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Il tempo è un treno che passa di Cristina Fontanarosa
Ero persa nell’autismo del walkman che quel giorno si sostituiva al rilassante rumore della metropolitana in corsa. Era pomeriggio, gli studenti non affollavano i vagoni del treno con le loro chiassose presenze, i raggi del primo sole primaverile battevano sul finestrino, costringendomi a socchiudere gli occhi per non restare accecata. Pensavo alla direzione che avrebbe preso il treno della mia vita, meditavo su quale stazione mi avrebbe affascinato così tanto da convincermi a scendere proprio lì. Ero senza bagaglio, le valige non si portano in un breve percorso in metropolitana, ma le mie spalle erano doloranti per il braccio di ferro fatto con il tempo. Per prendere quel treno ed arrivare in orario al mio appuntamento avevo scansato fossi, sorpassato vecchiette, calpestato piedi e divorato asfalto. Avevo litigato con un’obliteratrice uscendone vittoriosa, avevo beffato la chiusura delle porte all’ultimo istante ed un sorriso di soddisfazione si era dipinto sul mio volto. I seggiolini celesti mi avevano accolta, la giornata era buona ed i graffiti sulle mura erano divertenti da leggere. Guardavo fuori, scorci di paesaggio dipinti in maniera impressionista nella mia mente, solo colori senza contorni. Quando si è assorti il tempo si dilata e non è sempre vero che questo sia sintomo di noia; mi beavo nella riposante attesa della mia destinazione. Quando si è in treno anche l’ozio ha la sua giustificazione, c’è chi legge, chi ascolta musica, chi discute di politica per non sprecare tempo, per non farsi assalire dai pensieri che sono appuntiti più di mille lancette d’orologio; ma c’è anche chi si limita a guardare fuori, mentre questo strano mezzo di trasporto così evocativo e così pregno di malinconia fa il suo lavoro. E c’è lo stress dei ritardi, delle coincidenze mancate, delle persone che ci aspettano e che, annoiate, vanno via, lasciandoci immeritatamente soli. Ci sono le lacrime di chi parte e di chi resta, di chi saluta con un fazzoletto bianco sporgendosi dal finestrino nella splendida illusione di essere in un film d’epoca. E ci sono le mille bugie che queste carrozze hanno ascoltato: «No, controllo’, non ho fatto il biglietto perché stavo perdendo il treno», come se un euro valesse più della magia di percorrere chilometri con la sola forza del pensiero. E quando le porte si aprono, è il capolinea, si distinguono le facce annoiate di chi tornerà da solo a casa e quelle eccitate di chi avrà compagnia. È passato l’istante della riflessione, è ora di non perdere più tempo e di ritornare produttivi. Allora avanti, si ricomincia. |
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