onesto che non chiedesse il famigerato &ldquot;contributo dell’autore”, ho accettato di firmare il contratto. Ho già presentato il libro in quattro diverse occasioni, altre presentazioni sono previste a breve, perciò posso ritenermi soddisfatto dell’attenzione che l’editore ha riservato al mio libro.

Contenuti speciali: perchè leggere “Filming Carmelo”?

“Filming Carmelo” va letto soprattutto perché secondo me è un romanzo di agile lettura, veloce, divertente, ironico, pieno di trovate e di battute, con personaggi strampalati che vivono la vita facendo di ogni giorno un’avventura. Insomma che, volenti o nolenti, non si annoiano mai. Credo che chi leggerà “Filming” non si annoierà; esso è stato concepito per divertire e intrattenere il lettore, quindi mi aspetto che faccia il suo dovere fino in fondo. A proposito di contenuti speciali: nel romanzo il barbone che Carmelo incontra quando è in strada per ricattare l’attore Frank De Rosa dice a telefono: “Hello! I’m Mr. Mephistopheles and I’m looking for a taxi”; ebbene questa battuta la dice il leader di un famoso gruppo rock durante un concerto. Indovinate chi.

Immagina il trailer di “Filming Carmelo”.

C’è una scena in cui Carmelo si veste con degli stivaletti a punta e una camicia con le maniche a sbuffo; ebbene nel trailer mi immagino Carmelo vestito così; la telecamera inquadra gli stivaletti su un riff di chitarra rock e sale lentamente fino a inquadrare la sua faccia. Poi c’è uno stacco, Carmelo viene ripreso a figura intera; in quello stesso istante il riff di chitarra si conclude in dissolvenza assieme all’immagine di Carmelo vestito alla stregua di Elvis Presley.

Qual è la colonna sonora di “Filming Carmelo”?

Sicuramente una colonna sonora composta di pezzi rock, anche ska e punk, insomma canzoni che facciano casino, possibilmente italiane, se non altro perché si capisca il senso delle parole. Parole che dovrebbero commentare i continui sbalzi d’umore del protagonista. Magari qualche sottofondo soft alla Angelo Badalamenti (quello che ha firmato il tema portante di “Twin Peaks”) quando Carmelo pensa a Stella.

Perchè hai scelto un happy end che, onestamente, trovo un po’ scontato e poco adatto a un romanzo che così si distacca dai soliti cliché?

Non credo che il finale sia un vero e proprio happy end; infatti quando Olmo tossisce perché non crede alle parole di Stella, Carmelo commenta: “Capisco cosa intende”: Carmelo ha imparato la lezione, ma, come tutti gli innamorati persi, non può sottrarsi al magnetismo di Stella. In effetti è sempre lei che conduce il gioco, non lui. Perciò è un finale finto-buono, per certi versi inquietante, perché non sappiamo come andrà tra Stella e Carmelo. Carmelo corona il suo sogno di recitare in un film distribuito in tutto il mondo, ma recita in una parte ridotta al lumicino per dare spazio alla vera protagonista della pellicola, e soprattutto in un ruolo poco carino, tanto che egli stesso ammette che il pubblico non lo amerà per quel ruolo. Insomma ottiene il successo di riflesso, e questo è tutt’altro che un bene.

È previsto un sequel?

Volevo iniziarlo, ma inevitabilmente mi è venuta di raccontare un’altra storia. Perciò il mio prossimo romanzo avrà come protagonista un altro personaggio. Però la tentazione di scrivere un sequel di “Filming” è tanta, d’altronde il romanzo si conclude tutto sommato con un finale aperto; ho pensato anche a un prequel, che racconti la vita di Carmelo prima che cominciasse a recitare, in pratica la sua vita da delinquente. Ma ora è un’altra storia che ho in mente e l’unico modo che ho per liberarmene è scriverla.

Fonte: http://www.thrillermagazine.it (15/10/2007)


Intervista a cura della redazione Albus

Intervista a Gennaro Chierchia su “Filming Carmelo. Una vita senza copione”

Come mai questo titolo e perché hai fortemente voluto una stella in copertina?

