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Il vecchio che leggeva romanzi d’amore

di Luis Sepùlveda

a cura di Elena Liguori

 

Questa storia non parla di un vecchio nostalgico che legge romanzi d’amore. O meglio, Antonio José Bolivar teoricamente è il protagonista, è vecchio e legge romanzi che parlano di amori sfortunati, di sofferenze e di lieti fini in solitudine.

Ma attraverso la sua storia si racconta di una realtà che a Sepùlveda sta più a cuore del suo stesso personaggio: la grande foresta amazzonica.

Questo libro è innanzitutto un canto d’amore verso questo luogo; l’ultimo della terra che preserva ancora intatta la sua verginità.

Antonio José conosceva perfettamente la foresta perché a lungo aveva vissuto con gli indios shuar. Quando si era trasferito a El Idillio assieme a sua moglie Dolores gli shuar gli avevano insegnato a cacciare, a pescare, a innalzare capanne stabili e a riconoscere i frutti commestibili da quelli velenosi. Ma quando sua moglie era morta divorata dalla malaria, Antonio José avrebbe voluto che un fuoco distruggesse l’intera Amazzonia. Ma, nel suo cieco odio, si accorse di conoscere molto poco la foresta. E fu così che la foresta entrò in lui. Cacciava come uno shuar. Nuotava come uno shuar. Era uno di loro e nello stesso tempo non lo era. Una mattina, sbagliando un tiro con la cerbottana, decise che era il momento di andarsene. Ma la foresta rimase dentro di lui; e lui cercò di difenderla dai gringo che erano capaci solo di sfruttare e di distruggere.

La vita a El Idillio, piccola colonia alle porte della grande foresta amazzonica, lenta e immutabile, viene sconvolta dal ritrovamento di un cadavere di un uomo biondo, giovane e dal fisico robusto. Un gringo. Coperto di squarci enormi. Dopo aver guardato nel suo zaino e avendoci trovato delle pelli di cuccioli di tigrillo, Antonio José capisce al volo la situazione: il gringo è stato ucciso dalla madre impazzita di dolore per l’uccisione dei suoi cuccioli e dal ferimento del maschio. Ma c’è un problema: ora, per lei, tutti gli uomini hanno lo stesso odore e quindi sono tutti colpevoli dell’assassinio dei suoi cuccioli. Bisogna fermarla. Il ritrovamento di un altro cadavere e di una mula squarciata inducono il sindaco a fare una battuta di caccia per uccidere la tigre.

Anche Antonio José, vista la sua conoscenza della foresta, viene chiamato a far parte della spedizione. E, alla fine, verrà lasciato solo da compagni presi dalla paura, che torneranno indietro con la scusa di dover difendere il villaggio.

Antonio José accetta la sfida e rimane solo, perché si sente chiamato ad una specie di sfida con quell’animale superbo e bellissimo. Arriverà poi a provare pena per quella tigre, distrutta dall’odio e impazzita per il dolore.

E, alla fine, se ne tornerà verso la sua capanna e verso i suoi romanzi, “che parlavano d’amore con parole così belle che a volte gli facevano dimenticare la barbarie umana”.


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