| Racconti | |
|
Il segreto di Carmen di Simona Bertocchi
Suonano ripetutamente alla porta. È già arrivata. Detesto quando fa suonare il campanello in quel modo insistente. Avrei voluto poltrire a letto e poi andare a correre nel parco, ma, anche questo sabato, mia suocera ha scombussolato i miei piani. Mi compare radiosa come sempre, con la voce alterata da un’incontrollata eccitazione. È fresca di parrucchiere che forse ha esagerato con il biondo, ha poco trucco ma è molo abbronzata. Entra carica di borse della spesa e si dirige in cucina; il suo fortissimo profumo all’ambra ha già invaso la casa e il rumore dei suoi tacchi mi dà alla testa. «Cosa fai ancora in pigiama? Su, forza, vestiti che ho una sorpresa per te!». «Sono proprio una donna fortunata!», dico con sarcasmo, assorbita ancora dal sonno. Mi chiedo quale sarà la sorpresa che me la farà odiare di più oggi: il mercatino etnico, l’inaugurazione di una mostra, la colazione con qualche sua amica che deviassolutamenteconoscere, un corso di yoga? Meticolosa, prepara la colazione, guarda inorridita i miei dolcetti strabordanti di crema e piazza sul tavolo frutta, yogurt e del triste pane tostato. «Sto risistemando la vecchia casa di campagna. Portati via l’essenziale che stiamo via per il fine settimana». «Il fine settimana?», urlo dalla camera da letto dove mi sto cambiando, esco saltellando su un piede solo, devo ancora mettere l’altra scarpa da ginnastica. «E Lorenzo?». Mi osserva dalla testa ai piedi, so bene che disapprova i miei jeans scoloriti, allunga una mano per darmi una sistemata alla massa di riccioli che mi scendono sulle spalle ma ci rinuncia rassegnata. «Prometto che prima o poi indosserò qualcosa di più femminile», le do un bacio sulla guancia. «Ho avvisato io Lorenzo e poi stasera parte per quel congresso di giornalisti a Palermo». Mentre mia suocera mi pianifica il fine settimana, chiamo mio marito che sembra divertito da pazzi nel sapermi tra le grinfie di sua madre, a gestire inerme tutte le sue stranezze. «In bocca al lupo amore», mi dice ironico ridacchiando al telefono. Prima di uscire prendo un dolcetto e lo divoro sotto gli occhi severi di Carmen. «Non sapevo dell’esistenza di una casa di campagna», dico ingranando la marcia. «I lavori di ristrutturazione sono una scusa, voglio farti conoscere delle persone», dice abbassando il volume dello stereo. «Chi?». Non risponde e sorride sistemandosi meglio sul sedile. Abbiamo appena lasciato la città urlante dell’ora di punta, scivoliamo nel verde e nel silenzio dei colli bolognesi. Che gran bella sensazione di pace! La dimora di campagna è vicino ad un boschetto lontano dal paese, in posizione un po’ isolata. È deliziosa, tutta in pietra con l’edera rossastra che si arrampica sui muri esterni e una lunga vetrata che fa da parete al piano inferiore. L’arredamento è tutto bianco, di un delicato stile provenzale e dalla cucina grandi finestre danno sul giardino che sembra un piccolo eden. Spazio con lo sguardo in ogni angolo, ci sono i ricordi di viaggio che mia suocera ha comprato in giro per il mondo; scaffali di libri e dischi; una vecchia scacchiera; una bellissima gigantografia di Carmen in bianco e nero e, sul camino, una statuetta africana in legno che rappresenta il corpo di due amanti che si intrecciano fino a formare un’unica persona. Sento voci e risate venire da un’altra stanza della casa, entro incuriosita e mi compare un gruppetto di signore che bevono cherry e mettono vecchi dischi. Vorrei tornare indietro e uscire da quella scena che non mi appartiene, non è giusto guastare quella nostalgica intimità. «Roberta, assaggia lo cherry di Sofia e dimmi che te ne pare». Con questa frase sono accolta dalle amiche di