Il titolo mi è stato ispirato da un documentario diretto da Orson Welles, “Filming Othello”, in cui il grande regista e attore americano ricorda la tormentata lavorazione del suo film “Otello”. Siccome nel mio romanzo si trattava di “filmare” la storia di Carmelo Doria ho ritenuto giusto adoperare questo verbo inglese. Dico “filmare” in quanto la storia di Carmelo è narrata in presa diretta, un po’ come accade nel romanzo di Edward Bunker, “Come una bestia feroce”, in cui le azioni del protagonista sono raccontate come se si svolgessero in tempo reale, con una telecamera alle spalle che lo riprende. Più di un recensore infatti ha detto che il mio romanzo è una sorta di sceneggiatura cinematografica; inoltre Carmelo è un attore e tutta la storia è incentrata sul mondo del cinema. La stella sulla copertina del libro si riferisce anzitutto alla ragazza dei sogni di Carmelo, che si chiama appunto Stella; in secondo luogo Carmelo, essendo un attore, sogna di diventare una stella di Hollywood. Sia l’una che l’altra sono traguardi importanti che il protagonista tenta di raggiungere.

Chi è Carmelo? Chi ti ha ispirato questo personaggio?

Carmelo prima di fare l’attore era uno spacciatore di marijuana e un ladruncolo. L’incontro fortuito con quello che sarà il suo agente, Lotar, lo trascina nel mondo delle pubblicità delle sit-com e poi del cinema. Tuttavia in lui restano i segni del proprio passato: infatti Carmelo continua a fare uso di marijuana e tenta per ben due volte di rubare la Harley Davidson al suo amico e stuntman Olmo. Come si dice: il lupo perde il pelo ma non il vizio. Carmelo rappresenta l’antiperbenismo, odia sia i rivoluzionari che i figli di papà e non ha praticamente considerazione per nessuno; tranne che per Stella, nonostante sia proprio lei a farlo soffrire. Carmelo, come tutto il romanzo, è nato da solo: credo sia il risultato dello stato d’animo in cui mi trovavo quando ho cominciato a buttarlo giù.

Quanto c’è di Gennaro in Carmelo e viceversa?

C’è molto di Carmelo in me e c’è molto di me in Carmelo. Carmelo è quello che vorrei essere ma anche quello che non vorrei essere. Vorrei essere strafottente come lui e prendere la vita con la leggerezza con cui la prende lui; non vorrei essere sicuramente uno spacciatore o un ladro. Ma molti tratti del suo carattere sono i miei: per esempio la sfiducia nel genere umano e credere solo nell’amore vero, quello per il quale si perde letteralmente la testa. Anche il fatto che lui si lasci trasportare dagli eventi, il non decidere, è un tratto saliente del mio carattere; come pure l’arrendersi, a volte, troppo facilmente. O l’entusiasmo da cui si fa prendere quando riesce in qualcosa a cui teneva molto.

Come mai uno scrittore di storie noir decide di scrivere un romanzo generazionale che è anche una bella e moderna storia d’amore?

Nonostante abbia scritto molte storie di sangue non mi ritengo uno scrittore noir né di altro genere letterario, e il fatto di avere esordito come romanziere proprio con una storia generazionale, ne è la dimostrazione. Ho spesso detto che ho cominciato a scrivere storie perché il mio sogno da ragazzo era quello di fare il regista cinematografico: siccome non l’ho fatto ho riportato su carta quello che avrei voluto filmare; ecco perché ho cominciato a scrivere. Come narratore mi paragono alla poetica del (a mio avviso) più grande regista di tutti i tempi, Stanley Kubrick, che ha diretto film diversi gli uni dagli altri, indagando così tutte le sfaccettature della vita. Io provo a fare qualcosa del genere: narrare storie per raccontare la vita nei suoi molteplici aspetti. Pertanto non è importante per me il genere letterario ma le storie che voglio raccontare. La stessa raccolta di racconti che ho curato per la Kairós, “San Gennoir”, mette in scena, come ha notato qualche arguto recensore, un “noir atipico”, appunto perché non mi interessava rispettare categoricamente tutte le regole di questo genere letterario, ma mettere in primo piano le storie. Se non erro anche “Filming Carmelo” è stato definito un’“atipica storia d’amore”; voglio dire che non mi ritengo uno scrittore di genere, ma di storie.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti? I tuoi punti di riferimento?