mia suocera, alle quali, naturalmente, ha già provveduto a parlare di me. Le conosco una a una e rimango affascinata dal loro carisma e dalla loro diversità. Rosa, si muove elegante e con movimenti lenti nel suo tailleur di Chanel, è stata una cantante lirica e adesso vive un appassionato amore con un “giovanotto” di quarantacinque anni; Sofia cammina scalza e indossa un abito si seta indiano, è la spirituale del gruppo, ha vissuto un anno in India e adesso ha aperto una fornitissima erboristeria a Modena; Rebecca porta con disinvoltura i jeans e la camicia bianca, è la più giovane, la più libertina, fa la ricercatrice universitaria, ha vissuto in pieno il sessantotto e si è sposata due volte. In meno di un’ora mi sono scolata mezza bottiglia di cherry, ho imparato qualcosa di più sull’opera lirica e sui vecchi film in bianco e nero, mi sono lasciata andare ai loro racconti di viaggi, sono scivolata silenziosa nei loro ricordi passando dallo slancio della rivoluzione culturale del sessantotto ad amori impossibili e sofferti. Queste incredibili ragazze attempate hanno occhi sereni che si lasciano scrutare dentro dove le immagini di un passato inquieto ancora si agitano; sono semplici nel loro fascino ricercato, usano parole a volte schive e a volte avvolgenti, conoscono i colori più belli dove intingerle, i posti più suggestivi dove raccoglierle, si parlano con uno sguardo tra di loro, si scambiano i pensieri, si prestano i ricordi. Hanno mani grinzose e vissute, gesti energici ma misurati e sanno cosa dire e fare per crearmi un posto morbido e ordinato dove fermarmi per un po’. Carmen entra in modo rumoroso, si sbarazza degli arnesi da giardinaggio, e si versa uno cherry. Ha lo sguardo diverso, di una leggerezza che non le avevo mai visto prima, il sorriso è quasi irriverente, i gesti vivaci. «Cherry, La Turandot e le foto del viaggio in Africa con Albert, cosa c’è di più appagante!». So bene che il nome di mio suocero non era Albert e poi Carmen non beve alcolici. «Chi è Albert?». «Il grande amore», sospira Carmen come un’adolescente. Cala il silenzio, tutte pensano in modo diverso a quest’uomo con sorrisi amari e occhi inumiditi dalla nostalgia. «Allora ragazze, di chi è stata l’idea di questa allegra rimpatriata?», chiede Carmen guardandole fisse negli occhi. «Carmen, tesoro, ci hai mandato l’invito a casa qualche settimana fa», dice Rosa con la sua solita delicata innocenza. «Non io, da anni non ho più avuto vostre notizie, ho perso i contatti dopo l’ultimo trasloco». «Carmen, sei sicura di non avere problemi di memoria?». «Sicurissima Sofia, questa sessantenne ha ancora energia da vendere. L’invito non l’ho mandato io». «Come vi siete conosciute?», domando per spostare la discussione su un altro argomento. «In carcere», mi risponde Rebecca buttandomi addosso i suoi grandi occhi azzurri. «In carcere?», chiedo allibita con una voce stridula che non mi appartiene. «Tentato omicidio. Abbiamo cercato di fare fuori un uomo e per un pelo non ci siamo riuscite», dice sempre Rebecca sostenendo il mio sguardo incredulo. «Oh cazzo, e chi avete cercato di uccidere?». «Il marito di Rosa», mi risponde Sofia con l’alito che sa di cherry e il rossetto un po’ sbavato. «Cosa ha fatto per meritarselo?». «Brava Roberta, hai detto bene, per meritarselo. Era il suo manager, sfruttava il suo talento per fare soldi, la usava, la picchiava e lei placava le angosce con alcol e tranquillanti». Un giorno Rosa ha tentato il suicidio e allora siamo intervenute, Rebecca fuori di sé ha colpito Egidio con un soprammobile di marmo ma il bastardo non ha perso i sensi e ha cercato di reagire buttandosi su di lei, a quel punto io gli ho sparato con la mia piccola Beretta». Carmen