In quanto scrittore di storie leggo di tutto. Perciò apprezzo Nick Hornby, Alessandro Baricco, Andrea De Carlo, Edward Bunker, Agatha Christie, Enrico Brizzi, Luis Sepúlveda, Ernest Hemingway, John Fante, Umberto Eco, Wilbur Smith e altri di cui però ho letto poco per affermare che rientrano tra i miei preferiti. Non credo di avere punti di riferimento in narrativa, piuttosto spunti, per esempio gli input del primo Brizzi, quello arrabbiato e sperimentale, o il racconto in presa diretta nel primo romanzo di Bunker. Anche “Arancia meccanica” di Anthony Burgess mi ha insegnato molto, quanto a significato e a stile. Dal cinema ho attinto molte cose, una su tutte la formulazione dei dialoghi, lo scambio di botta e risposta, il linguaggio da strada e non artefatto. Anche la secchezza delle descrizioni, l’indugiare sui particolari necessari alla storia.

Il titolo di un libro da leggere assolutamente?

È impossibile scegliere un titolo su tutti, perciò dico “Stanley Kubrick. La biografia”, di John Baxter, che ripercorre la vita di un uomo totalmente sacrificata al racconto cinematografico. Un libro eccezionale che fa emergere quanto sia stato importante per questo regista raccontare al meglio delle proprie possibilità le storie e la Storia.

Progetti futuri?

Sto curando una raccolta di racconti sul lavoro per Albus Edizioni; per lo stesso editore saranno pubblicati a breve due miei racconti in due diverse antologie collettive. Un mio racconto lungo dovrà vedere la luce singolarmente presso un’altra casa editrice campana. Sto mettendo insieme una raccolta dei miei racconti migliori e ho cominciato la stesura del mio secondo romanzo.

Fonte: http://www.albusedizioni.it (7/9/2007)


Intervista a cura di Flavia Piccinni

“Filming Carmelo. Una vita senza copione”. È questo il romanzo d’esordio di Gennaro Chierchia, autore napoletano già incluso in numerose antologie e curatore della bella raccolta su Napoli “San Gennoir” (Kairós 2006). Chierchia, appassionato di noir, questa volta ha voluto raccontare una storia tragicomica sinistramentamente moderna, che si svolge in un’Italia di veline e vallette, di aspirazioni cinematografiche dettate dall’amore, di marijuana e di compromessi. Protagonista del rocambolesco romanzo è Carmelo che sogna di diventare una stella di Hollywood. Il personaggio, dipinto forse in modo eccessivamente macchiettistico, si trova coinvolto in numerose sciagure che servono a Chierchia per evidenziare come l’uomo, per un po’ di momentanea fama, sia ben pronto anche all’umiliazione.

Il suo protagonista, Carmelo, si ritrova a fare l’attore un po’ per caso. Crede che le coincidenze di cui è protagonista nella vita siano possibili?

Il cinema italiano è pieno di gente che ha cominciato a recitare per caso, pensiamo per esempio al Neorealismo di Vittorio De Sica e al cinema populista di Pier Paolo Pasolini, che ha lanciato attori totalmente privi di esperienza quali Ninetto Davoli e Franco Citti, che poi si sono rivelati dei grandi interpreti. Carmelo non è protagonista di “coincidenze”, semplicemente lui prende la vita così come viene, e agisce di conseguenza. Quasi non sceglie, si fa trasportare dalle onde come una barca alla deriva, sono parole sue. Certo, le scelte che da questo comportamento scaturiscono, col senno di poi, possono apparire coincidenze, ma non lo sono, altrimenti la vita di noi tutti sarebbe una continua coincidenza.

Carmelo prima di intraprendere la carriera d’attore faceva lo spacciatore. La droga è un problema molto grave in Italia. Carmelo sembra quasi un esempio di quei giovani che, attratti dai facili soldi, si inventano spacciatori. Come si spiega un fenomeno del genere?

Carmelo non era solo uno spacciatore di marijuana, nel romanzo si accenna anche a un passato di ladruncolo, quando il suo amico Olmo gli rinfaccia che frequenta “ladri e tossici”; e infatti nel corso della storia lo vediamo alle prese per ben due volte con un tentativo di furto e uno di estorsione. Prima di fare i primi passi nel mondo del cinema Carmelo era dunque uno che si arrangiava, non avendo né arte né parte, e lo spaccio di droga, come il furto, sono le attività più immediate e redditizie per uno che ha bisogno di fare soldi e non ha granché talento praticamente in nulla.

Carmelo accetta di tutto pur di lavorare. Sembra la fotografia di un Italia dove si accettano (e spesso ricercano) compromessi pur di lavorare.