parla senza guardarmi, fissa un’immagine del passato che ancora la divora dentro. «Mi sono fatta cinque anni di galera, – prosegue mia suocera – Sofia e Rosa un po’ di meno, Rebecca, che era ancora minorenne, è uscita dopo sei mesi». Tutte guardano Rosa con una tenerezza quasi materna, capisco che quella dolce signora vestita di Chanel e con il vizio dell’alcol non è mai più tornata alla realtà, vive sorretta a malapena dal suo carattere fragile e barcollante. Quel racconto mi ha dato una sensazione di vuoto e di soffocamento insieme. Guardo Carmen, mi rendo conto di non conoscerla e di non averla mai voluta conoscere veramente. Mi sono bloccata sulla soglia della sua vita, davanti a quella realtà color pastello così apparentemente futile che mi faceva sorridere, non sono mai voluta entrare in quel mondo, neppure per una visita. L’ho sempre rispettata ed accettata come madre di mio marito, ho amato la madre non la donna, ma adesso ho davanti una donna che ha sofferto, combattuto, amato con il sangue e con l’anima e sono spiazzata da una personalità tanto forte e verace. Rosa va in cucina a preparare il pranzo, sul grande tavolo di marmo c’è ogni sorta di verdura e aromi; mentre affetta e padella, canta qualche brano de La Tosca, la sua voce vibra e riempie le stanze di note magiche. Carmen e Rebecca giocano a carte, spesso si guardano, ricordano e ridono, parlano in codice, tirano fuori personaggi, situazioni, immagini che si muovono intorno a loro. Mi domando chi è, o chi era, quell’Albert che ha fatto brillare gli occhi di mia suocera, perché ha smesso di viaggiare con lui ed è approdata in Italia per sposare Italo e trasformarsi in una signora perbene dell’alta borghesia; vorrei sapere come sono stati quegli anni in galera e mille altre domande ma mi appaga solo sentirle ridere, vederle serene, ora che anche la vita ha saldato il suo conto. «Guardate che cosa vi ho portato, donne del peccato!». Rebecca, la rossa, per smorzare l’intensità di quel ricordo, tira fuori una foto che la vede con Carmen e Sofia al mitico concerto di Woodstock nel 1969: Carmen ha una bandana a fiori in testa, deve avere poco più di vent’anni, bionda e truccatissima, ha dei calzoncini corti e beve una birra dalla bottiglia; Sofia, era già stata folgorata dalla cultura indiana, ha un’inguardabile tunica viola, ride senza ritegno rivolta verso Rebecca che è poco più di una bambina, ha capelli corti e balla in costume dimenando il corpo magrissimo. «Manca Rosa», dico ancora ferma su quell’immagine. «Rosa l’abbiamo bersagliata con le uova all’uscita della Scala di Milano, ti pare che potevamo portarla con noi a Woodstock sulla due cavalli sgangherata di tua suocera?», ride Sofia. Seguo Sofia in giardino e mi immergo tra tutti quei fiori e le piante da travasare, potare, steccare e le foglie da tagliare e i nomi da imparare e le radici da salvare. La mia nuova amica mi dà lezioni di giardinaggio con sussidio di filosofia buddista, un’esperienza unica. Mentre il resto delle “ragazze” fa una passeggiata nel boschetto adiacente alla casa, io rimango sola con mia suocera. Ci guardiamo complici, la aiuto a pitturare un vecchio mobile di giallo, naturalmente non condivido la scelta del colore ma le idee di Carmen sono talmente curiose che riescono sempre a contagiarmi. «Chi è Albert?», e mi siedo per terra per gustarmi la storia di un amore impossibile e puro, come me lo immagino. «È stato l’uomo che ho amato di più. Era di famiglia irlandese, l‘ho conosciuto all’università quando studiavo Legge». Capisco con amarezza che Albert non c’è più. Carmen si siede sul pavimento accanto a me e mi parla con un sensibilità tutta femminile, gli occhi le brillano e risvegliano i ricordi nel fondo che si staccano e salgono in superficie. «Hai studiato Legge?», chiedo senza troppo stupore ma con molta curiosità. «Solo un anno, poi mi sono iscritta a Giornalismo a Bologna. Albert era più grande di me, si laureò l’anno in cui ci siamo conosciuti; con il suo primo stipendio e i soldi di qualche lavoretto di salvataggio avevamo realizzato il sogno di un viaggio in Africa. Poi successe di Rosa, io e le ragazze finimmo nei guai, Albert mi difese e riuscì a farmi uscire cinque anni dopo. Andammo a vivere in un quartieraccio a Roma per qualche mese, ma poco dopo lui morì». La durezza di quella frase mi sconquassa dentro, butta all’aria le emozioni, la subisco senza alzare la testa, continuo a guardare il pavimento, non ho il coraggio di incontrare i suoi occhi ma lo sgomento di Carmen è palpabile, la voce è striata dalla commozione. «Un pirata della strada lo investì – mi guarda smarrita e si lega i capelli, è un gesto per spezzare la drammaticità di quel ricordo – poi tornai a fare la giornalista a Bologna, ero sola, senza una lira e soprattutto incinta, conobbi Italo al giornale che mi sposò subito e mi aiutò a crescere Lorenzo». «Lorenzo è figlio di Albert?». «Proprio così». La sua angoscia mi devasta, cado in quel silenzio che urla, scivolo giù senza appiglio nella sua disperazione. Stanno tornando dalla passeggiata. Sofia ha raccolto mazzetti di erbe miracolose, Rebecca arriva correndo, ha un fisico asciutto e atletico che fa invidia, e Rosa non ha resistito a puntarsi qualche fiore tra i capelli. Fanno del gran chiasso e ci strappano da quei pensieri densi e melmosi in cui siamo sprofondate. Io e Carmen ci stringiamo la mano lasciando scorrere l’energia e filtrare la forza, una nuova complicità si diffonde tra noi, intensa e rassicurante. Un grido sfrenato e acuto irrompe dal giardino. Rebecca salta dalla sedia e si precipita fuori, noi la seguiamo con più calma ma comunque allarmate. Sofia sta gridando come un’isterica, ha le mani tra i capelli e lo sguardo perso. «Le rose… le mie rose sono state recise, ci sono solo più i gambi». Nel cestino da giardinaggio è adagiata una rosa nera e c’è un biglietto accanto. Carmen legge senza indugiare: Benvenute, c’è scritto con una grafia nervosa e calcata. Improvvisamente la musica de La Tosca si alza fino a diventare assordante, si espande ovunque, un forte vento si alza e sparpaglia ovunque i petali delle rose recise, il cielo si copre di nubi, l’atmosfera è inquietante. Ci guardiamo irrigidite dalla paura, senza neppure il coraggio di muoverci. «Un vicino con uno scarso senso dell’umorismo? Chi ci ha dato il benvenuto? Chi?». Si interroga Rebecca e il tono di voce sale incontrollato, si stringe nel suo maglione. «Non lo so, non conosco i vicini, è un casolare isolato questo», dice Carmen con un filo di voce che esce a fatica. Difficile riprendere l’atmosfera gioiosa e un po’ nostalgica di prima. Rosa è l’unica che non si rende bene conto di quanto sia successo, ha lo sguardo confuso e oscilla tra la realtà e la fantasia; rientra in casa, finisce di apparecchiare, serve lo sformato di verdure e ci tiene il muso perché nessuna ha fame. Rebecca e Carmen si muovono intorno alla casa, perlustrano ogni angolo, ispezionano il giardino, il vecchio fienile e la soffitta, si muovono armate di pale e forchettoni e il coraggio di usarli. Io e Sofia stiamo di guardia in casa e badiamo a Rosa che mi sorride innocentemente e mi mostra le foto del suo ultimo amore con l’espressione di una liceale. Nessuna traccia di estranei in casa, ma la tensione resta e i nuvolosi in cielo anche. Allo cherry si unisce la grappa al ginepro, facciamo scendere bicchierini di alcol aromatizzato fino a stordirci, l’atmosfera