Carmelo all’inizio della storia cerca di farsi “raccomandare” per recitare in un film. Credo che sia un comportamento cui molti giovani in cerca di un’occupazione cedono, e non solo loro, penso ai genitori, che si fanno in quattro per aiutarli. In Italia la raccomandazione è una realtà, pensa che esiste una trasmissione che va in onda in prima serata che si intitola giocosamente I raccomandati, voglio dire, è un dato di fatto, anche se non sta scritto da nessuna parte, come il famigerato “codice rosso” applicato ai soldati nel film Codice d’onore. Carmelo accetta ogni parte che gli propongono perché sa che non può rifiutare nulla, altrimenti per lui l’alternativa è morire di fame.

La parabola di Carmelo è quella di un uomo che, per amore, diventa affamato di successo. Per amore si arriva a fare di tutto?

Sì, il cuore pulsante di tutta la storia è proprio questo: l’amore. Come ammette lo stesso Carmelo, egli rinnegherebbe tutto quello in cui crede pur di stare accanto a Stella, la donna della sua vita. Dovrebbe studiare recitazione per aspirare a recitare in un film decente, ma per guadagnare denaro e accontentare i capricci di Stella accetta di fare la comparsa in produzioni a basso costo.

La forza motrice del romanzo è la volontà di emergere. Viviamo, in questo momento, in un’Italia dove la televisione, l’apparire, è più importante di quello che si è. Carmelo ne è degno rappresentante?

No, a Carmelo non importa vedere la propria faccia stampigliata sulle copertine patinate delle riviste, almeno non in un primo momento. All’inizio della sua carriera di attore Carmelo recita negli spot pubblicitari e decide di continuare a recitarvi perché è un lavoro non molto faticoso e per giunta remunerativo, in cui non c’è bisogno di molta applicazione e mentale e fisica, così come lo era lo spaccio di droga che mandava avanti assieme al suo amico Teo. Carmelo è uno sfaticato, perciò si sceglie lavori dove non c’è da sudare molto. Ma dopo che il suo agente, dopo averlo sfruttato, lo abbandona per andare a cercare fortuna in America, egli si ritrova a doversi trovare le parti da solo, ed è qui che cominciano le difficoltà per lui e allora il lavoro diventa faticoso. Quando poi perde anche l’amore, egli cerca finalmente di dare una svolta alla propria vita, di realizzarsi, così va in cerca del successo. Ma anche questa scelta di diventare famoso, ha poco a che vedere con il suo ego (Carmelo è consapevole dei propri limiti ed è molto severo con se stesso) e ha a che fare piuttosto con l’amore: in cuor suo Carmelo non cessa di desiderare di riconquistare Stella, e diventare una star del cinema, pensa possa far sì che questo avvenga.

Personaggi del mondo dello spettacolo entrano direttamente in scena. Maria De Filippi fa il suo trionfante ingresso con extension e voce extradiagetica. Il trionfo del trash o dell’italianità?

Mi pareva divertente questa scena, dove anche in America faceva capolino Maria De Filippi, regina indiscussa dei talk-show italiani. Ma la trasmissione che cito nel romanzo era il pretesto per imbastire il dialogo tra Carmelo e Olmo sull’importanza dell’apparire. Ebbene Carmelo risponde con molta sincerità a Olmo quando dice che ci sarebbe andato volentieri a quella trasmissione, infischiandosene di sbattere in faccia alla gente le proprie più intime emozioni. Carmelo ha un obiettivo quando giunge in America, che è quello di fare carriera nel mondo del cinema, e per raggiungerlo utilizzerebbe qualunque mezzo.

Che cosa le piace leggere? Che scrittori consiglierebbe?

Mi piace leggere di tutto, e quindi consiglierei di leggere qualunque cosa. Tuttavia in questi anni di letture ho accumulato una breve lista di scrittori che consiglio caldamente: Alessandro Baricco, Enrico Brizzi, Edward Bunker, Agatha Christie, Andrea De Carlo, Umberto Eco, Ernest Hemingway, Luis Sepúlveda, John Fante. Leggo anche molti racconti inediti, quelli che giungono al sito che ho fondato nel 2003: GCwriter.com (www.gcwriter.com).

Che progetti ha per il futuro?