si dilata e tutto è più leggero. Sofia accende le sue candele per cacciare le malignità, si siede sul pavimento in posizione yoga e si eclissa tra tecniche di respirazione e strani lamenti che vibrano in tutta la stanza. Ci addormentiamo così sul divano, una accanto all’altra. Il mattino seguente mi sveglia il verso degli uccelli e di qualche animale del bosco, deboli raggi di sole filtrano dalle persiane. Mi alzo per prima per fare il caffè; Rebecca ha ancora la bottiglia di grappa al ginepro in mano; Carmen dorme a pancia in giù con la testa che cade dal divano; Sofia ha una mascherina nera sugli occhi e russa ancora pesantemente, manca Rosa che sicuramente è già in cucina. Invece la trovo sotto il patio, adagiata sulla sua sedia a dondolo con un abito di lino bianco e gli immancabili occhialoni neri da diva, ha una sua foto in mano, una di quei perfetti primi piani che mostrano occhi languidi sapientemente truccati che autografava ai suoi ammiratori. Le rivolgo un sorriso dolce amaro e le accarezzo il volto, è fredda, freddissima e incredibilmente pallida, quasi trasparente, ha dei segni neri intorno al collo e stringe tra le mani una rosa nera. Il cuore prende a battere con tonfi sordi, il mio grido è lacerante davanti all’immagine cruente di Rosa che sembra una bambola antica di porcellana. Mi chiedo se la sua ultima immagine è stata quella del suo giovane amore oppure l’incubo del passato che ha continuato a perseguitarla per tutta la vita. Rebecca e Carmen chiamano l’ambulanza e i carabinieri, Sofia, invece sviene alla vista dell’amica senza vita. Sono impigliata nei fili taglienti del terrore, vorrei uscire da questa storia in cui sono entrata da spettatrice e invece ci sto scivolando dentro. Non riesco a difendermi, non riesco ad afferrare un pensiero logico, non riesco neppure a vedere con nitidezza quello che è successo, la paura deforma tutto. L’ambulanza arriva poco dopo, seguono la polizia, i carabinieri, il medico legale. Le sirene stridenti, le porte che sbattono, i poliziotti che urlano e corrono e Rosa viene coperta da un telo bianco e trasportata su una barella nell’ambulanza. Scene cruenti che si vedono spesso in televisione ma questa volta è la mia vita. I nostri sguardi vuoti e arrossati si posano su di lei, su quella diva fragile, quella donna sola che si rifugiava nel suo mondo per sopravvivere alla ferocia della vita. Voglio chiamare Lorenzo ma me lo impediscono, prima devono interrogarci tutte e mettono sotto sequestro i nostri cellulari. Seguono ore e ore di estenuanti interrogatori, viene analizzato con meticolosità il passato irrequieto di quelle signore perbene. Gli uomini del commissario perlustrano, setacciano, rovistano, fotografano. Lorenzo viene avvisato dell’omicidio senza troppo tatto e in modo sbrigativo da uno dei poliziotti. «Venite al commissariato domattina alle otto. Vi lascio qualcuno dei mie uomini?». Chiede garbatamente il commissario. Ha un tono pacato e rassicurante, come se sapesse in quale direzione proseguire le indagini ma non riesce a confortare anche noi. Si decide di rimanere da sole ma io sarei stata più tranquilla con un uomo in casa. Nessuna dorme quella sera. Non è ancora l’alba quando Carmen mi sveglia strattonandomi violentemente, trema e non riesce a trattenere una crisi isterica. «La foto… guardate la foto!». Qualcuno ha cancellato la faccia di Carmen sulla fotografia scattata al concerto di Woodstock, ma quel che è peggio è che c’è una rosa nera accanto a quell’immagine deturpata. L’angoscia cresce e ci esplode dentro, abbiamo volti di pietra e occhi segnati dalla paura. Uno strano e minaccioso silenzio ovatta l’interno della casa mentre dal giardino arrivano rumori di passi sulla