Attualmente sto curando un’antologia di racconti sul mondo del lavoro per conto di Albus Edizioni (www.albusedizioni.it), la casa editrice che ha pubblicato “Filming Carmelo”, ma è ancora in fase embrionale e ci vorrà qualche mese prima della sua uscita in libreria. Altri due testi, una lettera e un racconto, sono in via di pubblicazione in due diverse antologie sempre per lo stesso editore. Un altro racconto lungo, cui tengo molto perché è una delle prime cose che ho scritto, dovrà essere pubblicato singolarmente da un’altra casa editrice, ma è prematuro parlarne. Poi mi piacerebbe far pubblicare finalmente un libro che raccolga i miei più bei racconti. Sempre più spesso sto pensando di scrivere un sequel o un prequel, giusto per rimanere nel linguaggio cinematografico, di “Filming Carmelo”, perché ho notato che il protagonista di questo mio primo romanzo piace ai lettori, e a dire il vero anche io mi ci sono affezionato molto.

Fonte: http://www.loschermo.it (16/7/2007)


Intervista a cura di Giuseppe Bianco

Gennaro Chierchia: writer

Ernest Hemingway una volta disse: “Voglio continuare a scrivere il meglio e il più sinceramente che posso finché morirò. E spero di non morire mai.”. Basta questa piccola frase per dare l’idea di quanto sia importante la scrittura in una persona, che prima di ogni altra cosa, lo fa per passione. Gennaro Chierchia rientra in questa categoria. Ebbi modo di leggerlo, per la prima volta, in occasione del Premio “Città di Caivano” edizione 2003. La lettura del suo racconto “Pusher”, nonostante trattasse argomenti drammatici, mi impressionò positivamente, grazie anche ad uno stile accattivante.
Attraverso vari siti quali www.homoscrivens.it e quello suo personale www.gcwriter.com ho avuto modo di leggere altri suoi racconti, altre storie metropolitane che mi hanno riconfermato il suo talento. Pur se ha uno stile molto personale, i suoi personaggi tanto veri da sembrare astratti e i suoi dialoghi, crudi e nel contempo colorati mi ricordano molto Charles Bukoswsky: pagine di storie possibili dove con ostentata indifferenza si vive, si sopravvive o si muore.
Penso che uno scrittore oltre che a scrivere bene, debba riuscire a dare alla storia che racconta un momento in più: quell’attimo dove “il racconto” lascia le pagine ed entra nel lettore… e Gennaro possiede questo guizzo letterario. Per conoscerlo meglio gli ho girato delle domande via mail.

Gennaro, quando hai cominciato a scrivere, e qual è stato il motivo che ti ha spinto a mettere su di un foglio la tua fantasia?

Ho scritto il mio primo racconto relativamente tardi, nel 1998, all’età di diciannove anni. Si intitolava “Jack” e narrava di un becchino frustrato che aveva deciso di eliminare la moglie e le figlie nel giorno del suo cinquantesimo compleanno. Non ricordo cosa mi spinse a scriverlo però ricordo che ebbe successo tra i miei compagni di classe e che fu apprezzato dalla mia professoressa di italiano. Prima ancora mi divertivo a disegnare fumetti – ero un accanito lettore di “Topolino” – e, quando ero solo un bambino, inventavo delle trame per le storie che avevano come protagonisti i personaggi dei “Lego”. Ma credo che a spingermi a scrivere sia stato il cinema. Dagli undici anni in su ho cominciato a divorare ogni genere di film, affezionandomi a trasmissioni come “Fuori orario”, spendendo un mucchio di soldi in videocassette e impegnandomi in estenuanti registrazioni notturne. A furia di vederle narrate le storie mi venne voglia di scriverle da me. Oggi scrivo per dare libero sfogo ai miei pensieri e alle mie inquietudini, ma non appartengo a quella schiera di scrittori che narra di sé; scrivo sempre in modo distaccato, anche quando si tratta di narrare fatti più o meno a me vicini. “Avaria”, ad esempio, il primo romanzo che ho scritto, pur narrando una storia d’amore semi autobiografica è scritto con leggerezza. L’ironia ha sempre contraddistinto i miei scritti, perché essa supera i fatti e ne svela la realtà. Si tratta di un concetto romantico.

Il tuo modo di scrivere mi ricorda Bukowsky, è solo una coincidenza o fa comunque parte dei modelli ai quali ti ispiri? Se hai modelli?