ghiaia del cortile. Qualcuno ha tagliato i fili del telefono, i cellulari sono spariti, impossibile comunicare con l’esterno. Rebecca corre a perdifiato verso il suo fuoristrada parcheggiato nel cortiletto ma si accorge subito che ha le gomme squarciate, anche la macchina di Carmen ha i copertoni a terra. Torniamo in casa alla ricerca di armi rudimentali: coltelli da cucina, forbici, bombolette; è la disperazione che ci fa muovere, nessuna riesce a pensare a quale volto possa avere l’assassino, l’importante è agire, anche senza avere chiaro la direzione ma agire. Dal giardino giunge uno strano rumore, ci stringiamo sempre più man mano che quel cigolio si avvicina, e allora il respiro si ferma, gli occhi si dilatano per la paura. La grande porta-finestra si apre lentamente, i raggi della luna delineano l’immagine chiaro scura di un uomo in carrozzina che entra a fatica, la sua sagoma fluttua davanti alla vetrata. Ha un impermeabile e un cappello calato sugli occhi, poi l’ombra della sua mano si alza per scostarsi il cappello e compaiono due occhi profondi e diabolici su un volto butterato e sfregiato. È molto invecchiato ma le donne riconoscono subito Egidio Gatti, il marito di Rosa. «Era meglio se mi uccidevi, Carmen, che ridurmi così, – ha una voce inquietante e profonda che graffia le parole – ho giurato vendetta a tutte voi, non mi è bastato avere fatto uccidere Albert». «Bastardo, sei stato tu ad ucciderlo», dice Carmen scattando verso di lui ma glielo impedisco afferrandola per un braccio. «Io sono finito su una sedia a rotelle e lui vi ha fatto uscire di galera, sì, Albert doveva pagarmela». Ci siamo guardate furtivamente, abbiamo ben stretto tra le mani i coltelli e impugnato le bombolette ma l’ombra scura punta una pistola verso di noi. Due giganti vestiti di nero ci picchiano e ci imbavagliate con dello spesso nastro per pacchi che. sento la loro presenza alle mie spalle, i loro aliti e la stretta della loro mani. Carmen, invece, la lasciano a terra sul pavimento. La sedia a rotelle di Egidio avanza verso mia suocera che gli butta addosso uno sguardo di odio. «Voglio che ognuna veda la fine dell’altra», dice dilatando ancora di più gli occhi inquietanti. Punta la pistola contro Carmen che tremante gli lancia addosso il coltello ma non lo coglie. Mi sento mancare, non credo di riuscire a resistere a tanto, i nervi stanno cedendo, il cuore è incontrollabile e mi fa male il petto tanto scalpita, il sudore mi si è ghiacciato addosso. Non voglio morire. Parte un colpo di pistola che rimbomba nella stanza e dentro di me, mi echeggia dentro, mi sconquassa, fa tremare i miei sensi come corde impazzite, chiudo gli occhi e non voglio più aprirli. Il grido di Carmen mi obbliga a reagire, è accovacciata sul pavimento, si stringe a sé come un animale ferito. Fiotti di paura e orrore escono dal mio grido, sento il cuore sfibrarsi e i muscoli cedere, fisso mia suocera con un dolore senza fine. Carmen si muove, si trascina a fatica sul pavimento ma non è morta, non sanguina. Egidio Gatti, invece, è accasciato con la testa a penzoloni, dalla tempia il sangue scende a zampilli densi e continui, i suoi occhi demoniaci continuano a fissarci inermi. Il colpo è partito dalle scale, è stato Lorenzo a sparare. Gli uomini della polizia entrano fulminei e ci liberano dai corpulenti aggressori, mentre mio marito ha ancora la pistola puntata verso il cadavere di Gatti e lo fissa sconvolto e irrigidito. Saliamo sulle ambulanze che ci avrebbero portate tutte all’ospedale per accertamenti. Lorenzo mi stringe al petto e mi chiude dentro di sé, attingo da lui le forze che mi mancano. Fuori, intanto, si alza silenziosa un’alba che nessuno sperava più di vedere. |
|
|
|
|