Non ho ancora letto nulla di questo autore, pertanto si tratta di una coincidenza. Non ho dei modelli, credo che il mio modo di scrivere sia piuttosto il risultato di ciò che vedo e che leggo. Gli scrittori che prediligo sono, in ordine tassativamente alfabetico: Alessandro Baricco, Enrico Brizzi, Edward Bunker, Agatha Christie, Andrea De Carlo, Ernest Hemingway, Nick Hornby e Luis Sepúlveda. Mi reputo fortunato perché non appena ho cominciato a scrivere ho compreso di avere uno stile tutto mio; uno scrittore privo di una propria personalità è come un pugile privo di coraggio. Credo che per avere successo uno scrittore deve scrivere ciò che sente, senza scimmiottare autori già affermati. Bisogna imparare da essi, non emularli. Due miei racconti, “Pusher” e “La cornice storta”, nonostante trattassero argomenti scottanti e ci fossero dentro delle parolacce, si sono distinti in concorsi letterari di respiro nazionale; voglio dire che se si è sinceri e si è consapevoli di ciò che si scrive si può raccontare tutto. Come scrisse Andrea De Carlo: “Scrivere è un po’ come fare i minatori di se stessi: si attinge a quello che si ha dentro, e se si è sinceri non si bada al rischio di farsi crollare tutto addosso.” Un’altra cosa: si deve amare ciò che si scrive e non limitarsi a fare un bel compitino, altrimenti la forma prevarrà sul contenuto e il risultato sarà uno scritto senz’anima.

Quando inizi un racconto, hai già in mente lo svolgimento e la fine, o lo inventi parola dopo parola?

Inizio a scrivere sospinto dall’onda di un’emozione. Non ho mai fatto scalette. Quelle poche volte che ho organizzato un racconto prima della stesura vera e propria ho trovato difficoltà a portarlo a termine e il risultato non mi ha mai completamente soddisfatto. “La cornice storta”, vincitore del premio letterario nazionale “10.000 formiche rosse 2004”, ad esempio, è stato scritto nel giro di tre giorni senza che avessi la benché minima idea di dove volessi andare a parare, eppure è il più bel racconto che abbia mai scritto. Nel momento in cui uno scrittore organizza una propria opera dal principio alla fine automaticamente limita la propria fantasia. I miei personaggi devono agire in base a quello gli capita nel corso della storia, come nella vita; solo così si stupisce il lettore e solo così si ottiene il piacere della scrittura. Inoltre la programmazione di un’opera fa a botte con l’ispirazione, che guida ogni artista nella composizione della propria arte. Il mio prossimo romanzo, poiché sarà un thriller, abbisognerà necessariamente di uno schema ma, questo, non significherà programmare a tavolino ogni singola azione dei personaggi.

Si dice che, a momenti, in Italia sono più quelli che scrivono che quelli che leggono. Tu ti ritieni un buon lettore?

Sì. All’inizio, quando ero un adolescente, data la mia passione per il cinema, leggevo soprattutto riviste del settore, monografie e libri di critica cinematografica. È stato proprio grazie al cinema che ho scoperto il piacere di leggere i romanzi: per un certo periodo di tempo, infatti, abbinati al giornale “L’Unità”, uscirono alcuni film ed i romanzi su cui si basavano. Così un giorno mi ritrovai tra le mani “Tom Jones”, del regista Tony Richardson ed il romanzo omonimo di Henry Fielding. Un’accoppiata formidabile, dato che il film è uno spasso ed il libro è uno dei miei preferiti. A farmi scoprire Alessandro Baricco fu la mia prima ragazza, che acquistò un cofanetto che raccoglieva i romanzi “Oceano mare”, “Castelli di rabbia” e “Seta”, a mio avviso i suoi lavori migliori. Durante l’anno di leva lessi tutti i libri di Andrea De Carlo, affezionandomi in particolare a “Due di due”, poi fu la volta di Enrico Brizzi e di tutti gli altri. Ora, siccome il mio prossimo romanzo sarà un thriller, sto divorando al ritmo di uno alla settimana i romanzi di Agatha Christie, la cui semplicità nel giostrare trame tanto elaborate mi lascia di stucco. Poi mi piace il fatto che le sue storie, come le mie, sono piene zeppe di dialoghi.

Se una persona che vuol leggere un buon libro ti chiede un titolo, tu quale gli consigli e perché?

Sicuramente il tuo, “Lungo la strada del tempo”, perché parla di gente comune con un linguaggio che sfiora il lirismo. Poi, oltre ai titoli e agli autori che ho citato prima, consiglio di leggere “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore”, dello scrittore cileno Luis Sepúlveda. Inoltre invito tutti quanti a leggere gli scrittori emergenti. Provo una forte attrazione verso costoro, perché mi aspetto che dicano qualcosa di nuovo; come successe anni fa per Enrico Brizzi con “Jack Frusciante è uscito dal gruppo”, il suo fortunatissimo romanzo d’esordio. Anche per questo leggo racconti e romanzi di autori semisconosciuti pubblicati su internet. Per un lettore leggere un buon libro è un piacere mentre per uno scrittore è anzitutto un dovere. Ho imparato a scrivere leggendo e non ho mai seguito corsi di scrittura creativa, anche se mi piacerebbe farlo un giorno.

Oltre ad essere uno scrittore gestisci anche un sito letterario www.gcwriter.com. Ti giro una domanda che mi è stata fatta qualche tempo fa: qual è l’utilità di proporre gratuitamente l’arte (in questo caso la letteratura) attraverso il web?

Al web devo il mio ritorno alla scrittura dopo un lungo periodo di tempo in cui avevo messo da parte ogni ambizione letteraria. Conobbi il sito web www.homoscrivens.it guardando la trasmissione televisiva “Neapolis” e vi inviai il racconto “Il potere”; l’entusiastica recensione che ricevetti dalla redazione di questo sito mi diede la spinta necessaria a riprendere a scrivere. Conobbi il premio letterario da te organizzato “Città di Caivano 2003” proprio nelle pagine che dedicava ai concorsi, quindi cominciai a bazzicare altri siti e a partecipare ad altri concorsi. Tornando alla tua domanda credo che sia importante per uno scrittore mettersi in discussione e il web risulta essere un’ottima palestra. Gli utenti di questi siti sono appassionati di scrittura e ottimi lettori pertanto, se leggono un tuo scritto, sono in grado di giudicarlo e di metterti in condizione di comprendere quali sono i tuoi limiti. Per un certo periodo di tempo avevo accolto sul mio sito www.gcwriter.com i racconti di altri autori ma poi ho compreso che gestire tutto quel materiale da solo mi portava via troppo tempo e mi distraeva dalla scrittura, così ho dovuto smettere. Ora “GCwriter” è solo il mio sito personale. Uno scrittore che non ha mai pubblicato attraverso il web può finalmente confrontarsi con altri scrittori e capire realmente quali possibilità ha di emergere nel difficile mondo dell’editoria. Tenere i propri scritti chiusi dentro un cassetto è una cosa che trovo inutile, perché in tal modo non si comprenderà mai quanto essi valgano. I siti che ospitano i racconti sulle proprie pagine, i concorsi banditi da questi stessi siti, gli e-book e le e-zine scaricabili gratuitamente sono solo alcune delle molteplici possibilità che il web offre ad uno scrittore non ancora affermato.

Progetti letterari e pubblicazioni future? Ci fai qualche anticipazione?

Sto cercando un editore per “Avaria”, il mio primo romanzo. Si tratta di una storia d’amore tardo adolescenziale ambientata a Gragnano, il paese in cui risiedo. Sto portando a termine una raccolta di racconti intitolata “Di killer e di altri reietti” e sono tra gli autori di un’antologia curata da Aldo Putignano, docente di scrittura creativa e fondatore del sito web www.homoscrivens.it. Frattanto partecipo a concorsi letterari e raccolgo materiale per il mio prossimo romanzo, un thriller, la cui stesura prevedo che mi porterà via molto tempo.

Ecco, questo è Gennaro Chierchia, un giovane scrittore dalle idee molto chiare. Devo dire che pur avendo un altro modo di proporre delle storie, condivido in pieno il suo concetto sullo “Scrivere”. Ho sempre creduto che un bel racconto riesca ad andare oltre ogni stile e una storia raccontata con sincerità può davvero parlare di tutto, senza mai cadere nel cattivo gusto; anche se, molte volte non riesce a dare delle vere risposte, riesce sempre ad aprire qualche varco. Gli emergenti hanno una marcia in più, un’emozione nuova. Anche molti “famosi” hanno scritto le cose migliori quando erano emergenti, forse peccando un po’ nelle tecniche, ma con un ritmo, un’emozione e una forza d’urto che con la notorietà, chissà perché, quasi sempre si perde.
Gennaro, grazie per l’intervista, e che le tue muse riescano sempre a ispirarti le parole giuste per intere pagine di successi.

Fonte: http://www.leparoleperte.it (2/10/2004)

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